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Il fuoco in una stanza: intervista agli Zen Circus

Foto di copertina Ilaria Magliocchetti Lombi

Foto di Irene De Marco


È in un pomeriggio qualsiasi che arriva una telefonata da parte di Claudia Felici, da Big Time: "Giorgia avrò gli Zen in ufficio per presentare il disco, ti interesserebbe intervistarli per KeepOn Live?" La risposta a quella domanda la trovate qui sotto, in una interessante chiacchierata con Appino e gli altri Zen Circus, condita da birre, pizza, una torta al cioccolato e la grande domanda "Ma Il fuoco in una stanza, secondo te, è il focolare che riscalda oppure una bottiglia incendiaria tirata nella stanza a bruciare tutto?".


Dopo aver girato tutta l’Italia e aver fatto decantare La Terza Guerra Mondiale, avete capito da dove proviene tutto l’odio e la violenza vomitate sui social e nella vita?

Appino: Non l’abbiamo capito, altrimenti faremmo i sociologi e non i cantanti! Gli Zen sono una band “sociale” per cui molto spesso ci fanno domande su cosa dovrebbe/potrebbe fare questo paese e mi fa sempre ridere il fatto che lo chiedano a noi; effettivamente sono 18 anni che suoniamo, 15 che siamo in tour e giriamo il Paese. Ma dovete considerare che noi vediamo un lato incredibile del Paese: per esempio in Molise, in un paese piccolissimo, i ragazzi che tornano lì dalle altre città insieme a quelli che ci abitano stabilmente, organizzano un festival in cui investono tutte le energie e le forze che hanno in un evento bellissimo che dura tre giorni. Noi arriviamo lì e vediamo una cosa meravigliosa in un posto in cui se tornassi non per suonare dire “Cazzo com’è difficile vivere qua”. Girare con gli Zen non ti fa vedere la realtà ma una parte particolare e bellissima di essa, ed è per quella realtà che io sento di avere dei doveri. Non perché il festival è figo ma perché c’è un’armonia tra i ragazzi che si sbattono per fare le cose.

Di là, nel mondo reale che abbiamo intorno, non l’ho capito da dove arriva, lo posso solo immaginare; immagino che i social siano lo specchio di quello che succede. Personalmente sono poco ottimista sulle capacità umane: per quanto gli esseri umani siano una cosa meravigliosa -odio quando si dice che gli animali sono migliori delle persone perché secondo me è un modo per nascondere la voglia di lavorare sui propri simili- di base non credo che in 8 miliardi che saremo a breve potremo tutti convivere felicemente, soprattutto nel modello di sviluppo in cui viviamo adesso: quello per cui 1/3 delle persone che vivono sul pianeta hanno i 4/4 delle risorse disponibili. Ma ovviamente questo non è un problema soltanto dell’Italia. È una cosa difficile.

Io vengo da una famiglia di operai, quindi dai quartieri popolari dove sono cresciuto coi miei consimili ed è con i miei consimili che faccio questo lavoro qui, oggi. Con quelli con cui son cresciuto, ho difficoltà a parlare: abbiamo preso strade talmente diverse per cui quando parlo con loro sento dei mostri muoversi dentro. Mostri che posso comprendere perché c’ero quando nascevano e se fossi rimasto lì chissà quanto sarebbero cresciuti. Pasolini ci aveva visto giusto quando diceva che la società dei consumi ha fatto in un anno quello che non aveva fatto il fascismo in vent’anni. Credo ci siano anche tanta insicurezza e mancanza di voglia di affrontare i fantasmi del passato. 

Noi parliamo tanto di famiglia anche perché è lì che si costruiscono i ¾ di quello che sarai; alcuni degli amici con cui son cresciuto hanno avuto dei problemi in famiglia che non hanno mai potuto risolvere per mancanza di strumenti e la mancanza di risoluzione delle questioni proprie ti porta a rivomitarle sulla società intorno.

