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Dalla strada al palco, cosa significa essere un busker secondo Claudio Niniano

Non c’erano sedie libere al Cicco Simonetta di Milano, dove Claudio Niniano, giovedì 5 aprile, ha presentato “Deserts” il suo nuovo album, il capitolo più consapevole, intimo, e intriso di esperienza vissuta della carriera del giovane cantautore milanese che ha fatto dell’arte del busker il proprio lavoro. Un viaggio all’interno dei deserti intesi dal punto di vista geografico, ma anche relazionale, con le persone che ci stanno intorno, dai genitori, agli amici e alle relazioni. Viaggiatori nella vita e della vita, chiamati a intraprendere percorsi più o meno volontari, come i “Pilgrims”, i migranti dei luoghi di guerra, presenti nell’album che Niniano ha vissuto come una sorta di analisi di sé stesso e di ciò che lo circonda: il tutto davanti a un pubblico consapevole, attento, che era lì per lui, qualcosa di diverso rispetto ai live in piazza e in strada, ma, come ha confermato lui stesso, non lo è nemmeno poi tanto.

Come stai?
Il giorno dopo il concerto ero davvero felice, come da post laurea. È andato tutto bene, me la sono goduta, ho condiviso quello che ho fatto con altre persone, da cui ho ricevuto ascolto e affetto. Sono molto contento per questo lavoro che ora porterò in giro per l’Italia.

Durante il concerto hai parlato di tre dimensioni dove la tua musica prende forma: la tua stanza, la strada e poi i locali. Quanto influisce il contesto in cui suoni su quello che proponi e il modo in cui lo proponi?
Nella mia camera si svolge tutta la parte creativa e di studio, c’è tutto un contatto interiore, diventa uno strumento dove i pensieri, le frustrazioni emergono. Da qui si evolve e diventa un prodotto finito, fatto di pause, momenti di estrema attività: è quasi come vivere un rapporto con sé stessi. Poi c’è la strada, la via intermedia. Credo che sia, per me, il vero palco naturale per esprimere quello che faccio. In strada non ci sono paure, o ansie. Vedo quello che propongo e lo vivo direttamente, capendo l’impatto che ha sulla gente.
Infine il locale, una data precisa, un orario di inizio, le sedie e l’ascolto. In un evento specifico è come se elevassi tutto il lavoro a una sorta di riconoscimento formale, sincero. È un contenitore con una forma strutturata. Il pubblico è lì per te, è fermo, e puoi prenderti il tempo di spiegare le tue canzoni, i testi, far capire perché suona in quel modo. C’è più ansia, è vero, ma come musicista dà soddisfazione, perché crei un mondo sonoro che se funziona, si porta dietro la realizzazione del percorso fatto fino a quel momento.

E il pubblico? Cambia in questi tre ambiti?
Non è così diverso dalla strada, quando si crea un gruppo di persone che si fermano e stanno ad ascoltare. È un ascolto sincero anche in quel caso. In strada parla la musica, in un locale c’è una diversa intimità, nasce la storia della canzone. In strada, c’è il passante stupito. Può sembrare un ossimoro suonare di deserti in piazze piene, o in piazza Duomo. Ma il punto di contatto tra musica e luoghi è proprio in chi suona. Mi sono trovato una coppia che, ascoltando “Playing with silence” si è abbracciata ondeggiando, quasi un ballo, un loro momento. È stato bello.

Sette anni di musica in strada. Con la tua chitarra, il tuo modo di accordarla sempre diverso a seconda delle canzoni, la tua bolla di sapone all’interno del quale ti immergi mentre suoni. Ma te ne saranno capitate di tutti i colori. Raccontamene tre
Tra le cose positive non posso che citare le situazioni dove si fermano tante persone che ascoltano la musica, magari vengono attirate da una cover: l’Hallelujah di Cohen è ancora molto forte in questo. Ma poi inizio con i miei brani e non se ne vanno, restano lì, con la stessa attenzione, ed è molto bello. Una cosa in questi anni è rimasta costante: l’impatto sui bambini. Sono loro a convincere gli adulti che vale la pena rallentare e magari anche fermarsi. Questa cosa continua ancora oggi, e non può che farmi piacere.

Claudio Niniano Simonetta

Poi ci sono le personalità che vogliono inserirsi, per arricchire, a loro modo, il mio live. È capitato una volta che una ballerina iniziasse una coreografia, accompagnando le mie canzoni. Ma anche che una coppia vivesse un loro momento, ballando in mezzo alla gente. Capita anche che qualcuno ti chieda di cantare insieme: lì dico di no, spesso, sia per una questione di permessi, che per il fatto che questo per me è un lavoro, non una semplice passione e quando vai a un concerto non chiedi di salire sul palco a cantare.
Non ci sono state esperienze particolarmente fastidiose. Scoccia quando ti trovi in concomitanza con abusivi senza permesso di suonare. Ti accavalli e non va bene. Faccio parte dell’Associazione Artisti di Strada di Milano e ci stiamo battendo per cambiare questo aspetto, perché l’arte in strada va valorizzata e tutelata.