Live People

La libertà di poter stare sul confine tra due mondi: intervista ai Gomma

I Gomma, oltre ad essere un nome fisso nella live parade di KeepOn Live, sono tra le band italiane che negli ultimi mesi hanno fatto parlare di più di sé, nonostante un'attitudine che per natura non prova ad accontentare nessuno. Dopo l'uscita di un brano molto “Do it yourself” (Aprile), la pubblicazione del primo disco Toska per V4V e l'apertura delle date di Calcutta, abbiamo fatto una chiacchierata con Giovanni (il loro chitarrista) che ci ha raccontato cosa sono (e cosa non sono) i Gomma oggi, al netto di qualunque prima impressione.

Negli ultimi mesi avete lasciato tantissime interviste, quindi mi chiedevo: qual è la domanda a cui vi siete stufati di rispondere?
Ce ne sono due, la prima è “come è il panorama musicale a Caserta?” e la risposta è “come in tutti gli altri posti del mondo”. L’altra è “perché Toska? C’è un messaggio dietro l’album?”. Sono domande a cui abbiamo risposto milioni di volte. Poi non vorrei sembrare presuntuoso, quindi se vuoi te lo ridico…

No tranquillo, tanto non avevo la domanda sul significato del disco. Ma ne ho una sulla scena musicale in Campania, quindi “palo”: mi sembra che ultimamente nella regione ci sia molta fibrillazione a livello musicale, tra gruppi e locali. È vero o è solo una percezione?
Diciamo che c’è un doppio aspetto della questione. Da una parte non è vero che sta nascendo qualcosa di nuovo perché certi posti sono sempre esistiti. Sono locali che hanno sempre fatto concerti e a cui tutti siamo sempre andati. Ad esempio La Casa della Musica o il Lanificio a Napoli. Per quanto riguarda la provincia invece la situazione è più o meno uguale, tranne per un locale che si sta muovendo un po’ in quest’ottica di “scena” che si chiama lo Smav, ma perché è un locale nuovo, che esiste da quattro o cinque anni.A livello di band si sta muovendo qualcosa? Devo dirti di no: nel senso che ci sono alcuni progetti che adoro e vorrei che avessero più visibilità (e sono davvero tanti). Però nel concreto questo riscontro non lo stanno ricevendo. Penso a La Via degli Astronauti, o ai Kairo. Poi ce ne sono tante altre, ad esempio nel panorama hardcore, che però appartengono a una nicchia, che difficilmente potrà espandersi più di tanto.

A proposito di distinzione tra musica di nicchia e musica che riesce ad arrivare alle orecchie di un pubblico più generalista: voi avete avuto molto i riflettori puntati nonostante uno stile che va nella direzione opposta rispetto a quella che si sta affermando ora e che vede una riscoperta della canzone pop. Non a caso, avete anche aperto i concerti di Calcutta e chi ascolta gruppi come I Cani ascolta anche voi. Secondo te il pubblico di oggi ha degli ascolti più trasversali?
Sicuramente si è aperto uno spiraglio, però il nostro è un caso un po’ particolare, forse anche un po’ paraculo. Noi siamo un po’ borderline tra queste due cose: pur non essendo qualcosa di costruito. Non siamo così hardcore da essere assimilati al mondo de La Quiete ad esempio, però non siamo neanche così pop da essere simili a Motta o a Calcutta. Siamo una via di mezzo e anche io devo ancora capire bene questa cosa. Sicuramente si sta creando una fascia di ascoltatori che non è così radicale da ascoltare solo pop tipo Tiziano Ferro o Emma Marrone, o da ascoltare solo hardcore. È una via di mezzo che si mette in quella categoria che non vuol dire nulla: indie.

Ad esempio a me ricordate band come I Distanti…
La questione dei Distanti è divertente, perché quando siamo usciti tutti ci hanno paragonato a loro. Però noi li abbiamo conosciuti dopo, proprio perché ci dicevano “assomigliate a questi”. Infatti ora sono tra i miei gruppi preferiti, perché mi rivedo in quello che fanno, però prima non li ascoltavo.


