Live People

Giancane: 'Ansia e Disagio', il lato più reale degli anni '80

Nel video di Disagio, verso la fine si vede un vecchio che fomentato muove la testa a tempo in una macchina bianca col finestrino abbassato. Quella è la descrizione più accurata che si possa avere della prima volta che ho sentito Odio i bambini, sfrecciando sulla Laurentina, finché, ferma a un semaforo, mi si è accostata una macchina e qualcuno ha iniziato a cantare con me.

Il giorno della presentazione dell’album di Giancane al Monk, giovedì 7 dicembre, Ansia e Disagio è fuori da meno di due settimane. Il backstage conta un pianoforte impazzito, trenta anime e due costumi di Babbo Natale, tre quando Chef Rubio arriva portandone un altro. Una festa vera e propria, ma contornata di ansia, come piace a noi.

In questo disagio, abbiamo scambiato due chiacchiere con Giancane e abbiamo scoperto che forse, l’unico vero unificatore d’Italia è Gigi D’Agostino.


Ansia e Disagio è uscito da meno di un mese, quali sono le reazioni più divertenti che hai ricevuto?

Claudio (Gatta, il batterista, ndr) è stato in realtà l’unico a commentare. Mi ha chiesto se volessi inserire davvero la parte sui nani (“e odio anche i nani, con quella testa, quelle braccia e quelle gambe da bambino, odio i nani e anche i bambini”, Non Sono Ricco, ndr) e io ho detto di sì, tanto è gag. Non ho avuto reazioni troppo strane, tutti a dirmi quanto fosse figo! Sono un po’ deluso adesso che mi ci fai pensare. Però quando ho postato la copertina, un sacco di gente se l’è stampata e si sono messi tutti a fare il cruciverba. Mi mandavano le foto e mi chiedevano le soluzioni, quindi ho aiutato.


Hai detto più volte che quest’album è una specie di seduta terapeutica e, da persona ansiosa, capisco il perché. Dimenticandoci le mattine di pioggia e le conversazioni in ascensore, quali sono le cose che non ti mettono ansia?

Suonare live non mi mette ansia, quando sono sul palco è l’unico momento in cui sono proprio sereno. Il momento prima, invece, è la cosa più deteriorante; ci sono dei tempi di attesa lunghissimi. Oggi per esempio sono qui dalle quattro, sono già le nove e mancano ancora due ore. Il prima è proprio ansioso, però fa parte del gioco, a modo suo è anche divertente. Quando salgo sul palco, finalmente mi libero.


Musicalmente parlando mi sembra un album molto eterogeneo, quali sono le influenze principali?

Non ti saprei fare dei nomi, diciamo che abbiamo ascoltato qualsiasi cosa. È un album nato in tour, influenzato da quello che ascoltavamo in furgone, dalle persone che conoscevamo e molto anche delle esperienze. 

La cover di L’amour Toujours è nata live ed è una cosa che abbiamo dovuto inserire nel disco. Durante i concerti c’è sempre un momento, "il momento Lucchesi" (Alessio Lucchesi è il chitarrista della band, ndr), in cui facciamo scegliere al pubblico tramite applausometro tra cinque o sei pezzi italiani famosissimi, dalla Pausini a Baglioni; i classici pezzi da spiaggia che conoscono pure i sassi. Al 100%, ovunque andiamo, da nord a sud, vince sempre Gigi D’Agostino. In Sicilia, Roma, Torino, Valle D’Aosta..., il risultato non cambia. Abbiamo scoperto che l’unico vero mezzo per unificare l’Italia è Gigi Dag. È una ricerca sociologica curiosa, ci sarà un motivo del perché Gigi Dag, ma io non lo so. Io ho tantissimi ricordi legati a Gigi D’Agostino, ma tutti molto dopo il vero periodo Gigi D’Agostino… Ma quella è la cosa bella! L’altra notte, ad esempio, ero a San Giovanni e mi si è affiancata una macchinetta elettrica, di quelle che non devi avere neanche la patente per guidarla. Dentro c’erano due ragazzini e stavano ascoltando L’amour Toujours a palla. 

Mi sembra una cosa meravigliosa, davvero; alla fine si parla del ’99, probabilmente non erano neanche nati.


In Limone possiamo ascoltare la tua visione di quelli che erano gli anni ’80; sul finale del disco, invece, c’è un momento revival  di fine anni ’90 a me molto caro: L’amour Toujours di Gigi D’Agostino. Come pensi che sia cambiato il modo di fare musica dal vivo in questi trent’anni?

Intanto volevo ringraziare Rubio per aver prodotto il video di Limone, ha fatto davvero un lavoro eccezionale, e i ragazzi di Image Hunters che lo hanno girato. Con Limone volevamo raccontare il lato meno lustrini e più reale degli anni ’80: non c’erano solo cose belle negli anni ’80, io vivevo a Ostia, dov’è stato girato il video. La parte della bicicletta è autobiografica: me l’hanno rubata così a sei anni e sono rimasto traumatizzato. L’idroscalo, ma Ostia in generale, è ancora così; adesso va di moda parlarne ma non è mai cambiato niente. Ma non farmi entrare nei dettagli, altrimenti non smetto più…

Diciamo comunque che negli alti livelli si fa sempre molto bene, ci sono musicisti che hanno gli attributi, uno per esempio sta suonando adesso il pianoforte (Luca Cirillo, ndr). Il problema, invece, dell’indie è che manca un po’ di sostanza, che invece possiamo ritrovare nell’underground vero e proprio. Io faccio il fonico per concerti dal ’99, avrò lavorato a più di duemila serate, quindi vedo davvero di tutto. Gli emergenti hanno la voglia di suonare e di farlo bene, pure se sono davanti a tre persone, una voglia che manca ad altri. 

