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Davide Petrella: «Nella musica di oggi serve coraggio e onestà»

Il nome di Davide Petrella è presente da più di dieci anni nella scena musicale. Prima con il gruppo Le Strisce, poi la svolta grazie a una delle prime piattaforme social: MySpace. Da lì è iniziato un percorso parallelo ed è diventato uno degli autori più richiesti in circolazione. È l’autore e co-autore delle hit di successo di molti artisti da Cesare Cremonini, a Gianna Nannini, ma anche J-Ax, Fedez, Elisa, Jovanotti, Emma, Fabri Fibra, Takagi & Ketra e molti altri. Ma a tutto questo ha affiancato il suo percorso da cantante, e ora è pronto a portare in tour Litigare, il suo nuovo album, anticipato dal singolo Litigare, a giugno. Nella nostra intervista abbiamo parlato di tutto, da quei primi contest a scuola, alla musica nuova che deve avere coraggio e onestà.

Sono finalmente arrivati i concerti, cosa provi in questo attimo prima di salire sul palco?
È la cosa che più mi diverte fare insieme allo scrivere canzoni, tutto il resto non è che mi dia molto gusto. La scrittura, lo studio e i concerti mi divertono molto. Ora siamo in questa fase e finalmente ci portiamo in giro le canzoni e proveremo a portarle il più lontano possibile e coinvolgere sempre più persone. Sono contento perchè abbiamo chiuso molte date e ne stanno arrivando altre.

Cosa c’è di diverso, nel tuo modo di affrontare una data, dai primi live con Le Strisce?
L’emozione è sempre la stessa, per me. Gli artisti, quelli veri, hanno sempre la paura buona di salire sul palco, la paura dell’emozione di doversi esibire e mettersi a nudo. Perché alla fine un live è questo, era così da ragazzino e spero che non cambierà mai. La scintilla che ti porta a scrivere canzoni, salire sul palco con la voglia di spaccare: è una cosa preziosa che spero di non perdere mai. Rispetto al percorso con la band è tutto diverso: con loro c’era un set dal vivo molto chiaro, come era dentro al garage, così era sul palco. Ora il gioco si è complicato, la musica è andata altrove. Mi piace giocare con suoni e linguaggi nuovi, cimentarmi con cose al passo con i tempi e anche nel live mi piace fare un ibrido tra suonato, cantato ed elettronica. Con me, sul palco, ci sono tre musicisti a cui aggiungere l’elettronico che riempie il quadro sonoro. È divertente andare in giro non solo con il computer e non solo con la band. Ho provato a mettere insieme tanti elementi che mi piacciono.

Ti ricordi il tuo primo live in assoluto?
Il mio primo live in assoluto è stato con una band di cui non ricordo il nome, forse nemmeno lo avevamo. Era un contest a scuola, io suonavo la chitarra, a cantare era una ragazza: facevamo parecchio schifo ma siamo arrivati terzi e questo ci ha dato coraggio. Il primo vero live in un locale è stato durante un altro contest, facemmo schifo anche quella volta ma vincemmo il contest e il premio era la possibilità di registrare una demo di canzoni. Fare schifo delle volte funziona: in quel caso permetteva di arrivare in modo spontaneo con quello che volevi dire. È quello che faccio tutt’ora, cerco di essere onesto, quando vado sul palco, preferisco giocarmela con tutte le varianti possibili. Anche con il chitarrista che fa una nota male o il tastierista con una mano sola. Preferisco avere tutte le incognite piuttosto di qualcosa di impacchettato e preciso.

Ma la tua vita artistica ha avuto una svolta anche sotto il profilo autorale: che emozioni ti ha dato sentire il primo live con canzoni scritte da te ma cantate da altri?
È stato molto figo, mi emoziono ancora quando sento un pezzo alla radio o in un palazzetto. È una cosa che gratifica, riesco a scindere le due vite, quella dell’autore e quella del cantante. Quando scrivo sono consapevole in partenza di fare delle cose che devono stare addosso a una persona o un’altra. Non penso mai che se l’avessi suonata io avrei sfondato. Sono solo molto contento e scindo queste mie due vite.

Nel tuo caso tutto è iniziato con MySpace: sembra una vita fa, ora invece ci sono You Tube e Spotify. È la stessa cosa, ma in tempi differenti, o ci sono differenze e attenzioni particolari?
Non lo so, penso che le prime piattaforme arrivavano più inaspettate. MySpace, ma anche Facebook: non si sapeva quale fosse il potenziale di quella cosa. L’approccio era molto più libero, oggi già sai che puoi ricavarci dei soldi e non è un mercato così libero come sembra. Anche lo stesso Youtube o Spotify hanno le loro preferenze, come se fossero una radio, non è proprio un libero mercato dove metti la canzone e vedi quel che succede. È diventato più sgamato.

