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Primi Palchi: Buzzy Lao - New Live

Buzzy Lao è un bluesman di ultima generazione. Lo dimostra il suo disco d'esordio, Hula, uscito nel 2016, ma lo dimostra soprattutto il suo rapporto con il palcoscenico. Blues, rock, reggae, afrobeat e cantautorato si amalgamano alla passione di questo artista e della sua band per la musica suonata e vissuta come un'esperienza nutritiva e vitale. 
É per questo che non c'è da sorprendersi che Buzzy Lao sia stato votato dai locali del circuito KeepOn Live nella Live Parade di dicembre 2017

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tra i New Live. Per la rubrica Primi Palchi gli abbiamo fatto qualche domanda che rappresenta un po' un primo resoconto dopo un anno di tour con Hula.


Caro Alberto, col tuo album Hula lo scorso anno hai fatto tour molto intenso (che continuerà fino a febbraio 2018) che, tra la tua città - Torino - e il luogo dove hai registrato il disco - la Sicilia - ti ha permesso di fare un bel viaggio in tutto il Paese. Proprio durante questo tour sei stato selezionato da gestori e direttori artistici di locali appartenenti al circuito KeepOn tra i migliori New Live. Te lo aspettavi? Perché credi che il tuo live li abbia colpiti?

No, non me lo aspettavo ma ne sono davvero molto orgoglioso, io come la mia band, il booking e tutte le persone coinvolte nel nostro live. Non saprei cosa di preciso li abbia colpiti, diamo molta importanza a qualsiasi aspetto del concerto, dal lavoro sui brani in versione live al lato tecnico, ai suoni, all’organizzazione fino alla posizione degli strumenti sul palco. Può darsi che abbia colpito il nostro modo di comunicare con il pubblico che passa esclusivamente dallo strumento e dalla voce, nessun effetto speciale; sono addirittura sempre seduto dall’inizio alla fine del concerto per via della chitarra Lap Steel che lo richiede, posizione a me cara e che mantengo durante tutto il live anche quando suono la chitarra acustica; credo rievochi una situazione più intima anche se in band con batteria e basso in certi punti il muro sonoro è molto potente. 

 

A proposito di lunghi tour su e giù nei live club di tutto lo stivale, quali sono gli aspetti più divertenti della vita da tour? E quelli più complicati?

Sicuramente tra i più divertenti il fatto di entrare in contatto con tante realtà diverse in pochi giorni, conoscere sempre persone nuove che magari ti aspettavano da tanto e sono contente del tuo arrivo. Questo ripaga delle ore trascorse in viaggio. Un aspetto complicato è sapersi gestire come viaggiatore, portarsi dietro il minimo necessario per il palco e per le giornate di viaggio ed avere spirito di adattamento, ma col tempo si impara.

 

Nelle ultime settimane sei passato in alcuni live club piuttosto importanti per la musica indipendente italiana appartenenti al circuito KeepOn Live, come lo Spazio211 di Torino, il Monk di Roma e il Diavolo Rosso di Asti. Credi che la qualità musicale sia ancora il punto da cui i direttori artistici di locali come questi partono per organizzare concerti?

La qualità a mio modo di vedere è l’unica che ti garantisce di stare in piedi sul lungo periodo. Ma sono anche convinto che la qualità vuol dire allo stesso tempo riuscire a coinvolgere un numero di pubblico sufficiente alla buona resa di un concerto, se no vuol dire che qualcosa non funziona. In questi anni ho visto molti progetti di grande qualità fare grandi numeri, perciò non vedo perché bisogna per forza abbassare il livello di qualità per ‘fare cassa’. I locali da te citati sono fondamentali nella nostra scena, perché puntano alla proposta artistica e secondo me sono un esempio di grande equilibrio: in genere hanno in programmazione oltre a progetti ormai conosciuti anche progetti validissimi che ancora non hanno un pubblico vastissimo, e questo è fondamentale per la crescita di un’intera scena, e anzi, è proprio grazie a questo tipo di locali che una scena esiste.

 

Ti ricordi la prima volta che hai suonato dal vivo? 

Credo sia stato a circa 12 anni, con la mia prima band di amici. Di allora ricordo la grande emozione, la stessa emozione che rivivo in eco ogni volta prima di salire su un palco. A volte capita di sentirla di più e altre meno, ma è ancora lì intatta.

 

Cosa rappresenta, per te, il palcoscenico?

Per me il palco è sacro. E non esagero nel dirlo. Il live è un intervento a cuore aperto; lo sento sempre tanto, nel bene e nel male. Non lo sento mai in modo superficiale, e questo in alcune situazioni dove le condizioni non sono ideali può essere svantaggioso. Ma quando invece scatta qualcosa che rende il momento speciale e ti senti nel tuo posto e nel tuo momento allora tutto viene ripagato. Il palco per me vuole dire anche ricerca: lì ogni volta conosco qualcosa in più di me stesso e di più di quanto possa fare in periodi anche molto lunghi. Se lo senti, il palco amplifica -nel bene e nel male- tutto quello che hai dentro.

 

C'è un locale a cui sei particolarmente legato (magari per una storia che vuoi raccontarci)?

Sono tanti, tutti quelli di cui ho bei ricordi e in cui ho vissuto qualcosa di speciale. E quindi uno di questi è sicuramente il Jazz Club di Torino dove alla presentazione del disco il pubblico si è seduto per terra, come a farmi compagnia nel mio stare seduto, è stato molto emozionante. A fine concerto oltre il bis sono andato a sedermi con loro cantando un pezzo chitarra e voce, c’era qualcosa nell’aria si era tutti nella stessa canzone, sono quelle cose non programmate che però senti di fare sul momento e che alla fine non scordi facilmente.

 

Sei stato ad altri concerti negli ultimi mesi? Ti va di segnalarci qualche artista che, secondo te, dovrebbe essere tenuto d'occhio da direttori artistici del circuito KeepOn Live?

Ultimamente vado spesso ai live di amici o di colleghi che passano da Torino, se suonano quando sono in città cerco di non perdermene uno; mi piacciono molto i live nei club, specie in quelli piccoli ma pensati per i concerti. Mi piace andare a vedere cosa hanno sul palco le altre band, parlare con altri musicisti e respirare l’aria del concerto, il prima e il dopo. Vi consiglio di tenere d’occhio gli Est-egò, sono una band di Torino che hanno già esperienza di concerti in Italia e che hanno un approccio live che mi piace molto, danno importanza alla resa sonora degli strumenti tanto quanto alla voce e al testo, cosa a cui tengo molto anche io, è una filosofia molto anni ’90, ma d’altra parte sono cresciuto in quegli anni.



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