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Luca Borsetti di Latteria Molloy: «Il target dei club medi è il più difficile. Serve professionalità e consapevolezza»

Durante il panel dedicato alla bolla dei cachet degli artisti che stanno mettendo in difficoltà le programmazioni dei club medio piccoli, Luca Borsetti, uno dei direttore artistici e gestori di Latteria Molloy, si è fatto portavoce della categoria, dialogando con agenzie di booking e non solo. Proprio sul quel palco ha ammesso come, per la prima volta, non aveva ancora chiuso la programmazione fino a dicembre. Segno dei tempi che cambiano, certo, ma anche di un problema che va affrontato e risolto per il bene del futuro di quella musica dal vivo dove gli artisti si fanno le ossa prima di tentare il salto verso palchi più grandi. Ed è da qui che è partita la chiacchierata con Borsetti, tra gli inizi del suo lavoro, i consigli per il futuro e la voglia che il confronto non si fermi.

Ci siamo salutati a Roma con un cartellone ancora da chiudere, come sta andando?
In realtà la scelta direttiva di quest’anno è stata quello di allargare lo spettro musicale entrando in nuovi spazi, dal jazz al folk metal e altro, con un cartellone vario e pieno che si sta chiudendo velocemente. Era necessario, lasciando l’indie pop a meno serate rispetto a prima.

Non voglio dire che quell’incontro abbia fatto scuola, ma sembra davvero che ci sia voglia di confrontarsi tra club, per fare rete, è questa la via giusta?
Sicuramente il discorso di fare rete, ora, permette di parlare del problema, fa sì che esista un canale per confrontarsi. Il discorso rete e potenzialità è molto ampio. Esistono vari step: oggi il mondo del club e delle associazioni che li gestiscono comportano molte diversità tra loro. Per questo non è ancora possibile una fase attiva di risoluzione, ma siamo in una fase attiva di confronto. L’occasione come quella del Keepon Live Fest di Roma ti permette di metterti a un tavolo e capire quanto è diffuso un problema e accenderci la luce sopra. È stato un primo step di un confronto che deve continuare ad esserci. Anche io sono andato avanti a parlare con alcuni club e agenzie. Purtroppo la risposta data lì, di aspettare che sia il tempo a dare il verdetto, lascia l’amaro in bocca e ogni parte sta cercando di attuare una difesa rispetto a questo problema. C’è chi apre programmazione ad altro, trovando risposte positive. Perché ci sono sempre parentesi pronte ad aprirsi e avere prospettive nuove. Noi, per esempio, abbiamo band che hanno scelto di fare comunque il nostro club, nonostante avessero numeri differenti, perché ora è importante esserci. Anche questo è un risultato rispetto a questo problema. Altri hanno altre politiche come non lavorare con alcune realtà. Ogni club sta reagendo in modo differente.

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A chi inizia oggi con la musica dal vivo nel proprio locale cosa ti senti di consigliare?
Non farlo (ride). A parte gli scherzi, è un mondo davvero difficile. È troppo pieno di approcci amatoriali, se pretendiamo che ci sia un discorso professionale e di alta professionalità come oggi, prima di partire consiglio di capire cosa si stia facendo. Non deve essere solo quella realtà di appassionati che si affiancano e creano un circuito senza però capire il mondo lavorativo che c’è dietro e che va difeso. Il primo passo, quindi, è capire questa cosa qui, studiarla e seguire le conquiste legislative e di sicurezza sul lavoro che ci sono state in questi anni. A quel punto potrai capire se la passione può essere trasformata in un mondo lavorativo. È anche una realtà in cui le cose nascono e finiscono in breve periodo e questo fa male alla musica. Serve consapevolezza.

Qual è stata la più grande difficoltà che hai incontrato quando hai iniziato? È ancora così?
Quando ho iniziato io, 18 anni fa, avevo 16 anni e da lì mi sono messo a fare festival come attività di cuore, come lavoro ho iniziato 4 anni dopo. È un percorso bello lungo. Ero un pischello in un mondo di veterani: nel momento in cui ti volevi affacciare nella musica c’erano dei giganti che ti ostacolavano in tanti passaggi. Era più difficile entrare perché c’era gente che teneva il monopolio. Oggi è esattamente il contrario: chi pensava di avere posizioni salde gli sta crollando il terreno sotto i piedi. Oggi tanti giovinetti stanno facendo le scarpe a tanta gente anche più grande di me. Siamo noi che abbiamo 20 anni di esperienza che dobbiamo capire la parte giovane per stare al passo. Si è invertita la difficoltà. Prima un ragazzo non veniva considerato perché sembrava uno sbarbatello che voleva fare qualcosa di amatoriale, poi arrivava la credibilità. Ma oggi c’è una velocità di accensione di attenzione e di durata che è molto diversa da allora, è più repentina e ci sono più chances a disposizione di chi ha un’idea. I giovani di oggi, con i loro pacchetti di serate, hanno una comunicazione avanti anni rispetto a quello che facciamo noi. Avviene tutto per passaparola facebookiano, è una roba che ti fa capire quanto stia cambiando questo panorama e quanto dobbiamo stare attenti.