La tua collaborazione con Cesare Cremonini è nata con Fare il cantante, mi racconti come è andata?
Nel periodo di MySpace quella canzone in particolare iniziò a girare in una piccola radio: Cesare la sentì e ci scrisse che gli era piaciuta, così come gli piaceva il nostro progetto de Le Strisce. Così su due piedi non avevamo creduto che fosse davvero lui. Da lì abbiamo iniziato a scriverci, lo abbiamo invitato in studio ed è venuto davvero. Abbiamo iniziato a stringere il rapporto, diventando amici e per gioco, qualche anno dopo, mi sono trovato a casa sua e abbiamo iniziato a scrivere qualcosa. Quel qualcosa era Logico. Lì ho capito che scrivere per altri mi divertiva parecchio.

Ora sai rispondere alla domanda di Fare il cantante? Quanti poeti sono rimasti?
Bella tosta: io non sono uno snobbone sulla musica, tutta la musica nuova ha un senso. Nella trap così come nell’indie, o quello che sta per arrivare. C’è sempre qualcosa di buono soprattutto se arriva dalla fame, dai ragazzini che vogliono spaccare. Mi piace meno quando diventano regolette da ripetere per 90 progetti che si autoclonano ed è tutto molto simile: apprezzo le novità e tengo le antenne dritte. Forse il contenuto si è abbassato ma magari ne guadagniamo in metriche diverse. Non siamo più i parolieri della scuola dei cantautori ma abbiamo sempre il nostro perché.

Siamo nel periodo in cui c’è la diatriba tra chi chiede ai cantanti di metterci la faccia e di cantare canzoni che abbiano dei messaggi importanti e chi invece difende la leggerezza di testi semplici, orecchiabili ed immediati: tu da che parte stai?
Io penso che la grande canzone debba essere onesta: che parli della lavatrice o del tostapane poco importa. Voglio l’onestà non l’esercizio di stile e la regoletta simile all’artista di successo. In questo momento manca un po’ di onestà e coraggio, meglio dieci anni a mangiare merda con qualcosa che abbia personalità piuttosto che due anni di fama e poi passare nel dimenticatoio. Sempre più spesso vedo progetti che durano il tempo di una sigaretta e forse non è un modo efficace di affrontare la musica. Se dovessi consigliare qualcosa alle nuove leve, gli direi che più che la sensazionalità della parola o del tempo spero che portino onestà.

Davide Petrella

Ho sempre pensato che quando un autore decide di fare un disco suo è perché ha canzoni che non potrebbe cantare nessun altro. A quale sei particolarmente legato?
Per quanto riguarda il discorso sull’autorato purtroppo non è sempre così. Non sempre si riesce a scindere le due professioni. Non è detto che siano collegati i due mestieri. Uno che è bravo a scrivere non è scontato che sia bravo anche a cantare. Io sono molto legato a Litigare la prima canzone di questa nuova ondata che mi ha fatto capire che c’era un altro parco divertimenti dove avrei potuto giocare. Ma anche Lunapark e Per salire più in alto, perché penso che sia cucita e nata per me.

C’è qualcuno, oltre a te, che pensi che potrebbe interpretarla in modo convincente?
No mai, sono molto severo in questo. Quando canto qualcosa per me, mi vado a complicare la vita per scoprire cose nuove che non hanno attecchito su altri. Quando ho fatto Le Strisce, eravamo molto indie, per testi e atteggiamento, pur con tutte le ingenuità e gli errori del caso. Eravamo indie a tutti gli effetti, e dico spesso che se fossimo usciti 5 anni dopo avremmo avuto vita diversa. Sono arrivato troppo presto, ma ci avevamo visto giusto. Ecco, ora spero di fare qualcosa che non servano dieci anni per capire che è qualcosa di buono.

Stai per salire sul palco, qual è la cosa che più ti fa salire l’adrenalina: le luci, il pubblico o il microfono che ti aspetta per iniziare?
Ci sono tante cose, vengo da dieci anni di furgonate violente e tante situazioni diverse. Tra queste c’è l’incognita della strumentazione perchè magari hai dimenticato qualcosa o l’impianto fa schifo e devi risolvere il problema. L’unica cosa che mi fa stare sereno è che la strumentazione sia tutta ok e ti para il culo. Perché così puoi fare il tuo show stando sereno che a livello tecnico va tutto bene. Mi fa venire più strizza questa cosa piuttosto che vedere che canti davanti a tre persone o duemila.

Qui le date del tour

19/10: Padova – Hall
20/10: Parma – Zu
25/10: Milano – Rock’n’Roll
26/10: Bologna – Covo Club
27/10: Roma – Le Mura
16/11: Torino – Off – Topic
17/11: Pisa – Lumiere
29/11: Perugia – Rework
30/11: Diavolo Rosso
XX/11: Napoli – Tba
14/12: Foggia – The Alibi
15/12: Avellino – Tilt