Però è impossibile che otto miliardi di persone avranno tutti gli strumenti per fare quello che vogliono, diventare ciò che vogliono e godere a pieno della loro vita. Otto miliardi di artisti o di persone che nella vita vogliono fare quello che più gli piace non possono esistere; per come è strutturato il mondo ora abbiamo bisogno della classe operaia che non sappia nulla, che stia zitta e che lavori. Avete voglia di dire che questo è un discorso da comunisti? No, perché non lo sono. Ma è un discorso vero e, finché vivremo in questa maniera qui, c’è bisogno che metà popolazione lavori a 3euro l’ora di modo che tu possa realizzare i tuoi sogni. È un dato di fatto. Come è un dato di fatto che quelli che prendono 3euro l’ora votano i populisti, votano Salvini, votano i nazisti. Che devono fare? È normale, è sempre stato così. E questo è reale, lo vedo quando mi confronto con le persone con cui sono cresciuto, e vedo che il fatto di aver fatto un gruppo rock, di aver girato il mondo grazie a esso, mi ha dato degli strumenti che queste persone non hanno. E io dopo due settimane di tour me ne vado a Los Angeles per riprendermi, mentre loro vanno in fabbrica 8, 9 o 10 ore.


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Quanto la provincia vi ha aiutato e quanto ostacolato ad essere quello che siete?

A: Ostacolato non direi, mai. Sicuramente la provincia ha disegnato i contorni degli Zen; per esempio questa cosa molto folle che c’è nelle grandi città dell’HYPE, questa psicosi di funzionare, con noi non attacca. Un’altra cosa bellissima di cui non si parla mai e che si è verificata grazie alla provincia è che proprio in provincia ho potuto vivere di musica mentre altrove non avrei potuto. E l’ha fatto in maniera bella, facendomi prendere grandi soddisfazioni e dandomi il tempo di poter lavorare con i modi e nei tempi che volevo e senza una famiglia alle spalle che mi mantenesse.

Non è poco! La provincia mi ha regalato un mestiere 5 anni prima rispetto a qualsiasi altro posto e quei 5 anni ho potuto investirli lavorando solo sulla musica. Non c’è niente che invidio al non essere stato un provinciale ma la fortuna di fare questo lavoro è che quando ti senti stretto puoi andare via e poi tornare.

 

Dopo esservi concentrati sul mondo esterno e le guerre che vive, fate uscire un disco sui rapporti affettivi; quindi, in qualche modo, siete tornati a guardare dentro casa dopo essere andati in giro per il mondo.

A: Hai detto quello che direbbe Ufo, se fosse stato qui ti avrebbe dato la mano e sarebbe andato via! (ride - ndr-).

È esattamente il motivo per cui l’abbiamo fatto e perché aveva senso farlo. In questo momento abbiamo bisogno di tornare in casa, per farlo e per parlare della collettività abbiamo bisogno di quel linguaggio.

 

Ho apprezzato particolarmente “Catene” perché la trovo molto vera, molto cruda. Racconta le famiglie vere che si urlano addosso ma non trovano mai il coraggio di dirsi che si vogliono bene.

A: La cosa bella è che Catene è la canzone più personale e meno empatica del disco. È figlia di eventi veri che mi sono accaduti: mi ha chiamato mia madre per raccontarmi un sogno che aveva fatto la sera prima e che l’aveva sconvolta; aveva sognato che un uomo le aveva rivelato che sarebbe morta il mercoledì successivo e le aveva suggerito di dirmi tutto quello che mi doveva dire prima di allora. Durante la telefonata c’erano problemi sulla linea e non siamo più riusciti a parlarci, allora mi ha scritto il messaggio “Sei il mio più bel regalo di Natale” -sono nato il 23 Dicembre-. Questa cosa non è da mia madre, mi ha molto toccato e la canzone è nata 15 minuti dopo. Io e mia madre ci siamo vomitati l’anima addosso per anni per cui ricevere quel messaggio è stato incredibile.

Inoltre mio padre aveva perso la madre, sia lei che lui hanno sofferto di bipolarismo e turbe psichiche e quando è morta mia nonna, che lo aiutava a fare delle cose, lui è rinato.

Maestro Pellegrini: Questa cosa succede molto spesso...

A: Sì, infatti, succede molto spesso. Quella canzone è la più personale dai tempi di Figlio di Puttana, non c’è nessuno slancio sociale, nessuna volontà di farci rispecchiare gli altri. È uno sfogo sulla mia famiglia però questa cosa probabilmente provoca catarsi! Tra l’altro Catene è nata due settimana prima che uscisse il disco per cui abbiamo fatto le corse in studio per inserirla nel disco. Ti dico solo che per quella canzone ho vissuto in studio!

MP: Ti ricordi che abbiamo dovuto ricablare tutti i microfoni della batteria...

