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Gaetano Petronio: «Nell'epoca dei social l'addetto stampa lavora sulla credibilità»

Gaetano Petronio lavora nel mondo della musica e della comunicazione praticamente da sempre. Dal 2012, dopo aver lasciato Parole & Dintorni, ha fondato l’Ufficio stampa Gpc, che lo ha portato a collaborare con diversi artisti, festival ed eventi. Da progetti emergenti, ad altri già acclamati, sempre con un unico obiettivo: «Lavorare sulla credibilità del profilo che hai di fronte». Un’esperienza la sua che ci ha permesso di indagare insieme a lui sul ruolo, oggi, dell’addetto stampa, con gli errori che una band alle prime armi non deve commettere e i consigli per arrivare pronti quando sarà il tempo di bussare alla porta di un professionista del settore.

Chi è oggi un addetto stampa?
L’addetto stampa è colui che gestisce le relazioni con i media tra artisti, istituzioni e qualsiasi committente che abbia bisogno di qualcuno che intermedi per lui.

Possiamo però dire che questa definizione ha avuto un’evoluzione in questi ultimi anni?
Sì si è evoluta: diciamo che quella definizione è ciò che meglio definisce le varie accezioni di questo lavoro. Sostanzialmente adesso l’addetto stampa è qualcosa che si muove soprattutto nei casi in cui la comunicazione deve essere istituzionale e di un certo profilo. Ormai va sempre più a lavorare sulla credibilità più che sul resto. È la sua funzione principale, con l’avvento dei social il focus è diventato grosso modo questo. Prima dei social l’addetto stampa era colui che si occupava in toto della percezione mediatica dell’artista. Dal quotidiano, al sito, alla radio, al gossip, a come si presenta in una trasmissione televisiva, l’addetto stampa ci metteva sempre il becco. Con l’avvento dei social si salta l’intermediazione e si opera su un altro binario. Ora il nostro compito è quello di far fare l’intervista sui quotidiani o su quei siti che vanno a migliorare il profilo dell’artista. Sui social, invece, l’artista va a parlare direttamente con il pubblico e le sue affermazioni sono di responsabilità sua. Per questo dico che si sono creati due binari differenti di lavoro.

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C’è chi dice che un addetto stampa oggi deve essere più un social media manager che, possibilmente, sia in grado anche di chiudere le date, sei d’accordo?
Assolutamente no: quella è un’idea che probabilmente sembra modellare quella che prima era la figura dell’addetto stampa e del discografico. Se ti occupi di tutto, professionalmente non ti occupi di nulla. Ogni figura ha la sua dinamica e il social media manager non avrà mai il modo di essere di un addetto stampa. Peggio ancora con il booking: chiudere una data è proprio tutta un’altra cosa. Si ragiona proprio in modo diverso. Fare tutto tutti è qualcosa che in qualche modo va verso la deprofessionalizzazione.

Quali sono gli errori più frequenti di una band emergente che si affaccia al mondo della comunicazione?
L’errore più frequente è quello di pensare che l’addetto stampa basti per creare una credibilità. Vengono da me e dicono di non avere nulla, nè etichetta, nè date, ma che vorrebbero avere un ufficio stampa. Questo è mettere il carro davanti ai buoi perché se non hai credibilità su cui lavorare non puoi avere un profilo. Rischi di trovarti grosse fregature perché la poca professionalità è dietro l’angolo, soprattutto se si presenta uno che dice di poter far tutto: lo puoi fare in piccole realtà, dove puoi arrivare fino a un certo punto. Chi adotta questo tipo di ragionamento deve però decidere cosa fare, o l’addetto stampa, o il manager o altro: se è già confuso lui è un problema. L’artista e chi lo cura non devono essere entrambi confusi.

