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Esclusiva: Daughter di I'm Not a Blonde live al Biko. «The Blonde Album ha un respiro più ampio, da band»

Per le I’m Not a Blonde questo 2018 è stato un anno di tour, che è pronto a chiudersi con un trittico di date che avranno nella conclusione un’anticipazione di quello che sarà l’inizio del nuovo anno. La prossima tappa sarà al Pop & Low di Torino, il 26 ottobre. Il giorno dopo, 27 ottobre, sarà tempo di Indie Pride, a Bologna, per la chiusura della parte italiana del tour. L’ultima data in assoluto sarà il 15 dicembre a Berlino, in occasione di All Rooms Festival, al Cassiopea Club. Un’anticipazione delle due settimane di tour in Germania che il duo femminile proporrà nei primi mesi del 2019. Un duo, il loro, che può anche diventare un trio, come hanno potuto apprezzare i presenti della data al Biko, di cui vi proponiamo, in esclusiva, la ripresa live di Daughter, uno dei singoli estratti da The Blonde Album. Ci siamo fatti raccontare come è andato questo tour e cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro, direttamente da Chiara Okland Castello.

La prima volta che vi ho visti live era alla Fabbrica del vapore, un pomeriggio, in occasione del Dizz Festival, ed era la presentazione dei vostri primi tre ep. Com’era l’emozione in quel momento?
Era un pomeriggio, ricordi bene. Ho diversi ricordi e uno di questi è il caldo incredibile che faceva. Milano era molto calda e noi avevamo le nostre magliette, che erano t-shirt over size di un materiale molto pesante, avevamo un caldo incredibile. Ma eravamo alla prima edizione di questo festival, che era abbastanza di avanguardia, mi vien da dire, per quello che è stato fatto poi dai Distratti, che erano gli organizzatori. Si voleva richiamare artisti di un certo rilievo della scena internazionale, su un palco pazzesco, forse il più grosso su cui siamo saliti per un po’ di tempo, fino al Rock in Roma con i Killers. Anche sentire il suono che avevamo su un impianto del genere è stata una grande emozione.

Sperimentazione, suoni ricercati, e una formazione, in duo, particolare. Come siete arrivate a questo “prodotto finale”?
Il live è stato un processo di evoluzione. Come si vede anche nel video live che abbiamo registrato al Biko, abbiamo coinvolto per la prima volta un batterista, formando di fatto un trio. Così ora abbiamo una doppia formazione: abbiamo sempre girato in due, e continuiamo a farlo nella maggiorparte delle situazioni, ma possiamo optare anche per questa alternativa. Il nostro live è un set che è stato un po’ sulla base di quello che avevamo utilizzato per scrivere i primi ep, imponendoci le regole del microkorg, chitarra, loop station e ritmiche elettroniche. Inizialmente è stato piuttosto complicato, con sovrapposizioni di loop di vari strumenti, con il cervellone centrale che registra, le voci e le chitarre di Camilla i synth e un live che si costruiva per pezzi. È un concerto abbastanza performativo dove la parte visiva è importante. Poi, invece, con il disco nuovo che è uscito a gennaio abbiamo voluto provare a fare una cosa diversa. Questo disco aveva un feeling più ampio come sensazione di band e abbiamo voluto coinvolgere un’altra persona, Leziero Rescigno, entrato a suonare le ritmiche.

Un suono, il vostro, molto internazionale, e forse non è un caso che siano arrivate le aperture a The Killers, Franz Ferdinand, Wolf Alice, Hurts. Che effetto ha fatto?
È stata un’emozione fortissima, la più forte ed entusiasmante. C’è sempre la paura che aperture di quel livello possano avere un’accoglienza fredda perché il pubblico non è lì per te. Dall’altra parte siamo contente perché ci sentiamo vicine, come attitudine live, al mondo rock o derivativo di quella scena internazionale: era il contesto giusto, siamo contente perché anche il pubblico era giusto.

Il pubblico di queste band è diverso da quello che incontrate di solito?
Noi siamo state, almeno per queste occasioni, fortunate. Un altro bel feeling è stato, in dimensioni più piccole, a Milano, in Santeria con Wolf Alice. Mi ricordo un pubblico molto caloroso. È diverso dalle altre date, perché è un momento di conquista, magari tu parti e il pubblico è lì che non sa bene cosa aspettarsi e quindi sta a te conquistarli con qualcosa che non conoscono. E quando la risposta è positiva la reazione è forte. Avere quella botta di energia di ritorno è adrenalina molto forte e noi che siamo una band più piccola a livello di bacino di fan siamo abituate a frequentare club di dimensione più piccola. Ci è capitato anche di suonare, in Germania, a Bayreuth, in una sorta di skateboard house, dove il pubblico era di 20 persone ma hanno fatto talmente tanto casino che eravamo sconvolte. Sembrava di essere in una sala con duecento persone.

Dà più soddisfazione un locale pieno per il vostro live o attirare l’attenzione di chi non sapeva cosa avrebbe incontrato ma a fine concerto si avvicina al palco per prendere i cd e complimentarsi?
Sicuramente questo secondo aspetto. Suonare in un locale pieno dove però c’è brusio e disattenzione è la cosa più difficile per l’artista sul palco. Noi preferiamo i pochi ma buoni che i tanti ma distratti.

Quali sono, secondo te, le coppie musicali più incisive del momento?
Io in questi giorni sto ascoltando molto questo duo femminile, i Sacred Paws, inglesi, e fanno una sorta di tropical punk: le ho conosciute quasi casualmente, hanno aperto anche il tour dei Mogwai, loro sono sicuramente un duo interessante. Poi ci sono i Buke & Gase, una coppia lei e lui, che fanno una cosa che è abbastanza un misto tra songwriting folk, però con strumenti autocostruiti tutti distorti in un mix molto folle che ci piace molto.

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Quale sarà il prossimo passo della vostra musica?
Adesso faremo qualche data per concludere la prima parte del tour e stiamo scrivendo pezzi nuovi che adesso capiremo quando sarà il momento far uscire. Ci stiamo muovendo sull’estero, in Germania, dove con questo disco abbiamo avuto un buon riscontro, anche oltre le nostre aspettative e quindi saremo in tour in Germania per due settimane alla fine di febbraio.

Tu hai anche un progetto con Cesare Malfatti, c’è un po’ di elettronica anche lì, ma canti in italiano: quanto cambia il tuo modo di vivere l’esperienza live?
Porta sensazioni e una modalità assolutamente diversa. Questa mia collaborazione con Cesare mi ha permesso di avvicinarmi all’italiano, nonostante sia la mia prima lingua. Io sono nata negli Stati Uniti e la prima lingua che ho imparato è l’inglese, che è anche la mia prima lingua artistica. Questo progetto è stato il modo per traghettarmi in una parte importante di me, mi ha permesso di entrare in quello che è il mondo espressivo della lingua italiana, che è complesso. È stato un buon modo per arrivarci, anche perché con Cesare mi piace molto perché con lui ho più un ruolo da musicista, da band. La prima volta facevo arrangiamenti vocali, come musicista, arrangiando i suoi pezzi con loop station. Poi mi ha coinvolto sempre di più arrivando a cantare le melodie insieme a lui. E ora che uscirà un nuovo disco ci sarà una parte in cui canto insieme a lui e una parte di arrangiamento vocale live. Mi piace moltissimo perché hai una sensazione diversa sul palco, la mia gioia è quella di togliermi la responsabilità del cantante che deve sempre stare davanti e avere relazione diretta con il pubblico. Così invece ho un ruolo secondario e posso rilassarmi di più e mi godo il concerto.