A: Ma magari fosse stato solo quello! Quella canzone è stata una fatica immensa e un gran giramento di coglioni però, quando ho tirato giù il provino e l’abbiamo sentito tutti insieme, abbiamo capito che andava messa. In ogni disco c’è sempre una canzone da inserire all’ultimo, ne La terza guerra mondiale è stata Il fuoco in una stanza che non ce l’ha fatta perché non c’era proprio la possibilità di inserirla.


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Parlando di legami affettivi, quali sono i legami affettivi più forti che avete?

A: Per me è facile: sono figlio unico e in una famiglia con pochi parenti. Mia madre e mio padre über alles, mio zio e mia zia, i fratelli di mia madre, mia zia di padre. Poi gli Zen, obbligatoriamente e Motta, lo conosco da quando abbiamo 9 anni, è il mio fratellino.

MP: Sì, il Motta anche per me, Andrea e le persone con cui ho condiviso la musica.

A: Poi sta cosa della musica diventa famiglia.

MP: Esatto, sia per le ore che condividi perché stare sul palco insieme è una cosa fortissima.

A: Ma anche sotto, perché il palco sono due ore ma sono le migliaia di ore prima di quelle due ad essere fondamentali.

MP: Certo, condizioneranno tutto il concerto. È importante come stai con l’altro, il rapporto che si crea. Ho 33 anni e le persone con cui ho suonato sono sicuramente quelle con cui ho legato di più; anche più, ad esempio, degli amici delle superiori con cui condividi più tempo, più anni. A livello familiare sto rivedendo la mia posizione verso la famiglia in questo periodo per cui non è proprio il momento giusto per rispondere a questa domanda. (ride -ndr-)

A: In tutto questo uno pensa che potrebbe nominare la fidanzata o il fidanzato e invece no1

MP: La fidanzata si può dire dopo i due anni di rapporto!

A: Ma anche di più. Ho 40 anni e non mi ricordo i nomi, quasi. Vengo da 4 anni e mezzo di volontario allontanamento dell’argomento per cui...! In realtà ne canto spesso, quindi vedi che tutto torna? 

Mi fa troppo ridere sta cosa perché i musicisti, soprattutto i grandi cantori del romanticismo scrivono queste canzoni sull’amore, la coppia... Poi li conosci e sono i peggiori! E tu pensi “Ma come fai a cantare queste canzoni romantiche e meravigliose e poi sei il peggiore di tutti?”, scrivono questi brani “io, te, l’amore...” e poi... Ma come fanno? Io non ce la fo, è una cosa che non comprendo. I musicisti sono i peggiori di tutti, e si può dare come dato scientifico sicuro, ma son sempre fissi a parlare di “io e te”, allora mi stai prendendo per il culo!

Oppure scrivono tante canzoni così ognuna è dedicata a una “te” diversa e stanno a posto con la coscienza, ovviamente nessuna sa dell’altra per cui tutte pensano di essere l’unica e la sola “te” a cui si rivolgono!

A: Quindi i musicisti sono fedifraghi ma hanno delle relazioni... No, io parlo proprio di relazioni base-base!

 

Nel frattempo ci hanno raggiunto anche Karim e Ufo alla ricerca di birre e pizza e la discussione si sposta sui Baustelle e il loro nuovo disco per poi tornare ai legami affettivi.

 

U: I legami affettivi più importanti che ho sono quelli con i miei fratelli, mia nonna, che è l’ultima rimasta in vita dei nonni, e i genitori. Però il più forte sicuramente con i miei fratelli, abbiamo sempre fatto molto "gregge" insieme. Abbiamo 6-7 anni di differenza l’uno con l’altro per cui ci siamo fatti da tutore a vicenda e abbiamo un legame fortissimo, senza voler togliere nulla a mamma e babbo. Siamo un terzetto che non ha mai litigato in tutta la vita, neanche per un giocattolo. Chiaramente ho omesso gli Zen perché è scontato.

K: Mia compagna e mio figlio sicuramente. La persona con cui ho avuto il rapporto più importante e formativo non c’è più; attualmente, a parte la famiglia, gli Zen e la mia enorme famiglia in Sardegna.

 

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Mi colpisce sempre molto quando le band maschili hanno delle ragazze o comunque un punto di vista femminile nelle loro canzoni e risultano molto convincenti. È una scelta stilistica o semplicemente è come vi vengono i testi?

A: Quando è successo con “Ilenia” è stato perché il testo l’ha scritto una ragazza.

U: È difficile farlo e ti ringrazio per quello che hai detto!

A: A me succede spesso, in realtà.

