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Presente e futuro della discografia italiana: intervista e Enzo Mazza (FIMI)

Qualche settimana fa è uscita la classifica di FIMI, uno strumento di analisi fondamentale per capire lo stato di salute della discografia italiana e per analizzare il flusso di vendite, come si ascolta la musica, cosa piace di più e cosa meno. Abbiamo raggiunto telefonicamente il Presidente Enzo Mazza per darci una chiave di lettura su questi dati. Con lui abbiamo discusso soprattutto dello streaming e dell’ impatto che sta avendo sull’industria musicale e sul repertorio degli artisti.

Per chi volesse rimanere aggiornato sulle attività FIMI, consigliamo di seguire il loro sito e il loro blog.

Ci può fare un breve riassunto di come è andata la discografia italiana in questo 2016?
L’andamento del mercato discografico italiano ha avuto delle dinamiche molto simili a quelle registrate in tutto il mondo, con una forte crescita del consumo attraverso le piattaforme streaming che continua a crescere e coinvolge milioni di consumatori. Le vendite sui supporti fisici stanno diminuendo, anche se in Italia rimane un mercato molto forte. Se all’inizio del primo semestre del 2016 le vendite digitali hanno superato quelle fisiche, il periodo natalizio ha riportato il consumo su supporto fisico a più del 50%. Il segmento del vinile ha avuto una crescita importante, ma il mondo digitale è in continua espansione. Sicuramente in futuro il consumo streaming prenderà sempre più piede.

Quest'anno si è sollevato un grosso problema: la poca remunerazione che ricevono gli artisti dalle piattaforme streaming. Perché c'è ancora questa situazione? Come la si può risolvere?
È un tema molto complesso. Bisogna innanzitutto fare una distinzione tra le varie piattaforme e i relativi ricavi per gli artisti.
La piattaforma di streaming più utilizzata al mondo è Youtube (Italia compresa), ma è anche quella che genera meno ricavi all’industria musicale.
Questa situazione esiste perché Youtube può avvalersi di una regolamentazione e di norme risalenti agli anni 2000, che erano erano predisposte per piattaforme non digitali, soprattutto per società di telecomunicazioni (come ad esempio Telecom).
Queste norme, valide sia in Europa che negli Stati Uniti, hanno consentito a Youtube di collocarsi in una posizione di minore responsabilità sui propri contenuti rispetto ad altre piattaforme streaming, dando remunerazioni minori a chi carica i video sulla sua piattaforma.
Aldilà del fatto che Youtube pubblica anche contenuti generalisti, in sostanza per quanto riguarda la musica offre lo stesso servizio di Spotify. Magari c’è un video associato, ma per il resto si ascolta la musica gratuitamente e si possono realizzare delle playlist, tuttavia Youtube è soggetta a regolamentazioni diverse da Spotify e paga di meno gli artisti e le etichette.
Ora, provare a trovare una remunerazione dallo streaming in sé è praticamente impossibile. Oramai bisogna creare un'economia legata agli abbonamenti e non al singolo streaming, proprio come fanno Netflix o Spotify. Il digitale ha risolto molti problemi legati al supporto supporto fisico (costi enormi per la distribuzione, il filtro eccessivo realizzato dalle etichette, ecc. ecc.).
Se uno carica un album su Spotify può arrivare a milioni di persone provenienti da tutto il mondo, perché il suo lavoro è disponibile ovunque e in ogni momento, quindi puoi crearsi una base di consumatori o di fan molto più facilmente.

Il 2016 ha segnato un exploit nelle classifiche FIMI di artisti provenienti dal panorama indipendente: band che hanno fatto tanta gavetta e tanti concerti. Penso ai TheGiornalisti, Cosmo, Calcutta, Le Luci della Centrale Elettrica, Lo Stato Sociale, gli Ex Otago, Brunori Sas, la lista è davvero lunga! Cosa è cambiato?
C’è una maggiore attenzione e professionalità da parte delle etichette indipendenti nel curare il repertorio insieme ai loro artisti.
In più le major in Italia hanno deciso di ampliare le loro vedute musicali e non fermarsi a quello che può essere considerato il pop più tradizionale nel nostro Paese.
Ora scommettono su artisti provenienti da mondi musicali molto diversi, creando collaborazioni che sembrano essere proficue con le etichette indipendenti.
Anche le radio hanno cambiato il loro approccio: stanno modernizzando molto i loro palinsesti.

A livello di andamento di vendite che differenze ci sono tra questi artisti e quelli provenienti dai talent?
Guardando i nostri dati, gli artisti provenienti dai talent hanno una forte visibilità soprattutto nel momento in cui sono in concorso. Questo fenomeno viene rafforzato successivamente dai tour in store e l’incontro di persona con i fan.
Questi artisti però, hanno vita breve se non si crea una strategia di promozione a lungo termine.
Chi ha una base di fan ottenuta da tanti concerti, ha lavorato più sulla continuità creandosi un pubblico più “fedele”.
Poi è molto importante avere anche un’ottima capacità comunicativa sui social perché si possa innescare quel passaparola che ti permette di arrivare ad un pubblico sempre più ampio, penso al caso dei TheGiornalisti.

Chi ha registrato ottime vendite sono artisti hip hop, rap e trap come Salmo, Gemitaiz, Sferaebbasta, Ghali (per quanto riguarda i singoli) Guè Pequeno e Marracash..
É un fenomeno che si sta consolidando da anni e che coinvolge un pubblico molto giovane. In questo momento è uno dei generi che sta diventando “mainstream”, grazie proprio all’uso delle nuove forme di comunicazione come i social o i video. Si tratta di artisti che riescono a coinvolgere le nuove generazioni in maniera molto diretta.

Se il 2016 ha registrato un forte incremento di vendite di album di artisti italiani, ma per quanto riguarda i singoli esiste ancora uno strapotere da parte di hit estere. Perchè c'è ancora questa grande differenza?
Questa differenza nasce da un modello di consumo molto ben definito: il successo di un singolo è fortemente legato allo streaming su piattaforme con un’ accessibilità globale.
Il successo di un singolo può dipendere ancora dall’inserimento in molte playlist ascoltate da milioni di utenti. Per le canzoni in italiano c’è inevitabilmente una difficoltà nell’accedere a playlist di respiro mondiale.
É una delle grandi sfide del futuro: le etichette e gli artisti italiani dovranno capire come inserirsi in queste dinamiche per raggiungere anche un pubblico internazionale.

C'entrano anche le radio?
Le radio hanno ancora una grossa influenza e appeal in Italia, però il consumo via streaming sta diventando molto importante: sta coinvolgendo una consistente fetta di consumatori che sarà destinata ad allargarsi sempre di più. Tant’è che le radio stanno diventando meno musicali e ci sono più dialoghi.

Secondo lei quali saranno i principali cambiamenti nel mondo della discografia italiana nei prossimi 2 anni?
Come ho già detto lo streaming avrà sempre più influenza sulle nostre classifiche. Questo nuovo modo di consumare musica cambierà molto anche il repertorio degli artisti. Ci sarà una grossa differenza tra chi avrà successo attraverso i live e chi sfrutterà invece l’inserimento in playlist o al consumo su streaming.