Live People

«Dritto in faccia al pubblico»: il concerto perfetto secondo i Buñuel

Quando le traiettorie di quattro percorsi fuori dagli schemi si incrociano,  il risultato può essere un fiume impetuoso: è il caso dei Buñuel, power band formata da Pierpaolo Capovilla, Eugene S. Robinson, Franz Valente e Xabier Iriondo. Attualmente impegnati nel tour del loro secondo album - The Easy Way Out -, i quattro sono stati i più votati dai nostri direttori artistici nella live parade di giugno. Abbiamo intervistato Franz Valente, batterista della band, che ci ha raccontato come è nato e come si sta sviluppando questo progetto sempre più ambizioso. Ecco a voi i Buñuel, esempio di come una massiccia dose di improvvisazione e adrenalina si possa ben bilanciare con il gusto della sperimentazione e con la ricerca del nuovo.

Come è nato il progetto Buñuel? 
Un po di tempo fa, Xabier, Pierpaolo ed io abbiamo avuto varie occasioni per incontrarci a dei festival dove suonavamo con altri nostri progetti. Nello stesso periodo c’è stata anche una frequente corrispondenza con Eugene, tramite mail. Da queste coincidenze è nata la sinergia di intenti che ci ha portato a formare Buñuel.

Qual è la cosa che sapete fare meglio sul palco? 
Riuscire a catalizzare l’attenzione del pubblico facendogli vivere un’esperienza catartica. 

Qual è il pezzo che fa gasare di più il pubblico? 
Secondo me I, Electrician: è il pezzo più eccitante del concerto. Ha tutti gli ingredienti per mandare il pubblico in un’altra dimensione. 

Di solito chiediamo la cosa più assurda, ma in questo caso vi domandiamo la più surreale che vi sia capitata in tour. 
Durante le notti di questo tour ci capitava di girare dei video nelle stanze d’albergo o negli ambienti urbani vicino ai club dove avevamo suonato. Lì abbiamo dato ampio sfogo alla nostra creatività, creando delle situazioni veramente surreali. 

Qual è il palco ideale per i Buñuel? 
Secondo me non esiste un palco ideale, bisogna sapersi adattare a suonare bene in ogni contesto. Ciononostante penso che i concerti migliori li abbiamo fatti nei club di media misura: lì non c’è nessuna barriera; lì possiamo letteralmente scaraventare il nostro magma sonoro dritto in faccia al pubblico. 

Il vostro progetto fa della sperimentazione uno dei suoi elementi cardine, in un momento storico in cui ci si mette in gioco ben poco. Cosa intendete per sperimentazione e fino a dove oserete? 
Con la sperimentazione dichiariamo il nostro completo distacco dal legame con la tradizione musicale, cerchiamo di svincolarci da ogni schema preesistente. Lasciamo che i fenomeni sonori accadano: la sperimentazione nasce dal modo in cui questi fenomeni, già carichi di semanticità intrinseca, si concatenano. 

Avete fatto il disco a distanza e in modo articolato, come preparate invece il live? 
Di solito il live lo prepariamo qualche giorno prima di partire per il tour. Nei giorni di prove scriviamo la tracklist che useremo, con qualche variazione, per tutto il tour. Collaudiamo i suoni e controlliamo che il nostro backline non abbia problemi. 

Quanto conta e quanto spazio ha per voi l'improvvisazione, e quando, d'altro canto,  diventa rischiosa? 
Durante le improvvisazioni cerchiamo di ricostruire il senso di una prorompente vitalità istintiva. In tutto questo è fondamentale, però, costruire un “dialogo” tra noi ed i nostri interventi, e riuscire a stare nel flusso. 

Chiediamo anche a voi una live parade: quella dei tre concerti più belli fatti finora in questo tour. 
Non ho preferenze e non farei distinzioni tra un concerto ed un altro. Questo tour è stato entusiasmante. Il pubblico ci ha accolto sempre con molto affetto in ogni posto dove siamo stati. 

Progetti per il futuro? 
Abbiamo l’intenzione di girare un nuovo video in un luogo paradisiaco. Di più non vi dico.

Di solito chiediamo la cosa più assurda, ma in questo caso vi domandiamo la più surreale che vi sia capitata in tour. 
Durante le notti di questo tour ci capitava di girare dei video nelle stanze d’albergo o negli ambienti urbani vicino ai club dove avevamo suonato. Lì abbiamo dato ampio sfogo alla nostra creatività, creando delle situazioni veramente surreali. 

Qual è il palco ideale per i Buñuel? 
Secondo me non esiste un palco ideale, bisogna sapersi adattare a suonare bene in ogni contesto. Ciononostante penso che i concerti migliori li abbiamo fatti nei club di media misura: lì non c’è nessuna barriera; lì possiamo letteralmente scaraventare il nostro magma sonoro dritto in faccia al pubblico. 

Il vostro progetto fa della sperimentazione uno dei suoi elementi cardine, in un momento storico in cui ci si mette in gioco ben poco. Cosa intendete per sperimentazione e fino a dove oserete? 
Con la sperimentazione dichiariamo il nostro completo distacco dal legame con la tradizione musicale, cerchiamo di svincolarci da ogni schema preesistente. Lasciamo che i fenomeni sonori accadano: la sperimentazione nasce dal modo in cui questi fenomeni, già carichi di semanticità intrinseca, si concatenano. 

Bunuel

Avete fatto il disco a distanza e in modo articolato, come preparate invece il live? 
Di solito il live lo prepariamo qualche giorno prima di partire per il tour. Nei giorni di prove scriviamo la tracklist che useremo, con qualche variazione, per tutto il tour. Collaudiamo i suoni e controlliamo che il nostro backline non abbia problemi. 

Quanto conta e quanto spazio ha per voi l'improvvisazione, e quando, d'altro canto,  diventa rischiosa? 
Durante le improvvisazioni cerchiamo di ricostruire il senso di una prorompente vitalità istintiva. In tutto questo è fondamentale, però, costruire un “dialogo” tra noi ed i nostri interventi, e riuscire a stare nel flusso. 

Chiediamo anche a voi una live parade: quella dei tre concerti più belli fatti finora in questo tour. 
Non ho preferenze e non farei distinzioni tra un concerto ed un altro. Questo tour è stato entusiasmante. Il pubblico ci ha accolto sempre con molto affetto in ogni posto dove siamo stati. 

Progetti per il futuro? 
Abbiamo l’intenzione di girare un nuovo video in un luogo paradisiaco. Di più non vi dico.