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La fine di un (grande) tour: intervista a Francesco Motta

Foto: Claudia Pajewski
Un tour che vanta 100 date in un anno, un impegno individuale e una band alle spalle non indifferente, con scenari di produzione che cambiano di mese in mese, se non addirittura di giorno in giorno. Francesco Motta ci racconta la fine di una cavalcata che, al crescere del seguito del pubblico, lo ha portato ad occupare spazi sempre più importanti, fino a realizzare uno dei concerti più coinvolgenti dell’ultimo anno. Abbiamo provato a snocciolare tutti i temi: dalla gavetta ai sold out, la vita in tour, i live club in cui ha suonato, chi ha lavorato con lui e per lui per averlo accompagnato alla strada che porta al successo.

Una vita passata intorno ai suoni, soprattutto quando sono "dal vivo" (sei stato fonico, polistrumentista, turnista e frontman): dire che "la gavetta" in questo lavoro è importante è cosa pressoché scontata, ma tutte queste esperienze passate in cosa e come ti hanno agevolato nel preparare e vivere questo tour?
Nello specifico tutte queste esperienze mi hanno portato a una consapevolezza di quanto siano importanti le canzoni e sono state un’ottima chiave di lettura per capire meglio il lavoro degli altri.
Tutto questo mi ha aiutato a fidarmi delle persone, cosa per cui prima, vista anche la mia fragilità e la corazza che non avevo, facevo tanta fatica. Adesso sono convinto delle canzoni che faccio, sono convinto di suonare con i musicisti più forti che ci sono, sono convinto che i tecnici che lavorano con me sono i più validi e, come detto, mi fido molto di più delle persone.

Con quasi cento date alle spalle sei uno degli artisti in Italia che conosce meglio lo stato dei live club italiani: sono migliorati? Come devono migliorare? In cosa?
Posso dire con facilità che sono migliorati, anche perché rispetto ad anni fa suono in alcuni posti dove sono ben abituati a fare un certo tipo di concerto. In generale, in cosa dovrebbero migliorare ancora? Spesso penso che si noti la differenza tra chi ci tiene tanto alle piccole cose e chi no. Per dire,  ad esempio, una cosa che sembra una stronzata, ma che ti accorgi essere importante quando fai 100 date: a volte mi sono ritrovato a mangiare al locale con la cena fatta dalla nonna del promoter che è molto più sana e molto più buona di qualsiasi altro ristorante in cui puoi andare. Insomma, quando hai le esigenze di un tour come quello che abbiamo fatto noi, un certo tipo di attenzioni sono di gran lunga meglio dell’organizzazione puntuali. Per carità, siamo stati in ristoranti incredibili, ma spesso abbiamo apprezzato molto di più la tranquillità che c'è nello stare al locale col promoter o chi per lui che cucinano un piatto semplice e ci mandano a dormire in un albergo comodo. E te lo dice uno che è tanti anni che va in giro e per i primi 5 ha sempre mangiato pizza. Insomma, c'è una consapevolezza maggiore di quello che si è o si vuole essere... Oltre questo, che l'organizzazione dei live club sia comunque migliorata, lo si nota anche dalla conseguente maggiore affluenza del pubblico verso un certo tipo di musica. Dal momento in cui le canzoni sono belle e il pubblico aumenta, aumenta infatti anche la serietà da parte di tutti, dalla scena all'aspetto tecnico, a quello promozionale etc..  Mi ricordo infatti che anni fa andare in un certo tipo di posti era per forza un problema, mentre adesso sia l'organizzazione che la voglia di reagire alle molteplici questioni che ci sono sta facendo cambiare le cose.

