Live People

L'evoluzione dei Fast Animals and Slow Kids / Intervista + Ticket Contest

Pigneto, ore 18 di un venerdì sera qualunque.

È in un’atmosfera insolita in cui i tavoli di ‘Na Cosetta lasciano spazio alle sedie sistemate a formare una platea, che i Fast Animals and Slow Kids presentano a Roma il loro nuovo disco Forse non è la felicità, in uno showcase in cui le domande di Federico Guglielmi sono intervallate dai brani suonati in acustico. Questa modalità di concerto è per i FASK una novità assoluta, ma la band perugina la padroneggia meglio di quanto loro stessi ammettano. Alla fine della presentazione abbiamo parlato con Aimone riguardo il nuovo disco, mentre sul tavolo si alternavano i meravigliosi antipasti Gourmettier, le potato cup amatriciana e gli hamburger di bufalo.

Durante questo giro di presentazioni in store presentate qualche brano in acustico, è stato complicato arrangiare i brani in questo modo?
Aimone: Sì, ci abbiamo messo un sacco! Tanto che probabilmente questa è la cosa che ci penalizzerà di più in futuro: per fare gli arrangiamenti in acustico, abbiamo poco tempo per provare in elettrico e quindi ci stiamo cagando sotto e proviamo sempre, anche sabato, domenica, sempre! Fortunatamente siamo riusciti nell’impresa, anche grazie a Daniele Gandoni, che ci seguirà nel tour come tastierista e aiuto chitarra. Aiuto chitarra...! Praticamente farà la maggior parte dei riff difficili perché l’Orsetto ha deciso di diventare semplicemente un grande impiegato della musica che fa il suo compito e poi torna in albergo!

Nel tour precedente vi accompagnava Nicola Manzan, che ha suonato anche questo nuovo disco; durante questo tour vi accompagnerà Daniele di cui sappiamo (ancora) poco. Presentatecelo!
Aimone: Facciamolo presentare da solo!
Daniele: Aimone mi ha contattato circa un paio di mesi fa
A: Mentre suonavi all’OpenMic
D: Sì, ci siamo conosciuti all’OpenMic a Perugia, mi ha contattato e mi ha detto che gli serviva una mano perché sul nuovo disco c’erano dei nuovi elementi che erano principalmente pianoforte e altre chitarre e che sarebbero serviti sicuramente per un tour futuro. Da un mese faccio le prove con loro e partiremo in tour da Marzo.
A: in tutto questo la storia divertente è che lui stava suonando in una serata OpenMic a Perugia, l’ho sentito e ho detto “Cazzo quanto è bravo!”, a un certo punto ho notato che aveva l’accordatura in Re aperto, che per noi è fondamentale, e la suonava alla grande! Allora sono ritornato varie volte per vederlo suonare e gli ho proposto di seguirci.

Come cambierà il live per questo nuovo tour?
A: Non ti saprei rispondere perfettamente perché lo stiamo ristrutturando adesso; sicuramente ci sarà molto pianoforte e per questo dovremo rivedere gli arrangiamenti di base di alcune vecchie canzoni, tipo quelle che avevano tre chitarre sul disco e che non facevamo live o dovevamo arrangiare in modo diverso perché non le avevamo tutte nei live; quei brani lì li faremo molto più simili al disco. Col fatto che ci sarà un musicista in più ci si può permettere tante cose! In più l’idea, che stiamo studiando per bene, è di mantenere l’approccio solito che è un concerto molto molto a fuoco: pezzi uniti, scaletta unitaria, un concentrato intenso. Da domani ci ragioniamo bene, però questo è lo slancio iniziale.

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Avevate annunciato una pausa nei primi mesi del 2016, dopo un anno avete pubblicato un nuovo disco. I brani del nuovo lavoro sono nati durante il periodo di pausa o, in qualche modo, c’erano già durante Alaska?
A: In realtà c’erano delle idee; normalmente noi abbiamo un’idea un po’ matta: appena esce un disco nuovo, dobbiamo avere qualche cosa su cui iniziare subito a ragionare. Questo anche perché non vogliamo sentirci morti musicalmente parlando.
Partivamo già di alcuni suoni, avevamo alcuni riff, però questo disco più degli altri è nato in sala prove perché abbiamo ripreso la sala prove con un approccio molto tranquillo: ci siamo detti “Vediamoci, suoniamo, vediamo quello che viene fuori e ne discutiamo”. In sala prove si è sviluppato tanto, molto di più di quanto eravamo abituati a fare visto che suonavamo le canzoni dentro l’albergo in pausa tra un concerto e l’altro; molto spesso alcune canzoni che poi strutturavamo in studio, le provavamo durante i soundcheck dei concerti!
In 5 anni abbiamo registrato due dischi mentre eravamo in tour, e ci siamo organizzati con questo approccio qua; invece quest’anno è stato diverso, avevamo più tempo.

