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Come riattivare la voglia di concerti, l’intervista a Lorenzo Kruger

(Tutte le foto sono di Antonio Vezzari)

È già passato più di un anno da quando Lorenzo Kruger ha cominciato ad esibirsi per un particolarissimo tour “pianoforte e voce” che lo vede impegnato in location più o meno “usuali”.  Lo abbiamo incontrato durante la tappa milanese dell’Arci Bellezza per discutere “senza scaletta" delle impressioni che si è fatto in giro per l’Italia, tracciare un bilancio del tour ed avere un punto di vista sullo stato di salute del nostro panorama live da parte di un artista che con la sua musica e parole è indubbiamente riuscito a suscitare l’emozione del pubblico nei contesti più vari.


In un'intervista di qualche tempo fa hai sostenuto che la scelta di intraprendere un tour da solista è dettata dal fatto che questo modo di proporre i brani aiuta, in qualche modo, a spogliarli dalla parte scenografica tipica di quando sono proposti con la band al completo. Rispetto ad un approccio “tradizionale” in che tipo di cambiamenti ti sei imbattuto e quali accorgimenti hai dovuto approntare per quanto riguarda la parte organizzativa del tour? 
Per la misura di questo spettacolo mi occupo di tutto personalmente dal momento che riesco a starci dietro tramite i miei contatti e lo storico che ho accumulato nel tempo. Attualmente diciamo quindi che sono in una fase “ad interim” anche perché non ho ancora un’idea chiara di quello che deve essere il prossimo passaggio, sia a livello di pubblicazione e di tutto quello che c’è intorno.

Lorenzo Kruger

L’aspetto che trovo più interessante è che comunque questa modalità ha fatto sì che mi contattino anche dei completi neofiti dell’organizzazione concerti, ragazzi che magari prendono una sala ed organizzano questo spettacolo. Credo che questa cosa andrebbe analizzata di più come fenomeno, perché se da un lato è normale che io venga a suonare qui a Milano o a Roma al Monk, insomma in un locale che chiama l’agenzia o contatta me su Facebook o viceversa, dall’altro è curioso vedere come accorciando la filiera succedono delle cose non calcolate, per cui, appunto, t’imbatti in dei fan che magari vogliono il concerto nel loro paesino, nessuno glielo organizza e quindi scrivono: “Kruger, quanto vuoi? Cosa hai bisogno di trovare?”. A quel punto io gli do tutte le indicazioni del caso e poi, speriamo che Dio ce la mandi buona e vado. Questa cosa in qualche modo riattiva la circolazione, perché, sia chiaro, è sicuramente vero che ci vuole una rete di locali già affermati, a cui le istituzioni garantiscano determinati diritti al fine che il livello di professionalità sia sempre più alto, è anche bello, però, che permanga questa voglia e questo entusiasmo di organizzare concerti in ogni modo possibile. Ce n’è sempre bisogno che nascano nuove realtà e nuovi modi di fare le cose.

È difficile oggi organizzare un concerto in Italia?
È un tema ampio, ovviamente. Sicuramente ci sono molte normative che frenano anche gli organizzatori più entusiasti. Un po’ di deregulation sarebbe certamente più che utile in questo momento. A livello culturale, poi, trovo che tutto sia molto ingessato, probabilmente anche per responsabilità di quelli come me che dovrebbero prendere e tornare lì a muovere un po’ l’acqua, a vedere se nasce qualcosa, anche perché poi, magari, quel bar che ha fatto Kruger e quella sera era pieno di gente trova il coraggio, un giorno della settimana dopo, di chiamare un’altra band e poi un’altra, e se in quell’angolino di buco di culo d’Italia si sta suonando, poi succede anche di là e poi ancora altrove, la gente esce di casa, si ferma al bar, ascolta una band che sta suonando e magari diventa più capace, più critica nel sostenere la cultura musicale. 

Lorenzo Kruger

Se tanti altri cantanti o scrittori di canzoni prendessero quindi la loro chitarra e il loro pianoforte e facessero un giro dell’Italia troverebbero tanti posti e posticini disposti ad accoglierli, e farebbero il loro mestiere che è quello di intrattenere le persone, rivitalizzando al tempo stesso anche una fascia più bassa che è comunque quella da cui parte tutto e che ha bisogno di rimanere viva. Mi è capitato, ad esempio, di suonare in bar dove la signora si dice felice di scendere di casa e trovare una situazione sotto casa sua. Son proprio queste le cose che possono fare bene alla nostra musica: se uno dice “adesso per sei mesi giro così, a piede libero per le città, per i posticini”, invece di rimanere a casa a tirarmela perché sono una grande star ed il mio cachet deve rimanere chissà dove… quelli non sono atteggiamenti da suonatore, sono atteggiamenti da altro.

