Live People

Il mio primo concerto: Rancore

Il tour che ha permesso a Rancore di portare in tutta Italia il suo nuovo album Musica per bambini, uscito lo scorso 1 giugno, è pronto per i suoi due atti conclusivi. Il penultimo appuntamento, infatti, è previsto per domani, venerdì 7 settembre, al Reason Anz di Loreto (An), prima dell’ultimo atto, il prossimo 13 settembre al Positive River di S. Polo di Torrile, in provincia di Parma. Un album, quello uscito questa estate, che ha superato i 3 milioni e mezzo di stream su Spotify e che rappresenta una nuova evoluzione per il rapper romano. Un percorso netto, iniziato all’età di 14 anni, in una Roma che Tarek, il nome all’anagrafe di Rancore, ricorda molto bene.

Cosa ricordi di quella prima fase della tua carriera, a 14 anni?
Erano due le cose che avevo intenzione di imparare, cercando di accumulare esperienza. Stare in studio, per registrare le cose che scrivevo, e fare più palchi possibile. Andare in studio non era una cosa scontata, perché doveva essere pagato, per esempio. Anche per questo, in contemporanea, volendo tornare a casa con qualcosa di decente, cercavo di fare più palchi possibili. Partecipavo alle serate freestyle o open mic, nella mia città: lo facevo per vivere il palco e la paura delle persone, ma anche per far conoscere il mio nome anche se in ambiti molto piccoli. Questo è quello che ricordo. Questo primo studio, perchè la musica sotto sotto è uno studio: della musica in sé e di sé stessi. Poi tutto questo si è evoluto, andando a fare gare dei freestyle in tutta Italia e non solo a Roma. Ovviamente è stato il periodo dei primi pullman presi da solo, delle nottate passate nelle città in attesa del treno di ritorno e delle gare dove capitava di farmi mezza Italia a spese mie e magari nemmeno vincevo. Sono stati tutti momenti in cui capisci che senza fare sacrifici solo per la musica, l’evoluzione non nasce. Serve sacrificio e mettersi in pericolo per conoscersi, mettersi alla prova e vedere sempre più pubblico.

Rancore.3(1).jpg

Hai mosso i tuoi primi passi al Phat di Roma, me ne vuoi parlare?
Era la prima volta che, una volta a settimana, assecondavo questa mia necessità di calcare il palco. Era l’evento fisso della città, si faceva di domenica pomeriggio, in un locale sottoterra. Andavo ancora a scuola e per me la domenica era un giorno molto comodo, potevo andare e tornare come volevo, nonostante fosse a ostiense, in zona Piramide, più centrale rispetto a dove abito io. Per me è stata la prima volta in cui potevo salire sul palco con costanza, è stata la prima sfida settimanale dove avevi tempo durante la settimana di pensare a cosa era successo la settimana prima. Prendevo sempre il microfono, ogni volta che c’era la possibilità, e ho sfidato tantissime persone. Il Phat è stata una fabbrica del rap romano. È uno degli eventi rap più importanti che io abbia mai visto e ha cambiato il rap di Roma. Non era solo open mic e freestyle ma anche concerti che mi hanno permesso di vedere i primi live rap italiani, in una situazione molto underground ma anche molto bella che mi ha portato ad imparare tantissimo.

Come si è evoluto il tuo modo di fare live da allora?
In quel momento cercavo ancora di capire il rap, stavo trovando il mio rap, mentre oggi è come se io lo facessi direttamente. Se prima la cosa particolare era che stavo sul palco a dire un sacco di parole ora un sacco di parole mi portano a stare sul palco. La parola non è più la prima cosa che mi preoccupa, è diventata la più leggera. Tutto il resto, i costumi, i giochi di magia, gli aspetti teatrali, è molto diverso da quando salivo sul palco all’inizio: anche il fatto che la base è suonata cambia molto il live. Il rap è il mio super potere, la mia concentrazione sta su altri aspetti, sentire come suonano i membri della band, per esempio. Ma anche gestire le luci in un certo punto dello spettacolo, capire quando andare in una zona o un’altra del palco. Ecco, oggi il rap è parte di me, prima cercavo questa parte di me. Ora mi concentro sui silenzi, unici punti in cui posso riprendere fiato.

Rancore.1(1).jpg

È rimasto qualcosa di quel primo approccio alla musica dal vivo?
È rimasta la sincerità, lo sfogo, il sentire che in quel posto posso esprimere me stesso. All’inizio questo era il motivo per cui il palco mi ha attratto, ora è diventata una sorta una protezione che ho. Ho reso questa protezione ben solida e quando salgo sul palco ho sempre la stessa sensazione della prima volta. È come se fosse la prima volta che mi sento protetto, ed è una cosa di cui mi scordo appena scendo dal palco: così, ogni volta, l’emozione del palco, del pubblico, resta come la prima. Anche se ci sono musicisti dietro. All’inizio era tutta una novità, come per le luci che per me sembravano sempre giganti, e mi hanno fatto sempre effetto, dalle prime a quelle più elaborate che ci sono oggi. Ma nel momento in cui ti senti protetto dal palco, allora devi essere te stesso, al 100%, facendo anche movimenti che non sono previsti. È una cosa che facevo a 15 anni ed è rimasta anche oggi.

Si vedono sempre più live con la presenza di strumenti, anche band complete. Sarà questa la nuova frontiera del rap?
Io questa cosa la faccio da un botto di anni, quasi dieci, l’ho sperimentata senza stare troppo a venderla. Ed è una cosa che fai per due ragioni: o per vedere cosa succede, o perché è l’unico modo in cui vuoi fare rap. Ci sono anche diverse sfumature, io ho sperimentato un po’ tutto: ho suonato da solo, con il dj che scratcha, il dj che non lo fa, con uno strumento solo in acustico, ma anche con cinque strumenti. Il rap nasce come qualcosa che reinventa la musica, ed essendo nato così, con l’utilizzo dei campioni, l’hip hop non può far altro che essere reinventato a sua volta e non è immune dalle influenze che ha intorno, adattandosi con il linguaggio di oggi. In questo modo si evolve, portando con sé aspetti che magari prima erano in un modo e ora si modificano. Non è che se giri con un gruppo hai fatto qualcosa di più bello, rispetto a girare con il dj: sono aspetti diversi della stessa cosa. Nel momento in cui qualcosa si evolve è normale che porti con sé cambiamenti, e sono tutte cose positive, soprattutto se si parla di aumentare le persone sul palco: perché se la musica serve ad unire, se gli elementi che la compongono aumentano, e fanno bene quel che hanno da fare, il risultato non può che essere un miglioramento.

Come pensi potrà evolversi, in Italia, l’esperienza live di chi fa questo genere?
Pur non avendo una sfera di cristallo, credo che ci sarà un periodo in cui aumenterà la musica suonata, all’interno del rap, e dopo un lungo periodo in cui ci saranno parecchi elementi sul palco si tornerà alle origini, ad essere in due, per poi magari tornare con strumenti nuovi che compariranno nel mezzo di questo percorso, con elementi nuovi che possono non essere il basso e la chitarra ma nuovi strumenti che si integreranno al dj. Sì, per fare qualcosa di diverso arriverà qualcuno che tornerà alle origini.