Motta @ Auditorium FLOG (FI)
Motta @ Auditorium FLOG (FI)

Com'è cambiato  il tuo spettacolo live nel corso dei mesi?
Beh... E' cambiato tanto, anche perché all'inizio eravamo costretti a limitarci all’essenziale, giravamo in sei: noi cinque, i musicisti, più Andrea Marmorini che faceva fonico, tour manager e qualsiasi cosa. Per cui... ci siamo dovuti fare tutti il culo, ma ad un certo punto abbiamo capito, anche per la possibilità di farlo, che potevamo allargare la produzione ed a quel punto è arrivato Francesco Feccini che ha preso la parte di tour manager e fonico di palco, e così ci sentivamo meglio, poi è arrivato anche Gabriele Spinelli e si è migliorati ancora... Oggi, a marzo 2017, abbiamo un allestimento che è veramente il frutto di un anno di cambiamenti, di tante prove e aggiustamenti. Pensa solo che ancora adesso, dopo aver fatto 95/98 date, passiamo comunque i dieci minuti/quarto d'ora dopo il concerto a parlare di quello che può essere migliorato, e questo, se ci pensi, è quasi da pazzi totali, perchè, insomma, ormai siamo arrivati alla fine, ma ci teniamo comunque tutti tantissimo a migliorare lo spettacolo, a capire dove si sbaglia per fare meglio. Questo è un consiglio che do sempre: a parte la prima sensazione, quella di cuore, che alla fine è quella che vale di più, ma che magari spesso ovviamente dipende tanto anche dal pubblico che hai davanti, bisogna comunque ritagliare questo momento di lucidità in cui si cerca di capire cosa c'è da migliorare o no. Per noi c'è sempre stato in tutte le cento date,  motivo per cui, secondo me, lo spettacolo adesso può essere considerato unico in Italia.

Arrivati a questo punto del tour, possiamo dire che per il seguito e i traguardi conseguiti sei uno degli artisti "esplosi" nel 2016. Il successo improvviso, per quanto mitigato dalla gradualità della vita on the stage, ti ha colto impreparato? Cosa è cambiato nel modo in cui gestisci la quotidianità? Ti trovi a tuo agio in questa nuova veste?
Esploso in tutti i sensi... di cervello... (ride ndr). Diciamo che ho da sempre preso la musica seriamente, in maniera disciplinata, a prescindere dai soldi che guadagnavo,  o meglio: non solo a prescindere dai soldi che guadagnavo, ma a prescindere dai debiti che facevo, sin da quando coi Criminal avevamo diciott'anni. Ovviamente rispetto ad allora oggi c’è un altro tipo di serietà, un altro tipo di concentrazione, ma anche questa cosa di essere molto concentrati sul concerto, sul live,  sul lavoro, mi ha fatto stare tanto con i piedi per terra. Fare così tante date, oltretutto, è stato anche un po' come una droga, per cui adesso ho quasi po' paura di finire questo tour e tornare, non dico alla vita normale, ma… insomma… ad andare nello stesso bagno per una settimana di fila, cosa che non faccio praticamente da un anno. Col successo, certo, qualcosa è cambiato. Da quando viene tutta questa gente ai concerti sono ovviamente più contento, mi fa piacere, però, questa è una cosa che in questo momento non mi pesa. Per adesso preferisco, come detto, quello che mi tiene con i piedi per terra, che è la concentrazione sul lavoro, sulle canzoni, sul concerto, su queste cose qui.

