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Da Marassi, il ruggito che scuote Genova (e l'Italia) - Intervista agli Ex-Otago

Qualche giorno fa abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Maurizio degli Ex-Otago. È stata l’occasione per tirare le somme dopo le prime tappe del tour di Marassi e fare il bilancio della nuova dimensione, non solo del gruppo genovese, ma anche di tutto il movimento indipendente italiano: dai concerti sold-out a un legame sempre più stretto con il rap. Non potevamo non finire con il parlare di Genova, una città che spesso si addormenta, ma da cui stanno uscendo progetti molto interessanti che speriamo di ascoltare presto in tutti i club italiani.

Iniziamo parlando del tour di Marassi: qualche giorno fa si è conclusa la prima tranche che vi ha visto suonare in 18 date in tutta Italia. Che cosa vi hanno lasciato queste date e cosa è cambiato rispetto agli anni passati?
Ci ha lasciato una gran bella sensazione di benessere perché le date sono andate veramente molto bene. Sono state tutte molto partecipate, anzi ci dispiace perché in molti casi molta gente non è riuscita a entrare al concerto, penso a Bologna, Milano, Firenze. Siamo estremamente felici e ci sentiamo anche in debito per chi è venuto e non è riuscito a entrare, per cui rimedieremo velocissimamente: pensiamo di ripartire subito e di ricoprire quelle date, ci saranno belle novità in arrivo nei prossimi giorni. È il primo tour che va così sold out: anche in locali piuttosto grandi come Torino (il locale era il Cap 0100 ndr) tantissima gente è rimasta fuori. Così non ci era veramente mai capitato.


A proposito del live, gli arrangiamenti del nuovo disco sono molto più pieni di quelli del precedente e strizzano l’occhio a un certo pop anni ’80, che magari necessita di campionature durante i concerti. Avete riscontrato difficoltà nella resa live? Come avete connesso il nuovo repertorio a quello vecchio?
Diciamo che rispetto al tour precedente c’è molta più elettronica e più sintetizzatori. Però come ogni nuovo processo, all’inizio, quando stavamo preparando il concerto, eravamo un po’ in difficoltà ma poi trovando la giusta chiave di lettura è andato tutto molto bene. E’ stato anche semplice tutto sommato, a parte una prima parte un po’ di rodaggio, come per tutte le cose nuove. Come quando incominci a scrivere un disco: hai delle idee e non sai bene quale lente usare. La stessa cosa per il concerto, inizialmente abbiamo avuto qualche difficoltà, poi trovando la chiave giusta è andato tutto bene, anzi ora è molto divertente. Siamo molto felici e soprattutto ci gasiamo sempre come dei matti sul palco: vuol dire che va bene. Abbiamo avvicinato i vecchi pezzi al nuovo sound, anche loro del resto devono starci dietro: li abbiamo riarrangiati cercando di mantenere intatto il messaggio e il mood del brano.


Qualche aneddoto dal tour?
La Sicilia ci ha regalato un freddo veramente incredibile che non ci aspettavamo. Da buoni ignorantoni liguri quali siamo, pensavamo di andare lì con bermuda e infradito, ma ci siamo sbagliati di grosso. È stata una cosa bella bizzarra. Poi c’è stato il viaggio più lungo degli Otaghi: Messina-Genova, 18 ore. Ci andavamo probabilmente in Danimarca. Con Saetta (il nome del furgone ndr) che andava a 60 all’ora. Alla fine abbiamo deciso un po’ di sbolognarlo, poveraccio. Poi ci sono state altre cose, inenarrabili (ride ndr). A parte gli scherzi, siamo gente molto semplice ma effettivamente qualcosa di potenzialmente irraccontabile è successa. Una cosa che è successa molto interessante però è stato questo avvicinamento con l’hip hop. Penso alla data milanese, in cui sono venuti  Jack La Furia (recentemente è uscito un brano di “Marassi” rivisitato proprio con Jack La Furia ndr) , Ghali, insomma vediamo come andrà avanti questa cosa, come si svilupperà, però ne siamo contenti.


Infatti, i due stili rispetto a qualche anno fa, si stanno guardando di più. Correggimi se sbaglio.
Secondo me si: noi il rap l’abbiamo sempre un po’ maneggiato negli scorsi dischi e non a caso. Ci ha sempre affascinato, è un linguaggio che ci piace. 


Venendo al disco, nella canzone che apre Marassi, dite più o meno ironicamente "I giovani d’oggi non valgono un cazzo". Ci dai un po’ di nomi di artisti giovani ed emergenti che vi sono piaciuti e smentiscono quest’affermazione?
Ma la nostra era una gran provocazione, figuriamoci: crediamo che i giovani valgano eccome! Infatti, ci sono un sacco di giovani che fanno cose molto fiche. La nostra è un’assoluta provocazione che vuole sfatare questo cazzo di mito, quella brutta abitudine che dice “io ai miei tempi…”, non se ne può più. Ci sono diversi giovani interessanti e promettenti, sto seguendo con piacere vari progetti come Giorgio Poi, piuttosto che Gazzelle, o gente che fa italo-disco, penso a Super Stereo, che fa cose molto interessanti, un ragazzo che abbiamo conosciuto in Sicilia, molto fico, simile a Jolly Mare che però fa delle svise con il synth che durano anche un quarto d’ora. Sono molto ottimista sui giovani, anzi cerco sempre di imparare qualcosa; anche se, dobbiamo dirlo, anche io sono un po’ giovane (ride ndr).


Parlano della musica dal vivo più in generale, visti i numeri positivi di molte band provenienti dalla scena indipendente, come vi sembra che sia cambiato il pubblico dei concerti negli ultimi anni?
Trovo un pubblico più attento, sono ottimista anche su questo: credo sia un pubblico più interessato. Si sta un po’ tornando secondo me ad alcune caratteristiche degli anni ‘80, quando la gente si affezionava davvero ai gruppi. Questa cosa è un po’ tornata, ovviamente con nostro immenso piacere. Secondo me è cambiato in meglio. Forse è una cosa che riguarda solo il pop, o meglio l’indie-pop, anche se di indie ormai non c’è più niente; ma stiamo costatando questo. C’è un grande ritorno all’ascolto, alla voglia di seguire il gruppo, di conoscerne tutte le sue caratteristiche.


Concludiamo scardinando il tradizionalismo sulla musica d'autore genovese: cosa hanno da dire oggi la scena musicale e i suoi club?
Secondo me la scena genovese ha da dire molto anche oggi. Sicuramente ha detto tantissimo prima e noi ringraziamo molto chi ha detto qualcosa, i vari De André e quant’altro. Ovviamente, stimiamo tutto il cantautorato genovese storico e spesso ne attingiamo anche. Però crediamo anche che ci sia un gran bisogno di presente. Perché Genova è una città che spesso si addormenta un po’, fa fatica in primis a riconoscere i suoi figli ed è una cosa brutta. E poi è una città che spesso è molto conservatrice per cui fa fatica ad accogliere il nuovo. Poi per fortuna ha altri mille lati molto positivi, sennò non ce lo farebbe fare nessuno di restare qui. Però ha queste due caratteristiche non proprio gradevoli che ci influenzano un po’. Credo che la scena genovese oggi abbia delle cose da dire, ha un suo messaggio, le sue forme, i suoi colori. Penso agli Od Fulmine, Boris Ramella; penso anche En Roco che è più della scuola cantautorale, come Dente. Ai Cuccioli Morti, L’ultimodeimieicani. Ci sono anche altri gruppi che stanno lavorando bene, speriamo riescano ad andare bene anche oltre al territorio genovese.

Ecco le prossime date del tour:
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