In questo tour, come detto, hai toccato diversi tipi di realtà dal locale “affermato” alla organizzazione fatta dai fan e logisticamente meno rodata. Hai avuto problemi ad interfacciarti con le organizzazioni senza ricorrere ad intermediari? 
Di certo è stato un lavoro faticoso e probabilmente non è nemmeno premiante nel lungo periodo, ma ho già detto che è stato un lavoro ad interim. Gli intermediari servono a tutt’altro. Se devo pensare all’organizzazione di un concerto, e nello specifico a questo tour in cui fondamentalmente ci sono io che vado in giro con un pianoforte in macchina, non c’è bisogno di molto… Poi, è chiaro, che se uno deve fare un percorso dove è prevista anche una crescita, serve un management, serve dietro una squadra che aiuti chi sta davanti a crescere, a fare le scelte giuste. Questo tour è molto gratificante, perché non c’è dietro un disco, una pubblicazione o un’idea ulteriore che gli dia una forma. In questo momento, quindi, non faccio scelte, mi occupo di suonare perché quello è il mio pane: non guardo, insomma, in prospettiva le date che faccio o la possibilità di trovarmi delle situazioni di rilevo come potrebbe essere un bel festival o un’ospitata interessante e non sto curando quell’aspetto, per cui, per tutto un insieme di cose, è bene che a breve io ceda la gestione delle mie cose o comunque trovi una collaborazione con qualcuno che se ne occupi. 

In passato hai sostenuto che il tuo lavoro è artigianale, come fossi un falegname che “cerca di prendere il legno migliore, curarne i dettagli e creare una sedia”. Alla luce del tour “pianoforte e voce” che bilancio pensi di poter fare sull’attività svolta? 
Questo tour ha lavorato proprio su quel discorso lì: sono stato in giro a misurare quanto sono buone quelle sedie perché fintanto che c’è uno spettacolo, una band, le luci, ed i palchi, le canzoni si lavorano, però non lavorano al 100%. Quando, invece, ti ritrovi sul palco così, in una forma spartana, e riguardi un attimino il tuo lavoro, pezzo per pezzo, cerchi di capire quanto reggano, quanto valgano queste canzoni. Posso dire che da questo punto di vista lo spettacolo sta in piedi, e ciò vuol dire che i pezzi sono funzionali, cioè che se non buoni, almeno funzionano.

Lorenzo Kruger

Inoltre mi sono messo anche in una condizione che mi obbliga ad inventarmi dell’altro, per cui adesso sto anche scrivendo anche delle cose, dei monologhi di un certo tipo di scrittura “bergonzoniana” con la quale mi diverto, intrattengo… per cui questo tour ha avuto tutta una serie di scopi che sembrano tutti rivolti a capire qual è la cosa che devo fare, un po’ un percorso sabbatico. Rispetto al fatto di questo percorso così slegato e deregolato, poi, sono convinto che dovrebbero farlo anche altri, nelle fasi che gli sono utili della loro vita: mi sembra un atteggiamento che comunque tende a creare nuovi soggetti, che rafforza la voglia di organizzare. Quindi van bene i percorsi strutturati discografici, il booking, grandi manager e tutto: se però, in quest’epoca di comunicazione diretta uno ha l’occasione di tanto in tanto di prendersi la libertà di interfacciarsi direttamente con il mercato del concerto, magari eliminando qualche interlocutore, può certamente creare risultati molto interessanti. 

Programmi per l’estate (e per il dopo-tour)? 
Quest’estate spererei di lavorare a qualcosa in studio, magari iniziare a registrare qualcosa. In verità proprio perché non sono seguito, faccio fatica, e lo spettacolo in sé ha proprio bisogno di essere contestualizzato bene, pertanto non posso andare in giro per festival così. Io sono comunque un po’ allergico ai grandi eventi e preferisco le misure più umane dove l’artista riesce davvero a dare qualcosa a livello energetico: un individuo ha infatti una gittata che può essere di un centinaio di metri, il resto lo fanno cose come le luci, il palco o i megaschermi che non mi interessano. Parlando delle energie di un artista, stiamo invece parlando delle energie di un evento, e gli eventi di piccola misura, che sono quelli su cui lavoro meglio, mi sembra che stiano ancora bene.