Live People

La lunga marcia degli Altre di B

Sulla scia delle interviste, la band Altre di B dal forte appeal estero (vedi Giungla, Birthh e Soviet Soviet) ha raggiunto un’altra virtuosa impresa. Gli Altre di B, un progetto che sta girando in tutto il mondo e che quest’anno in una sola giornata sono riusciti nell’impresa di suonare al “Firenze Rocks” nella stessa giornata in cui è stato protagonista del palco Eddie Vedder e di esibirsi anche all’Hana Bi di Marina di Ravenna. Li abbiamo raggiunti per farci raccontare del loro nuovo album in uscita, della loro capacità di poter sperimentare nuove sonorità e generi e della cultura legata alla musica dal vivo che si trova all’estero.


Con un album in uscita ad ottobre ("Miranda!"), qualche data estiva e due singoli ("Potwisha" e "Pungi") che ci consegnano in anteprima sonorità e ambientazioni molto diverse. C'è chi dice che vi spingerete addirittura sulla downtempo. Cosa dobbiamo aspettarci tra tre mesi? Sarà un disco più elettrico (come "There's a Million better Bands") o elettronico (come "Sport")?


No, sarà decisamente molto meno elettronico, un po’ un ritorno alle origini. In pratica ci siamo chiusi in studio ed abbiamo registrato in presa diretta tutto quello che erano le nostre prove, lasciando anche qualche errore. Sarà quindi un disco molto molto rock. Per quanto riguarda le ritmiche, inoltre, abbiamo abbassato un po’ il BPM delle canzoni ed è per questo motivo che abbiamo parlato di downtempo. Volevamo dare molto più respiro ai brani e farli meno ballabili, molto meno indie, com’era appunto “There's Million better Bands" e per questo sarà decisamente meno elettronico di “Sports”. Ciononostante, non abbiamo rinunciato completamente all’elettronica, abbiamo sovrainciso alcuni cori, alcune percussioni e ovviamente delle parti di tastiera. L’obiettivo era comunque quello di fare la cosa più naturale possibile, senza troppa post-produzione, perchè anche se “Sport” era un disco che abbiamo amato tanto, è stato molto più prodotto rispetto a questo.


Da sempre avete coltivato il gusto per i concept album. In questo nuovo lavoro andate addirittura a scomodare una figura a suo modo curiosa e non nota ai più (Quirico Filopanti, studioso bolognese che nel 1858 elaborò la teoria dei fusi orari). Potete raccontarci il percorso che vi ha condotto alla scrittura di testi e musiche di questo album? Ancora una volta, cosa dovremo attenderci su quel versante?

La genesi del disco è un po’ curiosa. Lavorando come giornalista per il Resto del Carlino di Bologna, ho fatto per un periodo il correttore di bozze e a un certo punto, mentre sfogliavo gli articoli di altri giornalisti, sono finito su Quirico Filopanti ed mi son detto “Ma chi è mai questa persona?” Dopo un po’ di ricerche all’Archiginnasio di Bologna ho quindi scoperto “Miranda”: Filopanti era un personaggio un po’ curioso, che amava molto la numerologia e quindi vedeva delle connessioni tra la natura e i numeri e tra le righe di questo libro in un piccolo paragrafo descriveva l’idea di suddividere il mondo in 24 “giorni longitudinali” che poi sono diventati i fusi orari. Questa scoperta mi ha affascinato tantissimo e visto che in 12 anni che siamo insieme a suonare il viaggio è una cosa che ha sempre accomunato tutti i membri del gruppo, abbiamo deciso di dare questo imprinting all’album, parlandone però in una maniera non convenzionale e dando un’accezione bolognese ad un concetto che in realtà riguarda tutto il mondo, i fusi orari, per l’appunto. Col fatto, poi che avevamo delle nuove canzoni che non avevano dei titoli definitivi, è stato facile pensare di modificare i testi ed i titoli ed abbiamo iniziato a parlare di aeroporti, città, di posti che avevamo visto viaggiando.


Creare sonorità che affondano radici nella musica italiana ed innestarsi allo stesso tempo con quelle più esterofile ed internazionali è un ostacolo non banale per molti gruppi nostrani. Ciò vi ha permesso di raggiungere platee di enorme valore (Sziget, Primavera, Ypsigrock, la recente apertura al Firenze Rocks, il tour DIY - New York, West Coast e SXSW). Cosa suggerite ai gruppi che volessero intraprendere la vostra stessa strada? Ci sono canali particolari? 


