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Cinque Boutique festival da conoscere assolutamente: quando le (piccole) dimensioni contano

Festival a “misura d’uomo”, dove l’eccellenza musicale sposa valori come la sostenibilità ambientale ed economica e dove il territorio assume un ruolo centrale nell’esperienza. Parlare quindi di boutique festival sostanzialmente indica una sorta di evoluzione del fare festival, dove l’obiettivo è assaporare tutte le sfumature di un’esperienza che cerca di coinvolgere il pubblico a 360 gradi, dal dormire, al mangiare, all’ascoltare buona musica, al fare networking sia tra il pubblico stesso che con l’artista.  Abbiamo approfondito il discorso con Denis Longhi, fondatore e direttore artistico del Jazz:Re:Found festival e curatore della stagione Jazz’About di Trento, partendo proprio dal principio. 

Cosa si intende per boutique festival?
Inizio sottolineando il fatto che il concetto di boutique festival in questo momento storico è abbastanza inflazionato, perché è diventato un elemento di comunicazione, una sorta di “claim” per catturare il pubblico. Nella maggior parte dei casi, non si tratta di veri boutique festival: quelli veri hanno un’identità uno storytelling e soprattutto una dimensione numerica molto verticale, molto qualitativa e molto limitata, quindi qualità e non quantità.  

Oggi il termine boutique festival racconta un messaggio un pochino diverso da un festival più mainstream e generalista e sicuramente nel panorama italiano è un termine abbastanza appropriato, non avendo noi delle platee cosi grandi. Solitamente si tratta quindi di una manifestazione che lega molto il territorio alla qualità dei contenuti proposti: luoghi molto piccoli ma molto belli, come appunto possono essere le isole (pensiamo ad esempio all’Ortigia Sound SystemFestival) o i litorali, ma anche risorse culturali o museali in cui si va a creare un fit tra contenuti artistici altrettanto qualitativi, che si sposano e creano una sinestesia tra lo spazio naturale e architetturale e il contenuto musicale e artistico.

Ortigia Festival


Partendo quindi da queste caratteristiche che hai elencato, a quali aspetti pratici si tende a dare priorità nell’organizzare un festival di questo tipo?

Il concetto del boutique festival nasce appunto da una suggestione di esperienza, e quindi non tanto di intrattenimento tout court. Si ricerca quindi un concetto che riesca a coniugare l’elemento performativo con il vissuto stesso del festival, con un’esperienza a tutto tondo: dall’ospitalità, alla capacità di somministrazione di servizi più puntuali, non generici, dalla mobilità molto più semplice (e non stressante e complicata tipica dei grandi festival), alla ristorazione e soprattutto al contatto con l’artista e con la sua performance, quindi palchi più piccoli, più accessibili e con distanze inferiori tra pubblico e artista.

Quale tipo di pubblico si vuole richiamare?
Sicuramente i boutique festival sono eventi rivolti ad un pubblico fidelizzato: non si parte da una comunicazione generalista, massiva, che batte un po’ ovunque per recuperare quanto più pubblico possibile ma tendenzialmente si lavora su un pubblico che già esiste, con cui si è già creato un rapporto. Spesso questi boutique festival sono l’estensione di “one night event” o comunque di realtà che hanno giù una loro stagionalità o una loro mensilità. In questo senso il festival diventa il momento più celebrativo dell’anno. Inoltre i boutique festival si rivolgono ad un pubblico con un’età tendenzialmente più alta rispetto alla media: se i festival tradizionali, diciamo quelli mid size e big size, si rivolgono ad un pubblico che magari va dai 16 ai 35 anni, i boutique insistono su una fascia più alta compresa tra i 25 e i 50 anni: un pubblico non semplicemente solo più abbiente ma sicuramente con esigenze diverse, capace di cogliere gli aspetti più qualitativi del festival, e che è alla ricerca di un percorso più “tailor made”, vincolato alle proprie esigenze.