Ora c’è questo "mischione" tra indie e mainstream che sta dando dei risultati strani.

Manca una parte secondo me: serve sicuramente il lato social, ma durante i live si vede chi ha anche la sostanza e chi non ce l’ha. Ci sono sempre i mostri sacri che arrivano e fanno il culo a tutti, fortunatamente. L’ultimo che ho visto è stato Nick Cave, un concerto spaziale, anche se mancavano grandi pezzi pop suoi. In Italia penso ai Fast Animals and Slow KidsTruppi o Motta. Lì vedi la differenza dell’artista, secondo me. Puoi avere centomila followers, ma se il live fa schifo puoi fare poco. 

Io per fortuna mi sono contornato di persone con le palle.


Secondo te questo cosiddetto "mischione", crea svantaggio a chi si sta approcciando adesso, partendo quasi da zero, al mondo della musica?

Sicuramente sì. Il problema di questa cosa, in particolare a Roma, è che manca un taglio medio di locali live. Non c’è più un locale per emergenti; il Monk per riempirlo ce ne vuole. Come locale da duecento posti è rimasto solo il Wishlist Club o Le Mura, che è ancora più piccolo. Io lavoravo al Traffic che faceva duecento persone ammassate a morire, ma anche se ce ne stavano solo cinquanta non sembrava vuoto. Anche quello fa tanto, pure per chi deve suonare.

L’ambiente in cui suoni ha una rilevanza altissima per la riuscita di un concerto. Per esempio se penso a Motta, io qui al Monk non sono voluto venire a vederlo, perché lo so che in un club il suo concerto ha una resa diversa. Avevo il ricordo del suo concerto a Villa Ada che è stato perfetto, lui è un musicista pazzesco, non fa mai niente di sbagliato. Si vede che ha fatto una gavetta importante. 

Trovarsi davanti a tremila persone non è una cosa da poco, io faccio ancora fatica. Stasera se ci sarà il pieno io me la farò sotto, anche se sono vent’anni che lo faccio.

Mi immagino che per chi ha poca esperienza, un live del genere è una sfida. È bellissimo, non sto dicendo che sia brutto, ma è una cosa importante, che non è facile gestire. Nell’ultimo live che abbiamo fatto a Roma, al Villaggio Globale con Borghetta Stile, abbiamo suonato davanti a quattromila persone; io mi stavo per mettere a piangere.

A una persona che sta iniziando adesso e magari si ritrova da non avere un locale vero e proprio dove fare una gavetta al mare di gente, penso prenda un colpo.


Come cambia – se cambia – il rapporto di Giancane con il pubblico rispetto a quando suoni con Il Muro del Canto?

È molto diverso, è proprio un altro approccio. Con loro esprimo un mio lato e qui ne esprimo un altro che non posso esprimere al cento per cento con loro o risulterei pazzo. In realtà abbiamo delle cose in comune, soprattutto da metà concerto in poi, quando anche il Muro diventa più caciarone.

Però il mio è tutto una caciara, mettiamo in mezzo le persone del pubblico, le coinvolgiamo. Tutti i live sono sempre diversi. Abbiamo fatto le prove per il tour adesso ma probabilmente riproveremo tra due anni. Tutto quello che verrà in mezzo sarà un’evoluzione della nostra esperienza. Con il vecchio tour era tutto improvvisato, Claudio (Gatta, il batterista, ndr) non ha mai provato. Durante la prima data, che era la più grossa che avessi mai fatto a Roma, lui seguiva il mio piede: io battevo il piede e lui mi veniva dietro, fortunatamente lui è bravissimo per cui è venuto bene. Se dovesse ricapitare adesso penso che non sarei più in grado di farlo, la fatica fisica non è indifferente!


Quindi vedremo molte differenze rispetto al tour di Una Vita Al Top?

L’approccio è sicuramente diverso, ma lo vedremo stasera come cambierà, non lo so neanche io con precisione. Però mi fido della band, del fonico… mi fido di tutti, anche del pubblico. So già chi ci sarà, chi farà più casino – a Roma ormai le facce sono quelle, ci sono tantissimi amici. Però sarà un pochino più incazzato come live. C’è stato un cambio di strumentazioni, per andare verso qualcosa di più punk, alcune parti meneranno tantissimo.


Quale canzone non vedi l’ora di suonare del nuovo album?

Stasera Ipocondria, perché sarà la prima e forse ultima volta che la faremo con Rancore, Michele al basso, tutti… Stasera sarò a tremila, è esattamente come l’abbiamo fatta sul disco. Poi nei prossimi live senza Rancore non so come farò: visto che non so minimamente rappare, mi dovrò inventare qualcosa. È la mia canzone preferita del disco e la mia preferita da suonare dal vivo. Per il resto, Disagio. Verrà benissimo, si presta proprio bene; la faremo molto Blink182, non so come altro dirlo. Viene proprio qualcosa tra il punk e il folk, non sarà per tutti, ma chi se ne frega, vuol dire che toccherà convincere qualcuno a pogare…



>>> Segui Giancane su facebook


>>> Ascolta Ansia e Disagio