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Che fretta c’era? Vola sempre troppo in fretta il Primavera (Sound Festival)

Dal 2015 a questa parte la parola “Primavera” per me ha assunto un ulteriore significato positivo: a parte essere la mia seconda stagione preferita, nonostante la maledetta allergia ai pollini che ogni anno mi fa quasi rimpiangere l’inverno, è diventato anche un nome proprio di festival che ha rivoluzionato il mio modo di relazionarmi con il mondo della musica dal vivo.

Da quel primo Primavera Sound Festival, nonostante i festival dove avevo precedentemente lavorato, che avevo precedentemente (e successivamente) vissuto, il significato di “festival musicale” è cambiato, l’asticella è stata inevitabilmente innalzata e la necessità di partecipare ogni anno è diventata così impellente da essere un bisogno quasi fisico.

Il Primavera Sound è un’attitudine, un evento che smuove centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo, una settimana (più o meno) in cui Barcellona diventa ancor di più uno dei cuori pulsanti dell’industria musicale, grazie anche al Primavera Pro, la serie di conferenze e dibattiti organizzati al CCCB, in pieno centro storico, al Raval, parallelamente al festival che si tiene al Parc del Fòrum, vicino alle spiagge.

Mi sono resa conto lavorando a questo pezzo che l’idea che ho di festival è praticamente plasmata sulle esperienze che ho vissuto proprio al Primavera nel corso di questi anni, nonostante le splendide esperienze che ho successivamente fatto in giro per l’Italia e per l’Europa. Se solo ripenso al 2017, quando non sono riuscita ad andare ad assistere mi riprende quella strana sensazione di inadeguatezza che solo chi si affeziona a un evento con cadenza annuale e non riesce ad andare può capire (l’altro festival per il quale mi accade è il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia: ognuno ha le “addiction” che si merita!).

Non sono una fan dell’indie “a tutti i costi”, lo ammetto: mi appassiono di chi sa raccontare delle storie in musica e di chi riesce a toccare le corde del cuore e le parti più nascoste di altri organi insospettabili, quindi al Primavera sono sempre stata attratta da una manciata di nomi (solitamente gli headliner) e poi il mio sport preferito è andare a scovare gruppi e artisti che non avevo mai sentito nominare per innamorarmene perdutamente e iniziare a seguire le loro evoluzioni finché morte (o scioglimenti vari) non ci separi.
Il Primavera Sound è uno dei momenti in cui Barcellona sembra davvero che stia per esplodere: la città viene letteralmente presa d’assalto e il Parc del Fòrum sin dalle 17 diventa un enorme formicaio che brulica di persone che possono scegliere tra un’infinità di opzioni grazie alle quali trascorrere il loro tempo, tra musica, relax, divertimento di vario genere e, ovviamente, pogo selvaggio, sia che la musica lo permetta, sia che non lo preveda.

primavera

Il Primavera è anche un festival “conscious” che ogni anno cerca di migliorarsi dal punto di vista sia dell’offerta di attività da promuovere che migliorano la vita in città, sia dal punto di vista della lotta alle aggressioni sessuali che, purtroppo, in festival così grandi sono sempre dietro l’angolo. L’impegno sociale e lo schieramento politico ed etico sono sempre stati super cristallini, aumentando di anno in anno, ricordando che la musica è politica, noi siamo politica.
Certo, poi ogni anno scatta il contest dei casi umani più casi umani avvistati nei giorni del festival (in città le attività iniziano dal lunedì e continuano fino alla domenica inoltrata, anche se poi il cuore del festival quest’anno sono i tre giorni che vanno dal 30 maggio al 1 giugno) perché è così che ogni festival che si rispetti impone, però si tratta sempre di “folle euforia da Primavera”, penso sia ormai riconosciuta anche clinicamente.

La scoperta del cartellone dell’edizione 2019 del Primavera Sound (il cui claim, “The New Normal”, potrebbe essere benissimo il titolo di un episodio di Black Mirror, se visto da un certo punto di vista) per me è stato un brivido dopo l’altro: in primis la notizia che il 50% dei nomi in cartellone appartenevano a donne, che se mi permettete un po’ di entusiasmo e di ottimismo, è una di quelle splendide rivoluzioni che secondo me si capirà bene solo dalle edizioni 2020 degli altri festival musicali che guardano al Primavera per prendere spunto/esempio (e per cercare di non arrivare troppo in basso rispetto all’asticella). Se il messaggio sarà arrivato forte e chiaro come ci si augura nessuno potrà più rispondere “non ci sono abbastanza artiste donne in gamba” quando si chiederà perché ci sono sempre un’infinità di nomi maschili sui cartelloni dei festival di mezzo mondo.
La nuova normalità del Primavera però non si ferma alla normalità dell’auspicata parità di genere sessuale: apriamo un altro discorso infinito e ci spostiamo alla parità di genere musicale. Sì, perché quest’anno tra gli headliner del Primavera Sound non ci sono solo, Interpol, Mac De Marco, Erykah Badù o i Tame Impala. Ci sono anche J Balvin, Rosalìa, Charli XCX, Carly Rae Jepsen, Robyn, Miley Cyrus e Janelle Monàe. I tabù dei generi musicali sono stati del tutto abbattuti con l’ingresso di uno dei generi più bistrattati del momento: dopo l’ingresso massiccio di rap, trap e hip hop mainstream già avvenuto negli anni passati, quest’anno è stato il turno del reggaeton e non si è trattato, sin dal giorno in cui si è svelata la line-up, di un annuncio indolore.
Eppure anche qui si tratta, secondo me, di una splendida rivoluzione: il cartellone del Primavera Sound 2019 è praticamente un’infinita playlist (230 artisti, nome in più, nome in meno) che riassume il meglio sul mercato di questi ultimi mesi, senza fare distinzione di razza, genere musicale, genere sessuale o appartenenza sociale o geopolitica.

In questo cartellone io ci vedo l’esigenza di dimostrare che (letto come se fosse la battuta di Frankenstein Junior) “si può fare”: chi va al Primavera Sound ci va perché sta vivendo un’esperienza che non dimenticherà mai più per tutta la sua vita e perché sa che non potrebbe essere altrimenti, non perché c’è Miley Cyrus in concerto o i Deerhunter di turno. O meglio, anche perché ci sono gli uni o l’altra, ma soprattutto perché ci sono entrambi e ci si può sentire liberi davvero di vagare di palco in palco o di rimanere sdraiati a farsi inondare dalla musica che, quando è fatta bene, se ne frega dei generi e ti fa muovere il bacino anche se odi il reggaeton e davanti al palco di J Balvin avevi spergiurato che non ci saresti passato neanche per sbaglio. Il Primavera Sound Festival è molto più di un semplice festival: il Primavera è un’assicurazione di riconoscersi comunque in qualcosa d’altro, in qualcun altro, in qualche altro ritmo che non si pensava potesse anche lontanamente interessarci.

Il Primavera Sound Festival è la dimostrazione che la curiosità fa la differenza, in tutti i contesti della vita: Steve Jobs lo ha detto benissimo con il suo “Stay hungry, stay foolish”, il Primavera in fondo lo mette in atto da anni.