Allora, in questo contesto vi sentite un caso isolato? Siete i soli che pur non avendo riferimenti pop si fanno ascoltare da chi ha ascolti più pop?
Sicuramente non ci siamo inventati nulla, i Kairo o Le Sacerdotesse dell’isola del Piacere, hanno lo stesso stile però sono più borderline. Bisogna vedere come evolverà la cosa, dobbiamo capire quanto questo interesse nei nostri confronti sia reale o è solo curiosità: magari oggi questo interesse c’è e domani mattina no. Nel nostro piccolo non ci aspettavamo minimamente di arrivare all’ascolto di persone che ascoltano Calcutta. Però il fatto che alcune persone ci abbiano ascoltato spontaneamente ci fa davvero piacere, dato che questa cosa per noi è iniziata come un gioco: non avevamo niente da fare e l’abbiamo fatta. E ti dico la verità, concretamente mi accorgo di questo solo perché vado a 700km da casa e la gente canta le mie canzoni e allora mi chiedo “come è possibile?”, ma onestamente non so come sia accaduto.

Infatti voi avete buttato “Aprile” in internet, poi avete suonato parecchio in giro…
Guarda, la maggior parte delle canzoni che poi sono finite in Toska sono state scritte per i live, perché non avevamo abbastanza pezzi per poter reggere un concerto. Quando è uscita “Aprile” molti locali ci chiamavano per suonare, ma noi avevamo solo tre canzoni pronti e per suonare più venti minuti abbiamo composto altre cose.

Allora mi chiedo, è più forte internet o è più forte il palco?
Dipende da quello che vuoi perseguire come risultato: ci sono delle band che sono nate come fenomeno web, che la gente si passa come se fosse un segreto. Poi magari diventano mainstream. Però come tutti i successi che nascono nel web, rischiano di essere un po’ una bolla: devi vedere se dentro c’è qualcosa. I gruppi che invece hanno esperienza di palco, che fanno la gavetta, costruiscono il loro pubblico a mano a mano, data su data, riescono ad attrarre i curiosi e poi la gente cerca i loro brani on-line: è il percorso inverso. Oggi è più opportuno avere una via di mezzo: si deve suonare in giro ma se non hai nulla di fruibile da altre parti la gente non ti ascolterà più. Per avere una continuità bisogna avere i propri brani on-line, cosicché l’esperienza possa continuare anche dopo il concerto.

Visto che io non vi ho mai sentito dal vivo: quanto è diversa una vostra esibizione dal disco e quanto è diverso ogni live da quello prima?
Completamente. Il live è quasi opposto al disco, cosa che ai nostri concerti è un’arma a doppio taglio: o piaci tanto perché la gente non era convinta del disco, o piaci poco perché alla gente piaceva l’atmosfera del disco. Questo album l’abbiamo fatto abbastanza di fretta: l’abbiamo registrato noi a Pozzuoli, il missaggio è stato fatto a Vasto e il mastering a Frosinone e noi non abbiamo seguito in prima persona ogni passo. Ovviamente non possiamo dire che il risultato non ci piaccia, perché altrimenti non l’avremmo fatto uscire; però è il risultato di una somma di persone. Probabilmente se l’avessimo seguito solo noi avrebbe suonato in modo diverso e te ne accorgi perché dal vivo suoniamo con suoni più sporchi, più distorti, in una maniera più hardcore. Poi il live è influenzato da una serie di cose che non puoi trasportare nel disco, come l’emotività, l’apporto del pubblico, cose che non puoi riportare nel disco. Un live può essere qualitativamente uguale a un altro, ma più spento perché magari il locale mette le sedie e la gente lo segue da seduta, mentre in altri contesti facciamo stage diving ogni cinque minuti. Ovviamente se vedi la gente molto concentrata, anche tu ti concentri molto per avere un’ottima esecuzione; se invece la gente è schiacciata sotto al palco, in una situazione più punk, non ti interessa essere tecnicamente impeccabile e cerchi di comunicare altro, perché non ti interessa far suonare tutto perfetto.

Quindi il disco come l’avete registrato? Perché ho letto che “Aprile” l’avete registrata con un solo microfono messo al centro della saletta, cosa che rispecchia più una dimensione live...
Allora, noi proviamo in una saletta a casa di Paolo e Matteo che sono fratelli e sono il bassista e il batterista. Per toglierci lo sfizio di registrare qualcosa abbiamo messo un microfono, un solo microfono, perfettamente al centro della stanza e ha funzionato. Ci è andata abbastanza di culo: è una delle cose fatte più a sentimento di tutte, ma che ci piace di più. “Sottovuoto” invece l’abbiamo registrata nello stesso studio del disco, però d’estate. Poi abbiamo deciso di fare il disco ma abbiamo usato strumenti diversi e ambienti diversi, quindi suonava troppo diverso da “Sottovuoto” che abbiamo dovuto tener fuori. Però dal vivo ovviamente le suoniamo tutte, perché già abbiamo poche canzoni ... infatti durante i bis siamo costretti a rifare pezzi che già abbiamo suonato.

