Live People

Quantu Stiddi: ecco Francesca Incudine, neo socia Doc.

Nel 2018 ha vinto una Targa Tenco e il Premio Bianca D’Aponte. Siciliana, a poco più di 30 anni, è una delle cantautrici più raffinate della scena italiana. Umiltà, bella penna e tanto talento. Si potrebbe riassumere così la personalità artistica di Francesca Incudine, siciliana (di Enna), classe 1987. Nel 2018 ha portato a casa una Targa Tenco (miglior disco in dialetto) e, pochi mesi dopo, il Premio Bianca D’Aponte, il contest italiano riservato alle cantautrici, aggiudicandosi anche il premio della critica “Fausto Mesolella” e una borsa di studio di 1000 € offerta da Doc Servizi, l’ultimo riconoscimento dopo un’infilata di premi tale da far impallidire tanti pseudo artisti di oggi.

Dotata di una sfrenata passione per i tamburi a cornice, a 13 anni inizia a studiare percussioni e canto gettando le fondamenta del suo percorso artistico nel solco del folk popolare e della world music, che la porterà a scrivere canzoni nel suo dialetto, il siciliano. Nel 2010 partecipa con la Compagnia Triskele al premio per la World music Andrea Parodi, che vince con il brano “Fimmini” di cui è autrice del testo. Nel 2013 al Premio Parodi ritorna da solista e il suo “Iettavuci” fa incetta di riconoscimenti: premio della critica, premio miglior testo, premio migliore musica e premio dei bambini. Mentre da Milano arriva un importante riconoscimento: il Primo Premio e il Premio Speciale Muovi la Musica al concorso per cantautori “L’artista che non c’era”. Nel 2015 partecipa agli eventi artistici di Expo a Milano con due spettacoli musicali (“Il casellante” di Andrea Camilleri e “DiVentoTerra”) e l’anno successivo si aggiudica il Premio InCanto, promosso da L’Asino che Vola di Roma, il premio della critica “Piero Calabrese”, premio Migliore performance, premio Indiegeno Fest e l’accesso in finale al premio Musica Controcorrente, oltre che una menzione come miglior arrangiamento con il brano inedito “Linzolu di Mari” al Premio Botteghe d’Autore ad Albanella (SA). Il 2016 si conclude con la vittoria del premio Musica Controcorrente, ricevendo una menzione anche per la rivisitazione del brano “Lazzari felici” di Pino Daniele. L’abbiamo raggiunta al telefono per farci raccontare dalla sua viva voce le emozioni di questo ultimo anno.

Iniziamo dalla fine, si fa per dire. Cosa ha significato per te vincere il Premio Bianca D’Aponte?

Per me è stato un riconoscimento importantissimo per due motivi. In primis perché arrivato 3 anni dopo la prima partecipazione. Penso che ogni tipo di contest debba essere considerato uno strumento di crescita e un modo per testare sé stessi, capire che tipo di lavoro si vuole fare e cosa si ha dentro da dire. Quindi sono ritornata a iscrivermi quest’anno per chiudere un cerchio, per capire se il lavoro che avevo fatto in questi tre anni aveva raggiunto gli obiettivi che mi ero posta. La seconda motivazione sta nella natura stessa del D’Aponte. Non è un premio che ti fa competere, non mette al centro la gara, ma è un premio che ti mette a confronto, un ritrovo per gli addetti ai lavori, una grande famiglia, dove si ha la possibilità di essere ascoltate davvero. Vincerlo è stato importantissimo anche perché arrivavo da una settimana importante. È stato un po’ la ciliegina sulla torta.

Quantu stiddi, la canzone con la quale hai vinto, parla d’amore. Un tema che ricorre spesso nel repertorio "folk" tradizionale. I tuoi testi però parlano anche di mare, di viaggi e di viaggi per mare, nonostante tu sia una siciliana lontana geograficamente dalla costa. Qual è il tuo rapporto col mare? C’è un tema a cui sei più affezionata?

Ti ringrazio per questa domanda. Me la fece un giornalista in occasione del primo disco. Proprio perché sono lontana dal mare, probabilmente lo evoco. Il mare è simbolo di vastità, di superamento dei confini, di sé stessi, di attraversamento; è una simbologia importante, associata al viaggio e all’amore. Perché chi canta e chi scrive lo fa spesso per amore, che sia verso la famiglia, la terra, una donna, un uomo. In Quantu stiddi canto un amore “alto”, che attraverso la musica cerco di rendere concreto, calarlo nel quotidiano. È un amore universale, ma si tratta alla fine dell’amore per un uomo o una donna. C’è una frase in ebraico nel testo che esprime questa reciprocità nell’amore, che non è un possesso, ma un’appartenenza. Uomo e donna hanno la stessa dignità. Un limite che viene spesso valicato, sfociando nella violenza.