DIMENSION FESTIVAL


Scendiamo un po' più nel particolare rispetto ad eventuali aspetti pratico/organizzativi. Quali sono gli interlocutori con cui si trova a doversi confrontare?

Soprattutto in Italia la realizzazione di un boutique festival prevede l’andarsi ad insediare in spazi che spesso sono protetti dai Beni Culturali o dalle varie sovrintendenze, quindi in questo senso c’è una trafila burocratica da rispettare per utilizzare gli spazi che è molto vincolante. Il Dimensions Festival a Pula (Croazia) per esempio si è insediato prima nel forte e poi nell’anfiteatro ed inizialmente non esisteva una legislazione vincolante in questo senso. Negli anni hanno poi capito che questi beni museali dovevano essere tutelati e che doveva essere valutata e tutelata anche la policy di sicurezza.  Stessa cosa per quanto riguarda i festival nelle località balneari, pensiamo all’utilizzo di barche per i boat party: sono eventi che vanno a scontrarsi con tutta una normativa e una giurisprudenza che spesso è molto severa, molto più della già severa giurisprudenza che riguarda il pubblico spettacolo per gli eventi “normali”, fatti all’interno di strutture preparate.

Va cucito quindi un rapporto importante con il territorio in cui ci si va ad insediare, e soprattutto vanno rispettati i numeri previsti. Immaginiamo una piazza in centro storico, o un borgo con poche vie di esodo e parecchi beni architettonici o museali di un certo valore che vanno preservati: sono oggettivamente delle situazioni a rischio per tutta una serie di motivi. Nei boutique festival poi spesso c’è la partecipazione, anche dal punto di vista del sostegno economico, dei Comuni (in Francia e in Inghilterra ad esempio dei council) o degli enti del turismo territoriali, perché si va a concepire il festival in aree che non sono appunto immaginate per sviluppare eventi di questo tipo, ma che di solito sono mete strettamente turistiche. Diciamo che l’uso e l’abuso del concetto di boutique festival negli ultimi 2 o 3 anni, ha fatto sicuramente drizzare le antenne a tanti degli enti che devono garantire la sicurezza e la norma degli spazi, quindi se in passato si andava a far festa nel borghetto medievale in modalità abbastanza punk, adesso è più difficile perché gli adempimenti sono quelli più stringenti, tipici di tutti i festival. 

Anche il discorso degli sponsor è da valutare: quando ci sono numeri cosi “bassi”, di solito uno sponsor ha poco interesse a partecipare, a maggior ragione se c’è già un’evidente difficoltà di posizionamento. Ad esempio pensare ad un festival alle Terme di Caracalla con sponsor Coca-Cola presenta dei problemi non solo a livello estetico e paesaggistico, ma anche di posizionamento. Il valore dello sponsor necessariamente non può avere un posizionamento esclusivo, di fronte ad una location con un immaginario estetico già di per sé cosi “forte” e con cosi tanta personalità. Brandizzare un palco enorme su un prato altrettanto enorme capitalizzando attenzione esclusiva, è sicuramente più appetibile per i grandi brand.
Quindi dal punto di vista del sostegno economico dei boutique festival spesso sono chiamati in causa gli enti culturali, turistici o comunque una parte di denaro pubblico, anche se magari non grandissime quote. Molto più spesso c’è anche un interesse di piccoli brand territoriali, che sfruttano i boutique festival per farsi notare e fare cosi dei piccoli posizionamenti del loro marchio.