In Forse non è la felicità abbiamo scoperto la voce meravigliosa di Alessio ai cori; lo ritroveremo anche durante i live?
A: Sì, stiamo lavorando in questa direzione. A parte che Alessio è incredibile, ha una voce pazzesca ed è una roba che in pochi sanno. Da sempre lui ci svolta i dischi: i cori che si sentono il più delle volte li pensa e li registra lui, oppure mi dice come registrarli; questa volta gli abbiamo dato ancora più spazio proprio perché ha delle idee e delle intuizioni armoniche che ci piacciono molto. Vogliamo che tutti e quattro possiamo essere liberi di sperimentare per cui, con questo slancio più coscienzioso, abbiamo registrato tutto quello che ci veniva in mente, cosa che prima non avremmo mai fatto.

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Ph. Matteo Mat Nardone


I testi continuano a essere tutti tuoi, giusto Aimone?
A: Principalmente sì, ma anche lì c’è stato un grande lavoro: mentre l’ispirazione del testo e la prima stesura è mia, quest’anno più delle altre volte li abbiamo analizzati parola per parola: sulla parola “manifestare” in Giorni di gloria c’è stata una battaglia vera sull’uso o meno di quella parola! Anche il testo di tenera età: originariamente era lunghissimo ma poi abbiamo deciso di tagliarlo e ricominciare da capo per ottenere un risultato che piacesse a tutti quanti. Quindi sì, il lavoro sui testi è stato lunghissimo: partito da me, poi li abbiamo assimilati e rielaborati fino a quando tutti non eravamo soddisfatti. In realtà questo modo di fare lo abbiamo da sempre; la nostra idea è che non ci vogliamo mai sciogliere per questioni musicali, se ci sciogliamo è perché è finita l’amicizia.

Quanto Perugia vi ha aiutati (e quanto ostacolati) nel diventare la band che siete?
A: Ci ha principalmente aiutato, in realtà noi abbiamo vissuto in un ambiente molto protetto. Abbiamo sempre pensato, ma poi magari non è vero, che gli ambienti musicali delle grandi città siano tipo uno sgomitare continuo per riuscire a farsi vedere; a Perugia è tutto più concentrato sul suonare bene. Se lo sai fare bene qualcuno che ti fa suonare lo trovi perché è la stessa persona che incontri al bar la mattina, è un amico. Sono tutte persone che conosci in un ambiente musicale che è quello lì. Per cui ci sono sempre “quelli grandi” che ti aiutano, ti consigliano come fare, poi se giusto o sbagliato sta a te deciderlo, però c’è un principio di tutela che ti aiuta e che ti dà i coppini sulla testa se ti comporti da coglione. E questo secondo me è fondamentale per lo sviluppo della band, o per lo meno per noi è stato fondamentale.

Avete notato un cambiamento nel modo in cui le persone si avvicinano e vivono i concerti? Cambia qualcosa anche in provincia?
A: In realtà si sta tutto molto uniformando, c’è meno quell’approccio che ci piaceva all’inizio della gente che ti chiede le cose spontaneamente, tipo consigli sui pedali o altre robe tecniche; adesso è più... è come se ci fosse reverenza, c’è quasi paura a chiedere delle cose. E questo a noi non piace per niente perché ci piace invece parlare, capire le impressioni di chi ci ascolta per migliorare o anche rispondere a qualche curiosità; per noi è bello sapere che la nostra musica in qualche modo impatta anche sul pubblico. C’è anche quel distacco del “Ah, il cantante, il bassista della band... facciamoci una foto!”. Quindi sì, sta cambiando in questi termini; fortunatamente c’è sempre un aspetto che rimane che è con gli amici di una vita che magari abbiamo visto venire mille volte a tutti i concerti in cui eravamo 10 persone, loro hanno con noi lo stesso approccio, sono persone tranquille con cui si parla bene. Alcune volte si crea ancora, magari in situazioni come queste a ‘Na Cosetta, in cui si riesce a parlare e ad interagire bene e noi siamo solo 4 scemi. Quindi nonostante stia cambiando in termini “social”, ancora c’è speranza!