E nella produzione del disco che ruolo ha avuto la vostra etichetta (V4V ndr)?
Michele Montagano, che è il ragazzo che ci cura, ha avuto una grande capacità: non so se per amore o per furbizia, ma ci ha fatto fare quello che volevamo. Nel senso che al massimo ci ha dato qualche consiglio del tipo “io farei questo o farei quello”, ma ci ha lasciato sempre molta libertà. Poi il missaggio l’ha curato direttamente lui con Valerio Erbert a Le Pianole a Vasto ed essendo presente ha influito di più, dato che non potevamo essere sempre lì e ci sentivamo via mail. Quindi la sua mano nell’album c’è, ma non ci ha assolutamente vincolato. Sicuramente va ringraziato per questo.

Avevo un’altra curiosità: nelle interviste quando vi chiedono di riferimenti musicali, rispondete spesso con riferimenti cinematografici…
Guarda, fondamentalmente non siamo dei grandi ascoltatori di musica, anche se la musica è forse l’unica cosa che sappiamo fare, non ne ascoltiamo tanta, quindi gli spunti che abbiamo arrivano da altre cose. Quando suoniamo pensiamo a degli ambienti o a delle situazioni. Magari hai un certo tipo d’ispirazione perché leggi un passo di un libro, come è capitato con “Le scarpe di Beethoven” che è l’incipit de “La Strana Biblioteca” di Murakami. Quando scrivi hai in mente la scena del film, o quello che hai immaginato quando leggevi: è come fare una colonna sonora.


Ecco proprio qui volevo arrivare, all’idea di colonna sonora. Partite da questi presupposti, poi avete fatto un solo video e la cosa non mi torna…
Allora “Sottovuoto” è un pretesto perché avevamo bisogno di un video ma non avevo voglia di farne uno serio: avevamo video di noi che facciamo i cazzoni in giro e abbiamo fatto quella cosa. L’unico video vero è quello di “Elefanti”. Quando l’abbiamo deciso di fare, dovevamo decidere il soggetto e c’era questo problema: è una delle poche canzoni che ho scritto io da solo, è una canzone molto individuale, che parla di me e di una persona che ho conosciuto che ha trasmesso solo a me un certo messaggio, che poi è quello della canzone. Però quando suoni con un gruppo e vuoi che un pezzo arrivi alla gente, non può essere una cosa solo tua, deve diventare una cosa corale; ad esempio quando lo registrammo decidemmo di mettere i cori, per far si che diventasse una cosa di tutti. Poi, il messaggio della canzone è non contaminare i momenti belli, non sputtanarli. Quando vivi una cosa bella non la devi per forza raccontare, o volerla rivivere ad ogni costo. Questa cosa nel video abbiamo voluto estenderla a noi come gruppo: ci siamo chiesti quali fossero stati i bei momenti che avevamo vissuto insieme e volevamo farli rivivere nel video. Emilio e Daniele, che sono i ragazzi che hanno lavorato al video, hanno avuto la stessa idea di Michele: non ci hanno detto nulla. Ci hanno messo in degli ambienti e ci hanno fatto fare più o meno quello che volevamo, tranne ovviamente nei momenti più cinematografici in cui cantiamo il pezzo. Però per il resto siamo noi che facciamo quello che ci piace fare…

Ok quindi per farvi funzionare bisogna farvi fare quello che vi pare…
Esattamente.

Ho un’ultima domanda: dove ti tagli i capelli?
Non me li taglio da una vita.

Te lo chiedo perché in un’intervista hai detto che avresti voluto rispondere a una domanda del genere, invece che alle solite domande…
Guarda, fondamentalmente quando vedo le domande di un’intervista, sembrano quelle che si fanno ai politici o ai calciatori: sono domande stereotipate. Quando leggo le interviste dei gruppi che mi piacciono tipo Verdena o Teatro degli Orrori, vorrei sapere altro, tipo cosa fanno il sabato sera, che drink bevono. Comunque i capelli ce li tagliamo io e Ilaria da soli. Però mi rendo conto che il barbiere è una figura particolare, una delle poche persone di cui ti fidi nella vita, con cui devi instaurare un rapporto particolare: per questo me li taglio da solo.

gomma tour