Tu sei giovane, ma dalle tue risposte emerge una consapevolezza artistica e una maturità tipica degli artisti più “anziani”

Probabilmente non lo avverto. Sento di essere in crescita. La musica mi sta aiutando in questo percorso di consapevolezza personale e artistica. L’arte ti permette di amplificare la tua sensibilità. Io non mi sento ancora questa ‘statura’, però mi fa piacere che si noti, mi fa ben sperare. Vuole dire che la crescita sta andando nella direzione giusta.

Con Creuza De Ma nel 1984 Fabrizio De Andrè andava contro qualunque regola del mercato discografico. Un disco interamente in genovese fu un azzardo all’epoca. Oggi Tarakè vince la Targa Tenco per il miglior album in dialetto, stavolta siciliano. Per la tua esperienza, com’è cambiata la percezione dell’uso del dialetto in musica?

Credo sia tornata la voglia di esplorare al meglio e pienamente tutte le possibilità espressive della musica, comprese quelle linguistiche. A volte si associa il dialetto all’arretratezza culturale. Invece io penso sia importante oggi, accanto a molteplici forme d’arte, riappropriarsi di quelle più naturali, immediate. Il dialetto per me è una lingua, è generativa, creativa, mi permette di ancorarmi alle mie radici e allo stesso tempo di poter guardare ad altre forme creative. Creuza De Ma è stato un punto di riferimento anche per me che appartengo a questo genere che potremmo chiamare world music o canzone d’autore in dialetto, ammesso che queste categorie valgano ancora. Ogni artista deve esprimersi nella lingua che ritiene più autentica, più adatta a veicolare sé stesso, che gli permetta di comporre per immagini, di associare il suono della lingua all’immagine. Per me è sicuramente il siciliano.

Ogni artista siciliana si confronta più o meno consapevolmente con Rosa Balistreri. Come ha influito, se ha influito, sul tuo percorso musicale?

Io vengo da quel mondo, dal folk puro. Anche se Rosa Balistreri ha preso la tradizione e l’ha tradita, se così si può dire. Ha preso i canti tradizionali, rivedendoli alla sua maniera. Ha raccontato il dolce e l’amaro della nostra terra, occupandosi di tutti i temi: dalla mafia, all’emigrazione. È stata davvero dirompente. Chi si occupa di questo non può non fare i conti con lei. Io vengo da lì perché il mio percorso nasce a 13 anni con lo studio degli strumenti a percussione. Suono i tamburi a cornice e vengo da quel ramo del folk revival e quindi anch’io ho dovuto confrontarmi con lei. È un faro.

Francesca Incudine

C’è qualche brano suo che ti ha particolarmente ispirato?

Ce ne sono tantissimi. Forse Virrinedda e Cu ti lu dissi, ma anche il suo testamento, Canto e cunto, che è stato un brano molto importante per me, così come le sue riproposizioni di brani tradizionali. Questa dirompenza nella voce, questa forza, ma anche la dolcezza con la quale passava dal canto di guerra, all’amore, dalla ninna-nanna al canto su temi di mafia.

Dopo tutti questi riconoscimenti, quali sono i tuoi prossimi obiettivi e i progetti futuri?

Al momento sono al lavoro per la costruzione di un tour che possa portare in giro questo disco. Il tour mira anche all’estero. Ho fatto un’esperienza bellissima l’estate scorsa in Pakistan e mi piacerebbe poter approfondire la commistione con culture e musiche altre, anche extra-europee. Poi ci sono altri progetti trasversali, teatrali e musico-teatrali, da interprete, che si compenetrano l’un l’altro. Le idee non mi mancano per fortuna. Mi sento piena di energie e di cose da dire.

Ti faccio, per concludere, la stessa domanda che ho fatto a Salvatore Musumeci dei Tinturia, visto che anche tu, come lui, vivi in Sicilia. Cosa manca alla Sicilia, se le manca qualcosa, per diventare un luogo dove restare e non dal quale partire?

Vivo in modo abbastanza contraddittorio il rapporto con la mia terra. Ho sempre pensato che se ne vanno tutti, chi resta? E che chi decide di restare debba cercare di costruire il bene e il meglio. Facendo questo mestiere, vivo sulla mia pelle le difficoltà di vivere in un posto che ha delle evidenti difficoltà rispetto ai trasporti, ai mezzi. Vivo questa inquietudine, credo eterna, di voler restare e al contempo di guardare oltre, per capire in che modo poter continuare ad alimentare relazioni e coltivare ispirazioni.

Anche Musumeci evidenziava queste difficoltà rispetto ai trasporti e alla logistica. Lui avanzava proprio delle proposte concrete per permettere agli artisti di spostarsi in modo più agevole…

Sono contenta di sapere questo. In realtà credo che in Sicilia non ci manchi nulla. Per citare Tomasi di Lampedusa, siamo talmente convinti che non ci manchi nulla che la nostra vanità è più forte della nostra miseria. Viviamo sempre questa contraddizione: che potremmo vivere delle sole cose che abbiamo, ma non sappiamo amministrare la nostra bellezza, forse perché non ne siamo pienamente consapevoli.