Live People

Ketty Passa: i live che mi hanno cambiato la vita

Nel futuro molto prossimo di Ketty Passa c’è la conduzione della premiazione della Live parade, giovedì sera, all’interno del programma del Keepon Live Fest. Spostando più in là l’orizzonte ci sarà la nuova stagione di Nemo-nessuno escluso, su Rai 2. Ma la veejay è anche un’artista, con un album solista, Era ora, uscito lo scorso anno, che ha rappresentato la soddisfazione di un’esigenza. Quest’anno ha fatto uscire un singolo, Batti le mani, «perché avevo bisogno di vomitare quelle parole. E ora ho bisogno di trovarne di nuove. Perché mi sono accorta che continuavo a scrivere dicendo sempre le stesso cose». Una vita con la musica al centro, che sia all’interno di una trasmissione, che sia la sua musica, o quella che viene da un palco, come quella dei concerti che le hanno segnato la vita. Tutti con un filo conduttore: «La consapevolezza che l’artista emana più di quello che si può sentire nel disco. Tranne i Take That, loro sono qualcosa di diverso».

Take That

Si tratta del mio primo live importante in ordine cronologico: sono andata con una figlia dell’amica di mia madre che aveva 18 anni, dieci più di me, ed è stata la prima volta che ho visto un gruppo dal vivo. Certo, avevo visto la Pfm con mio padre, ma non era il Forum. Per questo dico che quello dei Take That è stato il primo vero live grosso e mi ha cambiato la vita perché è stata la prima volta che ho visto dal vivo i miei eroi, quelli da diario. Non si è trattato tanto di passione musicale ma piuttosto di impatto forte di quel momento. Il fatto che fossi uscita da sola, che ero una bimba senza mamma e papà in mezzo alle palle e in mezzo alle fan urlanti dei Take That: la prima vera esperienza live.

Ketty passa

Faith no more

Inizio col dire una cosa: ritengo che Mike Patton sia il più grande. Se dovessi parlarti dell’artista che stimo più al mondo farei il suo nome. Lui supera tutti gli altri perché ha una cosa come la versatilità che non trovo in nessun altro. Al concerto dei Faith no more, ho visto dal vivo un uomo in grado di interpretare mille ruoli: Mike Patton non incarnava il metallaro classico e se ne fregava che davanti avesse metallari puri. Mi ha colpito per questo e per la bellezza di quello che cantava, per l’importanza che dava alla perfomance, all’immissione vocale e soprattutto per il fatto che è stato un concerto bellissimo perché si respirava tanta ironia che mi ha permesso di vedere dei colori nel nero dei metallari. Ho visto dal vivo un artista non piegarsi a quello che vuole il genere che suona, una cosa che ha continuato a fare negli altri live: l’ho visto in mille situazioni ma quella, nel 2009 è stata la migliore.


Foo Fighters

Uno di quei concerti dove fai fatica a non commuoverti, ora non ricordo se fosse il 2012, oppure 2013. Inserisco questo live nella lista perché è stata la prima volta che ho visto dal vivo volta Dave Grohl dal vivo e mi ha impressionata perché ho visto un rocker vero, un musicista che non perde mai il ritmo. Durante il concerto salgono sempre, senza cali, pur alternando pezzi lenti a veloci. Hanno una grande capacità di tenere la tensione altissima: e poi dal vivo la sua voce emoziona tantissimo, l’emissione della sua voce arriva allo stomaco, è un’emozione pazzesca, così come il motore live della band, la forza dei loro brani, prodotti da dio e che dal vivo sono identici. Ed è una cosa che non riscontro sempre, i Muse, per esempio, mi sono piaciuti meno dal vivo rispetto al disco. I Foo Fighters hanno dimostrato grinta e verità, elementi che spesso si fa fatica a trovare. Grohl mi ha rimandato con la memoria a quando suonava la batteria con Kurt Cobain, dimostrando di essere un super eroe in grado di reinventarsi. Ricordo poi quando, alla fine, ha detto che non sarebbe sceso dal palco, per farsi urlare one more song, e risalire. È stato lì direttamente perché tanto sapevano tutti che avrebbero suonato ancora: ci siamo messi tutti a ridere ed è stato un episodio che mi ha fatto divertire un sacco.