K: Io sono stato cresciuto dalle donne, ho sempre abitato con donne in casa, anche alle superiori ero in una classe con due maschi e 23 ragazze. Tutti e tre abbiamo sempre avuto un rapporto molto “semplice” e poco problematico con le amicizie femminili e questo ci ha portato a fare un passaggio leggero e poco forzato. Credo che negli ultimi anni siano stati un valore aggiunto nei testi dopo essere state per lungo tempo le grandi assenti.

A: Mi girano proprio i coglioni per quanto accade alle donne in questi ultimi anni in musica, perché questo fatto di dover essere forti ma non troppo, il cuore però anche la ragione, la forza ma anche... esticazzi!

U: le doti innate della donna, ma vaffanculo

K: e poi basta con questi video in mutande in cui corrono per strada con i fumogeni, è quasi specismo!

A: Non capisco perché una donna è accettata prima cosa se è figa, non se ne esce da questa cosa, in seconda battuta la donna deve essere brava a cantare mentre invece gli uomini possono non esserlo o avere una voce particolare. Credo che questo sia di un maschilismo intrinseco enorme. Devo aspettare Nada per sentirmi liberato da questa cosa qui!

U: Sì, vero! Dopo Nada c’è il deserto.

K: Se ci fai casa le grandi cantanti di successo, in Italia, vanno ad incorporare degli standard ben precisi: Gianna Nannini che tocca i tasti di una donna rude ma comunque in senso classico; Laura Pausini lasciamo perdere... La maggior parte di quelle che escono dai talent sono le ragazze della porta accanto.

A: Una Peaches in Italia non potrebbe mai esistere, così come Chealsea Wolfe. I miei gruppi preferiti americani sono femminili ma, in Italia, dopo Nada non si vede niente

U: Vorremmo una cosa più equanime!

K: Se guardi nella musica pop e rock gli uomini si vestono bene, sono pettinati bene; la donna se si veste figa è una facile, se non si veste figa la fanno nera. Kim Gordon in Italia non sarebbe mai potuta nascere, le avrebbero dato il TSO!

A: Questo è un tema che ci sta molto a cuore, non so se si era capito!

Però voi, un gruppo di uomini, a volte cantate da un punto di vista femminile (penso a Ilenia, ma anche Emily no, per citare le più recenti) e questo non sembra uno scimmiottamento delle donne, siete molto credibili! Siete le donne che mancano nel panorama musicale italiano!

U: Questo che dici è molto bello.

K: La sai un’altra cosa che mi fa arrabbiare? È che le donne, se suonano, suonano solo il basso. Non ci sono donne batteriste ed è per questo che, nel video di Ilenia, abbiamo voluto una batterista. Paradossalmente il metal è molto più aperto in questo senso.


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Come è nata la bellissima copertina del disco?

A: La copertina è nata in collaborazione con la nostra sorellina Ilaria Magliocchetti Lombi; all’inizio stavamo ragionando su un’altra copertina che, però, non ci convinceva fino in fondo

K: Volevamo una copertina che racchiudesse simbolicamente il disco nel modo più ampio possibile; questa ha, nei suoi dettagli, tutto il disco. Più la guardi e più noti dei particolari che prima magari non avevi visto e ti rendo conto che è dentro il disco molto più di altre copertine; per esempio “Andate tutti a fanculo”, che era molto pop.

 

Molti sentimenti in questo disco ma dopo tanti anni possiamo dire che gli Zen Circus si ammorbidiscono?

A: Sicuramente invecchiano, poco ma sicuro! La necessità di parlare di sentimenti ha come fine quello di cercare un’idea collettiva. Molti sentimenti proprio perché non li sto vivendo, credo di essere nel periodo meno sentimentale della mia vita! Non è per esorcizzare questa cosa ma perché ho tirato giù i cancelli e gli unici luoghi in cui, grazie a Dio, posso fare ancora quello che mi pare sono la musica e la creatività. La scrittura di questi testi è stata istintiva, quasi non ero lucido; ho vomitato sul foglio tutto quello che arrivava, senza remore. Questo è il disco per cui ho più difficoltà a spiegarne le scelte stilistiche, il modo di scrivere; non c’è niente dietro se non le scelte di pancia. Per esempio “Andate tutti a fanculo” era figlio di dieci anni di lavori orribili e di un paese di stronzi in cui io non mi trovavo, ma la realtà dei fatti è che era un urlo liberatorio contro di me.


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