Dietro il successo di un album come "La fine dei vent'anni" c'è una maturazione artistica e personale, ma anche tanto lavoro "dietro le quinte". In che modo ti hanno aiutato: Big Time (uff. Stampa), Woodworm, Locusta, Sinigallia e successivamente Sugar?
Ok.. partendo da Woodworm: Marco e Andrea li conosco veramente da una vita e da parte loro c'è stata questa cosa incredibile di investire sul progetto, nonostante ci fosse un enorme punto di domanda su come sarebbe andato. Ovviamente si parla di cifre non altissime, però alte per un primo lavoro, e soprattutto alte per un'etichetta indipendente. Loro ci hanno creduto fin dall'inizio, sin da quando, cioè, ho guardato Marco in faccia mentre eravamo in furgone per il tour di Nada in cui lui stava facendo il tour manager e gli ho detto: "Marco io sto facendo un disco da solo". Non che sia bastato questo per giustificare l'investimento che c'è stato, ma ho sentito sin da subito la bella volontà di partire, volontà che è stata poi supportata anche da Riccardo Sinigallia. Anche lui ha investito tantissimo su di me e nella folle produzione che ha accettato, ci è veramente andato quasi sotto. Tutto questo mi ha stimolato molto perché, nonostante fosse un disco solista, mi sono ritrovato a essere circondato da persone che credevano tantissimo in quello che stavo facendo, a prescindere dal riscontro e a prescindere dalle aspettative che comunque c'erano. Ci siamo quindi ritrovati tutti a dire: "queste sono canzoni che vale la pena supportare”, e questa non è una cosa banale perché in questo mondo qui di soldi ce ne sono pochi ed arrivare al punto in cui siamo non è certo stato facile.
Per quanto riguarda invece Big Time, loro hanno fatto un lavoro veramente incredibile, perché su di me praticamente non esisteva materiale. Se la “gavetta” di cui abbiamo parlato prima è stata infatti importante per me, non è che però, siccome ho suonato e collaborato con tutta questa gente, automaticamente mi conoscevano tutti... anzi, non mi conosceva praticamente nessuno, per cui il lavoro fatto da Big Time è sostanzialmente partito da zero. Loro fanno un lavoro incredibile su tutto e non smetterò mai di ringraziarli perché sono stati fondamentali anche per la mia tranquillità. Nel mio caso, infatti, i network non mi hanno passato, cosa che con alcuni miei colleghi ha aiutato tantissimo, e quindi ci siamo dovuti rimboccare tutti le maniche facendo un lavoro ovunque, su tutte le riviste, su tutti i blog, etc...
Anche sul modo in cui abbiamo approcciato i concerti, sul dire “all'inizio a noi ci fa comodo qualsiasi cosa e piano piano selezioniamo le cose”. Insomma,  non siamo partiti dal dire "il disco spacca il culo" e quindi “noi bisogna rizzare il pelo per forza”. Da questo punto di vista Locusta, allo stesso modo, è stata parte integrante. Ci siamo detti “ok all'inizio facciamo più date possibili, perché anche dal punto di vista strategico è bene che la gente veda il nostro concerto e per far sì che la gente veda il nostro concerto devi suonare il più possibile”. A volte trovo, anche in ragazzi più giovani di me, una voglia di chiedere cifre troppo alte per suonare ai concerti e questo è secondo me un errore. 
Poi Sugar, che è arrivata alla fine, ci ha supportato ed ha rispettato quello che già c'era facendoci sentire un entusiasmo importante dietro a questo progetto. Finora abbiamo quindi lavorato tutti al massimo delle nostre forze. Poi ci sono anche altre persone. Marco Romanelli che ha sostituito Andrea ai suoni è stato bravissimo anche lui. Riccardo Paolini che ci ha dato una mano come backliner e merchandiser. Come detto, tante persone hanno ruotato intorno a questa cosa e vorrei nominarle tutte perché sono state indispensabili. E non è che in tutte le interviste nomino tutta questa gente perché sono buono, ma proprio perché tengo a quello che faccio e so che un certo tipo di persone che amano il lavoro a questo modo qui vanno difese sempre, non solo difese ma esaltate, perché è giusto così.

Motta @ Alcatraz (MI)
Motta @ Alcatraz (MI)

Per chiudere: dicci una cosa che ti mancherà e cosa proprio non ti mancherà nella vita in tour?
Beh, mi mancheranno quelle botte di adrenalina che, nonostante a volte ci sia stata stanchezza, mi facevano completamente dimenticare dell'aver magari dormito tre ore. Mi mancherà tanto vivere quotidianamente con le persone che ti ho nominato, con Giorgio, Fede, Leo, Andrea, Francesco e Cesare. Tutto ciò mi mancherà tanto, insomma. Cosa non mi mancherà? Forse ho un pochino voglia di ritrovare un equilibrio tra fisico e mente, perchè l’adrenalina ti fa essere contentissimo dal momento in cui c’è, però ti fa anche vivere un down totale il giorno dopo, e non è facile stare dietro a questa cosa. Ritrovare un equilibrio, quindi, è una cosa che non ti dico che cerco ma che, da una parte serve.