Ketty Passa_b.JPG

Erykah Badu

Ho sentito Erykah Badu all’Arena di Milano. Non è stato un concerto voluto: la stimo tanto ed è sempre stata una di quegli artisti che ascolto come musica di sottofondo quando faccio cose, o mentre guido. Mi piace, ma non è la mia matrice e sono cresciuta con cose più ignoranti. Fa parte dei miei ascolti dai vent’anni in su e non mi aspettavo che sarebbe entrata tra i live che mi hanno segnato di più. Dal vivo, in mezzo a queste wonder woman che si sbattono, si muovono, ballano e sudano, lei era una statua, ferma, con un’aura attorno, come se fosse una sorta di madonna. Anche i suoi musicisti la trattavano come tale. Una sorta di big mama, ho percepito che era superiore a tutte quelle che fanno lo stesso genere che fa lei: non ha bisogno di muoversi e neanche di urlare: mi aspettavo che mi sarei annoiata e invece mi ha colpito in positivo.

Bad Religion/Ministri per due motivi totalmente diversi

Come quinto live, in realtà, sono molto indecisa perché sono rimasta molto colpita sia dal live dei Bad Religion che da quello dei Ministri, per motivi diversi. I Bad Religion perché, nell’epoca del liceo, ho iniziato ad ascoltare la scena punk californiana e poi c’erano loro, che erano acid punk, più un misto tra Green Day e Sex Pistols, per capirci. Mi piacevano molto anche su disco ma il punk è figo perché carico di ignoranza, ed è diretto, poco poetico, va visto dal vivo. La cosa che mi ha colpito è stato quando sono andata nel 2013/14, all’Alcatraz, e ho visto Greg Graffin, lo chiamavano il professore e volevo capire il perché. Beh, è un pozzo di cultura, durante il live ha fatto diverse citazioni, e mi ha fatto impazzire questa cosa che sul palco ci va con una polo. È iper provocatorio, non ha bisogno delle borchie o di colorarsi i capelli: ci va vestito da ingegnere, per questa seconda vita dove insegna. Lo capisci subito che non è solo un cantante, e i loro live, tra un brano e l’altro, sono tutto tranne che punk. Non rappresenta lo stereotipo ma coinvolgeva comunque tantissimo quelli che, sotto il palco, avevano le loro creste e le borchie. È sempre stato questo che ho cercato nei live: un atteggiamento e un’energia in grado di far suonare un progetto diversamente da come è nel disco. Ecco, al concerto dei Bad Religion, Greg Griffin era fermo sul palco e la gente sotto pogava. E io ero lì col ghigno, presa bene da tutto questo: è stato uno spettacolo. I Ministri, che oggi sono amici nella vita, mi hanno colpita perché prima che fossero amici li vidi dal vivo allo Spazio Aurora a Rozzano nel 2007, e loro stavano esplodendo con I Soldi sono finiti: io lavoravo a Radio Popolare e li passavo spesso per quella copertina con l’euro. Mi ricordo che c’erano poche persone quella sera e loro sul palco, in tre, facevano la caciara di una band di sei persone, tra testi, ignoranza in senso buono, sudore sotto quelle divise che trasudavano di muffa e verità di quello che era il messaggio delle loro canzoni pensai che loro meritavano di arrivare sul podio e da lì hanno iniziato ad avere sempre più seguito. Ho visto il talento e mi dispiaceva che non ci fossero almeno 2000 persone a sentirli. Ho realizzato quanto poco serve per farsi sentire e loro sono l’emblema di questo concetto.