Siete tra i pochi progetti rock che cantano in italiano: questa poca diffusione, secondo voi, è più un problema di cultura o di affinità tra lingua e genere?
A: Non lo so, non saprei cosa dirti, davvero. Potrebbe essere perché tendenzialmente se suoni rock hai delle influenze che sono estere per cui è normale che inizi a cantare in inglese. A noi è successa questa cosa qua, che magari non succede a tanti altri: ci siamo resi conto che volevamo dire determinate cose ma non riuscivamo a dirle bene in inglese. Anche noi abbiamo iniziato in inglese, solo che non riuscivamo a spiegare le cose, veniva male; quando cantavo determinate cose, le persone non riuscivano a percepire quello slancio lì e allora abbiamo provato a cantare in italiano e a vedere come andava. Per cui, forse, il grande problema per riuscire a fare rock in italiano e ad essere convincenti, è partire dal discorso “Ho delle cose convincenti da dire? Ho delle cose che veramente mi muovono?”, il rock rispetto a tanta altra musica deve avere energia, deve provenire per forza dall’interno e da uno slancio emotivo forte, sennò non è pura. Forse a noi è venuto bene perché lo sentivamo tanto. Forse a volte non viene bene per un retaggio culturale del cantautorato all’italiana, per cui magari non ti viene in mente che potresti fare la stessa cosa sentendo musica straniera. Abbiamo unito queste due robe, che poi non saremo i primi né saremo gli ultimi! Quindi purezza istintiva unita al cantare in italiano unita a una musica di provenienza straniera, secondo me possono coesistere e, anzi, sarebbe bellissimo se molte altre band continuassero su questa scia! Ce ne sono eh! Penso, ad esempio ai Ministri, gli Afterhours, i Marlene Kuntz ma sarebbe bello se anche altre band continuassero perché è un rock all’italiana e potrebbe essere figo continuare!

Potreste diventare i nuovi portabandiera di questo rock all’italiana!
A: No, no, portabandiera mai di niente! Quando diventa una cosa generazionale no; ma diventare i portabandiera del nostro pensiero ce la accolliamo volentieri!

Quali difficoltà riscontrate nell'abbinare la musica al testo?
A: Quest’anno è stato ancora più particolare del solito perché, mentre normalmente strutturavamo il testo sulla melodia, quest’anno siamo partiti dal riff, dalla musica ma i testi sono stati scritti più a mo’ di pensiero; avevo queste note lunghissime, dei veri e propri racconti che poi abbiamo adattato alla canzone: li abbiamo accorciarti, cambiati, li abbiamo messi in metrica... Ci abbiamo lavorato tanto ma dopo, di solito scrivevamo un testo appositamente per una melodia che avevamo già pronta.

Questo cambiamento nel modo di lavorare è dovuto, secondo te, al fatto di avere più tempo o ad altri fattori?
A: Sì sì, sicuramente è legato al fatto che avevamo più tempo ma anche perché volevamo fare una cosa che rappresentasse ancora di più tutto quello che ci accade, non solo una cosa che succende in quell’istante e su cui ci scrivi una canzone; per cui se c’era una rana che "ranocchia" in giro, volevamo in quell’istante cogliere quello slancio là.
Abbiamo lavorato cercando di assorbire tutte le sensazioni che potevano capitare, in un lasso di tempo più ampio. 
I nostri testi non vogliono descrivere e basta, i testi descrittivi secondo me sono un po’ troppo futili: descrivono una cosa che è bella ma durerà solo quell’istante, invece quando parli di una sensazione, da qui a 40 anni, la ricorderai, la rivivrai! La musica per noi è come un testamento e vogliamo che rievochi momenti importanti, vogliamo che rimanga lì.


Contest: vinci i ticket per il tour dei FASK per una delle tre date riportate qui sotto.

Per vincere inserisci nei commenti il tuo nome e la città in cui vorresti vederli dal vivo. Ti contatteremo qualche giorno prima dell'evento se sarai tra i vincitori.

04.03 Arezzo Karemaski              
10.03 Santa Maria a Vico CE Smav
18.03 Milano Alcatraz