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Fare chiarezza sui fatti della Lanterna Azzurra è necessario. Non si può dire che si muore di musica.

Cosa sta accadendo attorno alla tragedia di venerdì scorso a Corinaldo, in provincia di Ancona? Tutto e il contrario di tutto e le certezze sembrano davvero essere sempre meno, se non quella che compone la parte tremenda di tutta la vicenda: sei persone, cinque delle quali minori, hanno perso la vita in attesa dello spettacolo di Sfera Ebbasta, atteso alla Lanterna Azzurra Clubbing di Madonna del Piano, nella campagna di Corinaldo, a causa degli effetti del panico scatenato forse dall’utilizzo di una bomboletta spray, così come è emerso dalle prime ricostruzioni, o forse per un odore acre e sensazione di irritazioni a occhi e gola da ricondurre al malfunzionamento di una macchina del fumo, come dichiarato all’Ansa dal comandante provinciale dei Carabinieri di Ancona, Cristian Carrozza. Anche sui numeri c’è molta confusione e un’unica certezza: la capienza legale della Lanterna è di 870 persone. Subito dopo i fatti si è parlato di 1400 biglietti venduti e, quindi di presenti. Una tesi confermata dallo stesso presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante la conferenza stampa organizzata dopo la visita dei luoghi dell’accaduto, ma smentiti dallo stesso Carrozza che ha invece parlato di 680 biglietti venduti e 500 verificati all’ingresso. Poco sopra la capienza della sala destinata all’ospitata di Sfera Ebbasta, ma con anche altri locali dell’immobile accessibili nel corso della serata.

Da venerdì ad oggi, quello che emerge in modo chiaro, è la grande necessità di fatti, parole consapevoli, concretezza di espressione e non di caccia al mostro a tutti i costi. Ed è per questo che occorre fare chiarezza sugli elementi a disposizione, senza fare voli pindarici che vadano a tesi e condanne. Ma elementi in grado di leggere tutto, dall’inizio alla fine, con strumenti che siano in grado di offrire le basi per un giudizio critico ponderato.

Per prima cosa, quello non era e non sarebbe stato un concerto. Sfera Ebbasta non si è presentato non perché non sarebbe mai arrivato, come è stato erroneamente detto, ma perché, nella stessa serata, aveva in programma tre tipi di performance identiche. Una comparsata all’interno di una serata durante la quale fare tre pezzi, o poco più, non live, ma dj set. Una formula usata svariate volte e in svariate situazioni. E non c’è giudizio, solo una necessaria spiegazione utile a capire, in primo luogo, che quello non era un live club, e i presenti non erano lì per un concerto di Sfera Ebbasta.

In secondo luogo la colpa non è di Sfera Ebbasta. Non esiste, in nessun dibattito etico sociale, che un artista si debba sentire responsabile della follia e della morte di persone presenti in un locale dove tu ti recherai per lavoro. Non esiste il giudizio che vede nella morte di minorenni la normale conseguenza della musica che proponi loro. Non esiste e non deve esistere e non si potranno mai basare né indagini, né tantomeno leggi su questa tesi di partenza. La musica è arte, il pubblico ha la piena libertà di apprezzare o meno quanto proposto, e non per questo viene a crearsi una setta dove l’artista è il mentore leader e sobillatore. Non si dica che in Italia, nel 2018, si muore di musica.

Al terzo posto la follia di quella che potrebbe essere (il condizionale è d’obbligo) la causa che ha portato alla morte di sei persone: lo spray al peperoncino spruzzato in un luogo chiuso e affollato. Che sia per idiozia, per agevolare la fuga di una gang di giovani ladri o per oscure motivazioni, poco importa. Non deve accadere, sfuggire ai controlli iniziali non fa di te una persona furba, e scatenare il panico è tutt’altro che il raggiungimento dell’obiettivo. È successo in modo letale a Corinaldo, ma accade in tantissimi altri posti, quasi quotidianamente. Ed è qualcosa che deve finire.

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C’è poi “il discorso della capienza”, dei “biglietti venduti di troppo”, della “fame di avidità di promoter musicali e gestori di locali”. La caccia al mostro ha riguardato tutti, dai genitori che non sanno dire no a minorenni che in discoteca non dovrebbero andare, agli artisti coinvolti, ai gestori e organizzatori di quella serata. Tutte sentenze sparate e digitate da detentori di etica universale affermata attraverso una scala valoriale dettata dal numero di like ottenuti dalla loro opinione. Tanto basta, oggi, per sentirsi credibile e sicuro nell’accusare il prossimo. Beh, sì, se davvero venisse provato in qualche modo che in quel locale, quella sera, c’erano 1400 persone su una possibilità legale di 870, il problema sarebbe molto grande. Il fatto che nessuno abbia denunciato una situazione di ressa e accalcamento, permette di aprire strade differenti di lettura. Una di queste l’esigenza di capire quanto realmente concrete siano le capienze permesse dalla legge attuale per locali che fanno intrattenimento. Perché se in un locale con agibilità di 870 persone, arrivano a starci, comodamente, anche più di mille, allora il problema sta alla base. Ed è su questo che si potrà, anzi, si dovrà discutere. Rappresenta il nocciolo della questione, quello che vede impegnata la testa e non la pancia di chi è sopravvissuto a quei fatti e ora deve trovare una soluzione perché non accada più.

Ancora una volta è servita una tragedia per scoperchiare una pentola che è sempre più sovraccarica di elementi in ebollizione. Ed è per questo che, come dopo i fatti di Torino, non possiamo correre il rischio di accettare e applicare un altro decreto Gabrielli che ha fatto sparire innumerevoli festival nel nome della repressione e del controllo orizzontale degli eventi di intrattenimento e spettacolo, con norme talmente stringenti e generalizzate da non permettere un distinguo da caso a caso. Serve chiarezza, quella doverosa per i fatti di venerdì, quella necessaria perché non accada più, rispettando però un mondo che non merita di essere messo al rogo per una serie di concause che riguardano tutti e che richiedono un impegno concreto da parte di tutti per andare dalla stessa parte: arrivare a poter dire che non si muore di musica in Italia, come nel resto del mondo. E che la morte non appartiene all’arte.