rovere @Magnolia di Milano: il bello di sentirsi vecchi prima dei trent'anni

  • 25/07/2019
  • Aldo Macchi

Quando l’anticiclone porta un’ondata di caldo che a Milano non si vede da tempo. Quando inizi a sudare anche solo pensando di lasciare il ventilatore di casa tua. Quando c’è lo sciopero dei mezzi. È solo allora che un bel concerto è la soluzione ideale: almeno hai una buona ragione per sudare.

Sarà per questo che l’idea di assistere a un live dei Rovere, giovane band in rampa di lancio in quell’universo sovraffollato della scena indie italiana, mi è sembrata un’opportunità da cogliere al volo. Se poi si aggiunge che la location è quella del Magnolia, allora tutto assume una cornice più ampia. Un preambolo già di per sé ricco, lo ammetto, ma necessario per creare un mood adatto per cercare di vivere al meglio quel che è stato.

Perché in un mondo che insegue la moda del plastic free, incontrare un luogo che ne fa un diktat esperienziale è davvero molto incoraggiante. “Questo non è un bicchiere di plastica” sui bicchieri della birra, contenitori in carta da zucchero per le patatine, distributori d’acqua gratuita, bottigliette di plastica lasciate fuori non tanto per il contenuto, quanto per il contenitore. Informativa ben visibile sui numerosi bidoni della spazzatura differenziata. E già così, si sta bene. Il palco non è il main stage, forse si è reputato che sarebbe stato un rischio eccessivo. La serata parte anche con un probabile problema: quel sopracitato sciopero dei mezzi che, per un target composto ampiamente da minorenni, rappresenta un freno sulla partecipazione.

Ma quando la base è solida, quando i numeri di Spotify non sono solo figli di un passaggio giusto al momento giusto in una playlist, ma di un gradimento del pubblico, allora il risultato è garantito nonostante le avversità. E l’effetto è quello del soldout, quel fantasma dei concerti passati che ti rende un big, e che ogni tanto potrebbe anche essere messo in secondo piano. Perché un sold out non è solo una conquista, un onore, ma anche e soprattutto un onere: perché poi indietro non si torna con i numeri. Per questo il valore della crescita graduale è un lusso che in pochi sono pronti a vivere. Un valore che i Rovere conoscono bene, anche solo a pensare alla rapidissima ricerca di mercato fatta sul palco: “Quanti di voi c’erano al nostro primo concerto al Rock’n’roll? E all’Alcatraz in apertura ai Pinguini Tattici Nucleari? Beh siete sempre di più ed è fantastico”. Ovazione.

Andiamo per gradi però, perché non è da mettere in secondo piano l’impatto portato da Cogito, l’emblema dell’apertura perfetta. Quando il pubblico è lì per tutta la serata e non per la portata principale, significa che il cuoco e il ristorante hanno azzeccato tutto e che la clientela non può che andare a casa soddisfatta. Non ho ancora trent’anni e ieri sera sono riuscito a sentirmi un pochettino vecchio: e se da una parte il mio orgoglio ne esce un po’ ferito, la musica dal vivo ne esce rafforzata. Perché è la musica che parla a un pubblico determinato. Cogito infiamma con “Cicca e Caffè” dedicata a tutti i pomeriggi passati a studiare o a preparare gli esami. Superiori e università. Gli accendini sono stati sostituiti ufficialmente dalle torce dei cellulari, e anche limonare diventa un’impresa: con una mano la torcia, con l’altra un abbraccio passionale. Con un pollice sposti i capelli, con l’altro premi per 15 secondi per una storia su Instagram.

E va bene così, va bene parlare di Msn come qualcosa che è già medioevo, va bene scherzare sul Ti amo di bene, scherzare con le ragazze della prima fila a cui pesa il volume del basso. “La prossima volta arriva dopo”, scherza Nelson. Scherza perché davanti ha un pubblico vero, non quello della playlist. Sono tante le mani che si sono alzate alla domanda sulla presenza al loro primo live milanese. Sono tanti quelli che cantano, quelli che sanno, quelli che ascoltano. Sono tante le date in calendario, quelle già andate e quelle che devono ancora venire. E sono tanti, anzi, esageriamo, tutti, quelli che sono tornati a casa contenti. E non importa se il mainstage resta un obiettivo. L’importante è continuare ad esserci, per non finire come il tadb e la tektonic. Per cui vi auguro di ballare un lento, di quelli innamorati, di un sentimento che dura a lungo. Invecchiamo insieme, noi trentenni vi aspettiamo.

 

Le foto sono di Ilenia Tramentozzi x Muxland Production