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Pollino Music Festival: musica, intimità e wilderness

Dal 2 al 4 agosto torna lo storico festival nel Parco Nazionale del Pollino con I Hate My Village, Tre Allegri Ragazzi Morti, Coma Cose, Populous, Franco 126 e molti altri.
Si tratta della ventiquattresima edizione per un appuntamento unico in Basilicata e in tutto il Sud Italia: si potranno vivere i concerti in una location davvero unica, il percorso che conduce alle vette del Parco Nazionale del Pollino, all’insegna delle parole chiavi che sono, appunto, musica, intimità e wilderness.
Nell’ottica della sostenibilità ambientale dell’evento saranno previste navette in partenza da diverse località della Basilicata. Il Pollino Music Festival è organizzato dall’Associazione Culturale Multietnica di Potenza e si svolge in collaborazione con l’Amministrazione Comunale di San Severino, ed è cofinanziato dall’Ente Parco Nazionale del Pollino e dalla Regione Basilicata, nell’ambito delle azioni volte a potenziare il sistema lucano di offerta turistica, culturale e di spettacolo.

Per scoprire più da vicino come funziona il Pollino Music Festival abbiamo scambiato quattro chiacchiere con il suo direttore artistico, Nico Ferri.

Come si sta vivendo in questo momento il countdown all’inizio del festival?

Tendenzialmente, come sempre: sono venticinque anni che facciamo il festival, quindi diciamo che c’è sempre quella tensione positiva, che è alla base della buona riuscita delle iniziative che proponiamo. È il momento di attesa attiva: stiamo mettendo in ordine tutti i vari aspetti, dalla comunicazione alla logistica. Tendenzialmente siamo abituati a vivere in uno stato d’ansia perenne, quindi va tutto bene.

La longevità del festival e il successo che ha riscosso il festival negli anni è sintomo di eccellenza, specie nel panorama italiano. Quali sono secondo lei le caratteristiche del festival che hanno permesso questi risultati?

Tendenzialmente se ci riferiamo non solo al panorama italiano, ma al panorama lucano (che praticamente non esiste), l’ingrediente è semplicemente una gran dose di incoscienza sostenuta da una passione infinita. È l’unica risposta che penso possa essere adeguata, rapportandoci a una realtà come la nostra, poi noi diciamo che non facciamo proprio le cose facili. Facciamo il festival in una Regione che ha 500.000 abitanti, tutta, l’andiamo a fare nel luogo con meno densità di popolazione (ride, ndr.) che non è raggiungibile con i mezzi pubblici perché siamo in pieno parco del Pollino. Non a caso questo anno abbiamo pensato, con le persone che si occupano della comunicazione, che davvero siamo “un altro pianeta”, come recita il claim di quest’anno. Nello stesso tempo, proprio perché il panorama è cambiato molto e poi è cambiato il panorama artistico e con esso anche il pubblico: negli ultimi anni ci stiamo dimensionando su un’affluenza fisiologicamente più contenuta rispetto ai primi anni 2000 dove c’era solo il nostro festival nel raggio di 500 km però nello stesso tempo stiamo potenziando in maniera naturale, senza far nulla, perché già il parco suggerisce l’atmosfera intima, come se fosse un enorme pit, una nostra arena. C’è una vicinanza agli artisti che altrove non si percepisce: si sta tutti insieme, il campeggio è nell’area del festival. È un momento di incontro collettivo di persone che sono interessate alla stessa cosa: un momento intimo!

Pollino

Come si è svolta la scelta degli artisti quest’anno e su cosa vi siete orientati per trovare i nomi degli artisti in cartellone?

Abbiamo cercato di diversificare perché appunto non ci è mai interessato, anche a dispetto di una minore attenzione su tutte le giornate del festival da parte di questo o quel tipo di ascoltatore. Da sempre abbiamo creato una miscellanea di generi musicali perché ci interessa anche, come dire, fare incontrare pubblici diversi con la scusa del festival, in realtà. Il festival diventa un espediente per scoprire cose nuove: è evidente che chi sceglie di venire a una giornata del festival perché c’è l’artista che gli interessa di più magari una volta che si muove nel posto che ho descritto, anche dal punto di vista logistico, è una scelta che va al di là della propria preferenza musicale, no? È una scelta di campo rispetto a tre quattro giorni da vivere in un posto dove avrai musica di qualità a mio avviso, meglio se non la conosci già!

Qual è invece il rapporto con le istituzioni? Come si convive con chi a Pollino ci vive tutto l’anno e si trova “invaso” durante questi tre/quattro giorni l’anno?

In realtà non è facile: nel nostro caso è una relazione abbastanza consolidata, ma non è mai facile perché anche i cambiamenti in corso non sono facili da far capire a chi non lavora a pieno ritmo nel mondo della musica che, negli ultimi vent’anni, è cambiato radicalmente, anche nelle modalità di fruizione. Continuano quindi a citarmi il concerto dei Subsonica del 2005, quello dei Gogol Bordello come modalità di proposizione del festival, con grossi nomi che però tendenzialmente non sono congeniali al tipo di location che abbiamo scelto. Avere tanta gente comporta non poche difficoltà: abbiamo scelto di combattere l’ansia del sold out che in questi ultimi tempi è così diffusa, ecco. Far capire che facendo scelte più mirate riesci a far vivere un’esperienza migliore alle persone che scelgono di venire al festival non è così semplice. Così come gruppi che loro non hanno mai sentito salvo poi scoprire, dopo sei mesi, che sono in testa a tutte le classifiche, come è successo con Caparezza nei primi anni 2000 e con tanti altri.