A questo punto che consigli daresti a chi vuole chiedere una mano per diffondere la propria musica?
Io dico sempre, ai gruppi che arrivano da me chiedendo di fare da addetto stampa, di ragionare come i cerchi dello stagno. Se butti un sasso si creano dei cerchi. Prima serve lavorare sulla comunità che ti circonda, poi ci si allarga alla città, alla regione, a una comunità musicale in parallelo e una volta conquistata la credibilità si può andare dai professionisti: è sempre stato così. Non è che diventi uno Zucchero da un giorno all’altro. L’addetto stampa è l’amplificazione di quella che è già la realtà di un musicista. Se un musicista non sa suonare non è l’addetto stampa che lo rende grande, deve avere già la capacità.

gaetano petronio

Oggi è meglio la promozione di una data importante, o una recensione?
È un cane che si morde la coda: un giornalista perché recensisce bene un gruppo? Perché gli è arrivata la voce che quella band suona bene, e suona bene perché ha fatto tanti live e li prepara bene. Una volta che suoni bene è ovvio che significa che dietro hai un progetto solido e un disco valido. Un buon live e un buon disco ti permettono di aumentare la famosa credibilità di cui stiamo parlando. È importante far sapere in giro sia della data che del disco, ma se poi l’artista dal vivo fa cadere le braccia siamo punto e a capo. Un buon musicista deve essere già pronto. È il contenuto che porti che conta, non solo come lo comunichi. Tutto poi avrà il suo effetto.

Ti sei mai trovato a lavorare per un progetto che sapevi che non avrebbe portato ai risultati sperati?
Non lo sai mai sostanzialmente, ogni progetto è una scommessa in qualche modo. Posso capire che ci sono dischi che hanno buoni presupposti e altri no. Sono sempre molto onesto, se vedo che un album è buono lo prendo altrimenti no. Non credo nel promuovere una cosa che non abbia le basi. Voglio credere in quello su cui lavoro. Ti faccio un esempio: mi hanno proposto un progetto e oggi li ho chiamati per dire che non c’erano i presupposti perché quello su cui avrei dovuto lavorare non è in linea con quello che succede ora nell’ambiente della musica e avrei rischiato di fare una rassegna grama e di far spendere soldi per nulla. Lavoro così, per principio: preferisco non entrare in cose che poi non possono lasciare il musicista soddisfatto. È una questione anche di etica: non sono il mago Silvan, non impongo nulla a nessuno. Diciamo che puoi anche promettere tot recensioni, porre degli obiettivi, ma nessuno ha la scienza in tasca. Serve la carne da mettere sul fuoco.

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Gaetano Petronio con la band di Jack Savoretti (di cui è ufficio stampa da 4 anni)


Al contrario, hai mai trovato un progetto che ti ha sbalordito per la risposta della critica e del pubblico?

Sicuramente sono rimasto molto stupito da quanto successo con The Andrè, nessuno di noi se lo aspettava. Funziona molto bene su YouTube, certo, ma un riscontro simile sui quotidiani è stato incredibile. I giornalisti hanno notato che c’era molto da scrivere a riguardo e gli articoli emersi sono andati anche oltre le aspettative.

Come si evolverà il tuo lavoro?
Sicuramente saremo sempre più a fianco dei social media manager: credo che nessun addetto stampa che non abbia preso in considerazione questo cambiamento possa sopravvivere a quello che succederà. È ovvio che non puoi vivere la promozione attuale senza pensare ai social media e al loro linguaggio. Un domani sarà sempre più presente e anche nella politica il discorso è simile: l’addetto stampa muove il social media manager per far postare la dichiarazione del politico di turno, che viene ripresa dal giornalista per poi essere rimediata dall’addetto stampa. I giornalisti vanno sempre di più sui profili piuttosto che passare dall’addetto stampa. Per questo penso che l’evoluzione di questo lavoro dipenderà anche dalla velocità delle dinamiche del mondo della musica. Diventeremo sempre più dei consiglieri di linguaggio, di modi, che è già ora una parte del nostro lavoro, ma diventerà sempre più importante. Probabilmente avremo più la funzione da consigliere, ma anche qui dipende. Chi può dirlo.

Foto di copertina: Credits: Fabio Marchiaro. Al centro Gaetano Petronio, alla sua destra Marta Scaccabarozzi (collaboratrice), alla sua sinistra Glenda Gamba (responsabile produzione Flowers Festival).