In realtà non penso ci siano canali particolari. Noi abbiamo sempre fatto in maniera molto “fai da te”, ci siamo barcamenati con gli strumenti che avevamo, vedi l’email e fortunatamente questa cosa ci ha portati col tempo ad avere un’agenzia di booking, in questo caso “Panico Concerti” che ringrazio sempre per la mano che ci sta dando. Quando ci si spinge fuori dal proprio paese, però, un’agenzia di booking italiana può far poco e nulla. Il mio consiglio è quello di arrangiarsi cercando di vendersi il più professionalmente possibile, anche perché - brutto da dire - all’estero la musica è concepita in maniera diametralmente opposta. Ad esempio negli Stati Uniti, per citare un posto di cui abbiamo esperienza, la figura del musicista, amatore o professionista che sia, è sempre trattata allo stessa maniera; è tutto molto livellato. Per questo motivo, visto il rispetto per la figura del musicista, bisogna porsi in maniera molto più diretta e professionale, confezionando una sorta di “pacchettino” di siti, musica da ascoltare e raccontando un po’ meglio la propria biografia. Questa cosa per loro è molto importante e la considerazione è ricambiata. Ad esempio, recentemente, dal momento che ad ottobre avremo un’altra data in America, ho mandato diverse mail per organizzare delle date vicino a New York. A differenza di quanto accade da noi, hanno risposto tutti, anche quelli non interessati, perché comunque si tratta di un contatto culturale da onorare. In Italia, di converso, non c’è quel tipo di cultura dell’ascolto e quindi è facile che le cose che provengono dall’estero non siano recepite, pertanto si coglie un approccio più diffidente.  Quando vai all’estero ti rendi conto della semplicità e della fruibilità della musica: nei festival esteri è tutto bello, è tutto facile, è tutto chiaro, la gente si ferma, tutti ti danno una chance e se poi “fai schifo, amen!”. Almeno una chance di ascoltare per una volta e capire cosa stai dicendo, te la concedono. Sono curiosi di capire! Da questo punto di vista, quindi, dovremmo migliorare perché siamo un po’ diffidenti. 


Un'altra particolarità del vostro approccio live è quello di riuscire a passare da eventi enormi a realtà più piccole con approcci organizzativi differenti. Sulla base di queste esperienze, quali pensate siano i punti di forza del panorama organizzativo italiano di questi anni e in cosa bisognerebbe invece migliorare?

Riallacciandomi a quanto detto prima, direi che bisogna prendere spunto dalla semplicità dei festival e delle organizzazioni estere. In Italia ci sono anche realtà molto organizzate e megastrutturate, ma, come detto, non c’è sempre quella cultura della fruizione della musica, sembra che si  voglia solo rendere la vita più difficile e che si voglia solo guadagnarci. Nei forum e su Facebook si discute delle dis-organizzazioni e di chi stipa le persone davanti al palco perché “è bello farle vedere nelle foto”; questa presa di consapevolezza è sintomo che qualcosa sta cambiando, forse la situazione sta migliorando in meglio. I festival italiani sono comunque molto belli e spesso, secondo me, ci si sbaglia nell’organizzazione della line-up mettendo insieme gruppi troppo diversi tra di loro e si creano delle cose strane. 
Una consolazione: negli ultimi quindici anni l’Italia si è molto aperta poiché c’è molta attenzione anche al mondo più indie e questa tendenza è certamente positiva. Io, ad esempio, a Bologna sono molto fortunato perché ho l’opportunità di vedere nei club il top tutte le settimane: le cose funzionano, a livello di cartellonistica, c’è “roba” molto interessante e molto bella. Contesto un po’ l’organizzazione in sé di queste macchine da spettacolo...


La produzione di un album dalla scrittura al palco passa attraverso tutta una serie di professionalità (dal fonico di studio allo scalettista) che sono essenziali perché il lavoro artistico venga fuori nel migliore dei modi. Cosa è cambiato da "Sports" a oggi? Chi sono le conferme e chi le new entry del gruppo? Come vi state trovando a lavorare con Black Candy Records?

Di fatto il processo di produzione e organizzazione del lavoro sul disco è rimasto pressoché invariato, perché ci siamo ritrovati con Stefano Riccò del Dude Music di Correggio e l’assistente di studio Roberto Andreoli coi quali avevamo già lavorato molto bene in passato e a cui è stato sufficiente raccontare l’idea di suono che avevamo in mente per poter lavorare speditamente. Dal punto di vista della band, rispetto al disco precedente, in seguito al distacco del vecchio tastierista, Vittorio (a tutt’oggi suona come solista in OSC2X - il suo progetto di musica elettronica) ci siamo un po’ riorganizzati, pur mantenendo il nucleo storico della band: (Alberto Laffi (chitarrista), Andrea Ortolani (batteria e xilofono), Giacomo Gelati  (cantante chitarrista e tastierista) e Giovanni Ruggeri (basso e tastiere). Un pezzo, inoltre, lo abbiamo registrato con Michael Urbano (ex batterista degli Smash Mouth ed attuale batterista di Luciano Ligabue) che abbiamo incontrato a Correggio, mentre suonava con quest’ultimo e con il quale abbiamo composto una canzone dell’album dal titolo “Erevan”.