Potrebbe essere un discorso collegato, ma è meglio essere un locale riconosciuto credibile dal pubblico o dalle agenzie che ti propongono le band?
Se sei credibile agli occhi delle agenzie, le agenzie giocano la partita per avere la band lì, sanno che sei una persona che salda quello che deve saldare, che non ha problemi e invoglia l’agenzia a proporre l’artista. Ma se ti sai gongolare solo dalla parte artistica, e non hai appeal sul pubblico che individua nel tuo locale una proposta giusta, non avrai un vero pubblico, ma solo clienti spot per l’artista in questione. Devi avere questo binomio di efficienza e solidità. Sia dal punto di vista delle agenzie che del pubblico. Non può stare in piedi solo una parte. Parlo per una dimensione come la nostra. Il livello medio che forse è il più difficile oggi.

DUNK

Qual è stata la scommessa più soddisfacente degli ultimi anni di quelle passate dalla Latteria?
Io in latteria sono dentro da due anni, sicuramente in questi due anni la soddisfazione più bella è che non siamo caduti in format o proposte che non ci rappresentino. È facile in un momento di difficoltà di produzione artistica dire noi ci mettiamo a fare cover band o party dance. Stiamo in piedi con un equilibrio sottile tra party e live ma anche i party hanno una ricerca musicale con quello che viene proposto. All’inizio era Latteria Artigianale Molloy, ora resta quel gusto di ricerca ed è questa la cosa più bella. Siamo felici di stare così: noi, per esempio, verremmo qui anche senza fare questo lavoro. E vuol dire molto.

Ti capita di girare per locali anche insieme ai Dunk, come valuti, in generale, l’approccio alla musica da parte dei club?
In realtà secondo me c’è molta inconsapevolezza da parte di tutti. Non abbiamo ancora capito come poter trasformare un club che faccia live in un club che fidelizzi il suo pubblico all’idea che faccia live. Non riusciamo a dialogare bene con il pubblico, e parlo di una buona fetta di club, e dirgli vieni perché siamo noi a proportelo, perché è figo esserci e sai che trovi sempre qualità. Questa cosa qui è ancora molto lontana per molti club, noi compresi. Dobbiamo riuscire a fare questo grande passaggio in avanti. Poi l’Italia è variegata: abbiamo trovato situazioni diverse, quelle dove i gestori danno l’anima e coprono alcune mancanze con la passione, sempre dove non si intacca la professionalità. E ci sono poi luoghi molto grossi ma anonimi, che diventano contenitori per proposte e lì va davvero a crearsi la risposta in base all’offerta e basta. Diventa molto più un mercato. Noi sguazziamo nei medi club dove c’è la voglia di creare un circuito attorno al luogo, che abbia una sua anima.

Hai dei rimpianti?
Sì, abbiamo tutti sbagliato delle cose, soprattutto in questo periodo dove le scommesse messe sul piatto erano molte. Magari pensavi che quell’artista non avrebbe mai fatto certi numeri e da lì a poco sono diventati artisti da milioni di ascolti. La cosa bella è che quando sei un club con un percorso duraturo c’è molto dialogo con le agenzie. Se l’interlocutore continua ad approcciare come ha fatto fino ad oggi di pari passo con il locale, con l’artista giusto, ci saranno scommesse che verranno fatte insieme e questo ti permette di non perdere artisti sul percorso. Una volta però prendiamo granchi o rifiuti date che non si possono rifiutare.

Meglio un calendario ricco di offerte che saranno grandi nomi in potenziale, oppure poche date ma di sicuro successo?
Qua dipende dalla politica del locale. Hanno senso entrambe, l’importante è che non sia un misto e che non ci sia una scelta casuale. Bisogna fare i propri calcoli e valutare l’esigenza di avere un tipo di cartellone o un altro, ma serve una logica, allora il locale starà in piedi. Se manca questa logica cade il castello di carte fatto e ti trovi col culo a terra.