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Nella musica, un progetto ha successo quando c’è un gruppo di lavoro dietro: intervista a Diego Spagnoli

In occasione del concorso “Abbassa il Volume” svoltosi a dicembre a Milano dove si sono esibiti diversi ragazzi giovanissimi (tra i 16 e i 23 anni) e Veronica Marchi, tra i membri della giuria c’era Diego Spagnoli. Per chi non lo conoscesse, Diego segue i tour di Vasco Rossi da ancora prima che diventasse famoso ed è una pedina fondamentale per i suoi spettacoli come direttore di palco e presentatore.

Con lui abbiamo parlato di talento, del nuovo modo di fare musica, di X Factor e di come entrare nel mondo dello spettacolo.

Come si può giudicare il talento di qualcuno?
Comincerei dicendo che nei talent show o nei contest musicali in generale, c’è a mio avviso un errore di fondo: chi sono io per giudicare se quello che stai facendo è giusto o sbagliato? Il fatto che io sia un professionista non dovrebbe contare così tanto. Si parla sempre e comunque di un contenuto artistico e l’emozione che suscita è sempre qualcosa di soggettivo. X Factor ad esempio, è un contenitore incredibilmente professionale gestito da professionisti, ma quanti tra i partecipanti diventeranno tali? Non mi piacciono questi tipi di programmi perché creano tanti perdenti. Alla fine è tutto rimesso al programma stesso, che si riduce ad essere un trampolino da cui si può toccare una delle sfere più prestigiose di questo inferno che è il mondo della musica, in cui tutti sperano di poter campare di quello che sognano. Però in queste macchine molte volte l’artista è l’ultima ruota. In ordine d’importanza magari prima vengono le etichette, le televisioni, i giudici e poi arrivano gli artisti.
Però se ci pensi è proprio il loro talento ad essere la base di tutto il programma, ma questo nei contratti che girano lì dentro non viene riconosciuto.

Però negli ultimi anni sta uscendo fuori una terza generazione di band e progetti che vengono da una lunga gavetta: fatta di tanti concerti e da un confronto diretto con il pubblico.
Assolutamente, la scena indipendente è come un’araba fenice: sembra sempre sul punto di finire e poi escono fuori cose interessanti, perché alla fine non c’è niente di meglio che suonare e fare tanta pratica. Suonare la propria musica dal vivo e avere un confronto diretto con il pubblico è fondamentale per sfondare. Stare chiusi in cantina non serve a niente.

E queste nuove generazioni stanno portando qualcosa di nuovo?
Io con la mia età ho sentito molta musica, e posso dirti che di novità sonore oggi non ne trovo di particolari. Però devo dire che nella scena rap ci sono degli sprazzi di rinnovamento. La trovo vicina ai cantautori nello studio sui testi e nella ricerca di parole efficaci per raccontare storie autentiche. Sembra che gli artisti rap e hip hop abbiano davvero qualcosa da dire, che parli del loro mondo e possa suscitare anche un’emozione. Ci sono magari anche dei modi alternativi di fare musica con le macchine elettroniche, ma in questo caso non è ancora ben chiaro quanto sia arte o quanto sia un gioco. Quando i deejay dicono che vanno a suonare usando una pennetta USB è assolutamente incorretto. Giocare è un’espressione assolutamente permessa nella musica, basti pensare che sia in inglese che in francese (to playjouer ndr) suonare significa proprio questo. Oltretutto non c’è bisogno di essere un genio o essere preparatissimo tecnicamente; è importante che un artista sappia dare un’emozione. E’ anche vero che ultimamente la tecnica è cresciuta parecchio, sia dal punto di vista degli strumenti, che nella preparazione musicale. Le scuole di musica sono anche felicemente aumentate, tuttavia non noto più grandi stimoli creativi e questo è visibile non solo nell’arte. In questo mondo così moderno abbiamo molta più facilità nel realizzare tecnicamente le cose, ma le idee mancano sempre di più.

A proposito di questo: non pensi che a volte il processo accademico può rappresentare un ostacolo nell’espressione di un’emozione? Quali sono i passi fondamentali per poter arrivare a produrre qualcosa di valido?
Con le scuole si cresce prima e a volte non c’è un’esperienza diretta con gli errori. Gli studi a volte t’insegnano che alcune cose non si fanno, ma così si perde la sperimentazione che è un elemento fondamentale nella musica. E non parlo solo di accordi, melodie o armonie. Nell’arte bisogna osare e portare la propria musica ai concerti. Se ritorniamo a parlare di X Factor, lì ad esempio la maggior parte del repertorio consiste in brani già esistenti, perlopiù riarrangiati. Un artista deve pensare al proprio repertorio e a crearsi intorno a sé un gruppo di lavoro. Io alle band o agli artisti consiglio sempre di non concentrarsi solo sulle canzoni o sui membri del gruppo. Nel concerto non esiste solo un palco, c’è bisogno di un occhio esterno che guardi cosa stia succedendo anche al di fuori di esso. Può essere un amico all’inizio, ma questo è un passaggio fondamentale per trasformare un concerto in uno spettacolo. E’ vero che nella musica al momento si fattura pochissimo, però i progetti musicali che hanno successo sono quelli che organizzano un gruppo di lavoro che li affianca e che va verso una sola direzione. In questo mondo esiste anche una parte tecnica, amministrativa, grafica, promozionale e prima si lavora anche su questo, meglio è.

Come si fa a diventare quell’occhio esterno ed entrare nel mondo del lavoro della musica non facendo il musicista?
Anche se gli spazi si sono ristretti, bisogna seguire il proprio istinto e avere tanta forza di volontà. Io inizialmente suonavo ma confrontandomi con gli altri musicisti mi sono accorto che non era per me. Non avevo né talento né peli sullo stomaco. Però ho visto che nella musica ci si poteva lavorare, quindi ho iniziato a seguire in tour band in cui credevo. Con umiltà ho iniziato a scaricare i furgoni, portare l’acqua e gli asciugamani sul palco e poi da cosa nasce cosa. Ripeto ci vuole solamente tanta buona volontà. Di solito chi inizia a fare questo lavoro è chi si rende conto di non stare al passo con gli altri membri del gruppo e decide di dare il suo contributo in un’altra maniera. Vedi ad esempio che nei Pooh è successa questa cosa: uno di loro è uscito dal gruppo ma ha scritto i testi di moltissime delle loro canzoni. C’è tanto da fare all’interno di un gruppo di lavoro e c’è bisogno di persone che guardino al progetto da diverse angolature. I musicisti che pensano di poter fare tutto la maggior parte delle volte sbagliano.

Per questo “Abbassa Il Volume” sono stati coinvolti tanti giovani che vengono anche dei licei. Secondo te si può coltivare il talento musicale fin da quell’età con dei programmi extra-scoltastici?
Assolutamente sì. Tu pensa che in America le band organizzano dei veri e propri tour nelle scuole e nei college. In Italia secondo me i licei hanno pochissimi contatti con il mondo esterno e quindi ricevono meno stimoli. Ad esempio sarebbe interessante sviluppare nelle scuole, in tempi e modi diversi, quelle attività che di solito vengono svolte solamente durante i periodi di “autogestione”. Direi che è una questione culturale. I ragazzi qui in Italia suonano nelle cantine, magari nelle scuole di musica, forse ancora negli oratori. In molti altri Paesi si suona nelle scuole, si esce di più a sentire i concerti e i musicisti anche se fanno rock vengono rispettati da un punto di vista lavorativo. Qui gli spazi per esibirsi si stanno riducendo sempre di più e direi che è anche colpa della pigrizia degli italiani.