World Wid Festival


A questo punto raccontaci i tuoi 5 boutique festival preferiti e perché lo sono?
Partirei dal Worldwide Festival a Sète, nella regione francese dell’Occitania. Purtroppo non può più essere considerato un boutique festival, anche se è nato cosi. È organizzato da Gilles Peterson, come naturale proseguio di tutta l’attività di curatela portata avanti appunto da Peterson stesso e soprattutto come proseguio dei World Wide Awards che si svolgono a gennaio, una specie di Grammy per gli artisti della scena indipendente del mondo jazz, hip hop, urban ed elettronico. Il festival di luglio diventa quindi un po’ la vetrina di tutti i vincitori degli awards di gennaio. È un festival molto legato al territorio (immaginate le tipiche spiagge francesi, a volte nudiste quindi tutto un immaginario che riporta ad una libertà di espressione sociale importante). Sète poi ha una tradizione di pesca dei frutti di mare molto antica, è una delle risorse più importanti del luogo quindi come vedi si uniscono diversi aspetti: la gastronomia, la musica di altissima qualità, uno spazio caratteristico qual è il Théatre de la Mer, allestito sul molo e la spiaggia. Negli anni ha avuto uno sviluppo enorme, quindi non è più considerabile un boutique festival, ma ne è sicuramente un’evoluzione. 


SOUTHERN FESTIVAL


Un altro festival che vorrei segnalare è il SouthernSoul Festival che si svolge in Montenegro, sul litorale adriatico, e segue un po’ il modello dei festival croati come per esempio il Dimensions o l’Outlook. A livello di numeri è molto più ridotto e sviluppa una promozione turistica fatta su misura per il Montenegro: conta infatti su contributi europei (essendo stata storicamente un’area depressa e da poco uscita da gravi conflitti sociali) ed è quindi un grande riscatto per la regione stessa. Investe molto sulla musica black, sul jazz post-contemporaneo, sull’elettronica e sui vari dj selectors della scena disco house.

Dekmantel Selectors


Il terzo che segnalo è il Dekmantel Selectors, la “succursale” boutique del Dekmantel Festival che si svolge in Olanda ad inizio estate ed è il festival principale dell’omonima organizzazione. Il Selectors si svolge a fine agosto ed è l’appuntamento verticale che riunisce molti addetti ai lavori, dj e producers (è molto facile trovare in line up Parrish o i Motor City Drum Ensemble che suonano per i tanti aspiranti producers o per i veri appassionati del genere). Sono stati tra i primi curatori della nuova scena house del 2000 e, anche se è molto piccolo e attualmente mantiene la sua dimensione boutique, sta sicuramente crescendo grazie al brand “Dekmantel”

Selector festival


Un altro festival da segnalare è sicuramente lo Shambala Festival che invece è il classico festival delle campagne inglesi. E’ nato dalla diaspora all’interno del Big Chill Festival, inizialmente anch’esso nato come boutique festival, ma poi, a seguito della sua crescita esponenziale,  rilevato da una grossa company che organizza diversi big festival in UK. Lo Shambala è un festival molto visionario, fricchettone, vagamente mistico che punta molto sul concetto di esperienza in generale espressa anche attraverso un certo tipo di abbigliamento eccentrico, ispirato alle manifestazioni circensi, mentre a livello musicale spazia dal folk, al trip hop, all’elettronica, fino alla musica dance.

Houghton Festival


Il quinto e ultimo festival che vorrei segnalare è l’Hougton Festival: se ne fa un gran parlare nell’ultimo anno ed è forse il primo nella Top Ten dei boutique festival. Va menzionato perché tratta un po’ tutta la scena elettronica inglese, da Mixmaster Morris  a Mr. Scruff, quindi va a pescare tra i dj di riferimento nella scena underground britannica. Nelle ultime edizioni ha introdotto in line up anche artisti molto più “mainstream” come Ricardo Villalobos ma in ogni caso lo spirito di questo festival è molto intimo ed incentrato sul contatto con la natura: c’è un lago, c’è un grande bosco accanto, i palchi sono piccoli e bassi, e quindi c’è un interplay con il pubblico molto forte. Probabilmente già il prossimo anno non potrà più essere definito un boutique festival, ma sicuramente finora è uno dei massimi esempi di genere ben riusciti, perché ha mantenuto un’identità ben definita e un forte rapporto con il territorio.

Segnalerei ancora altre tre festival inglesi molto interessanti e tra i più consigliati, che riprendono un pochino il modello di Hougton e che al momento sono i boutique festival che hanno più “appeal” ovvero: Farr Festival, LostVillage Festival, KelburnGarden Party