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Il Reload Soundfestival raccontato da Edward Romano: «Sarà un'esperienza musicale a 360 gradi»

Al Reload Sound saranno cinque giorni di musica di ogni genere. Uno in più rispetto alle passate edizioni, per aumentare ulteriormente l'asticella per quella che sarà l'ottava edizione di una rassegna che ha, negli anni, mantenuto una crescita costante di risposta del pubblico. Dall'11 al 15 luglio al Parco Eunice Kennedy Shriver (ex Campo Volo Aquiloni di Biella), si spazierà dal cantautorato al rap passando per il metal e il jazz: il tutto, rigorosamente, ad ingresso gratuito. Una cosa è certa, come ha confermato l'organizzatore Edward Romano, non c'è alcuna voglia di fermarsi: «Stiamo già pensando all'edizione del decennale, fra due anni»

A quasi una settimana dall’inizio dell’evento, cosa manca?
Diciamo che questo è il momento in cui bisogna andare a vedere se è tutto ok a livello logistico, perché dal punto di vista artistico ci siamo sistemati da un po’. Si entra nella fase operativa, anche se per noi il festival è già iniziato da tempo. Ora c’è la verifica della copertura delle pubblicità, con le affissioni. La fine di tutto questo sarà quando la Commissione di vigilanza ci saluterà in modo sereno, partirà l’aperitivo e la festa potrà davvero iniziare. Quest’anno ci sono più restrizioni rispetto all’anno scorso quando la legge Gabrielli ci aveva soltanto sfiorato. Ora ci siamo dentro in pieno, in un anno ci sono stati diversi aggiornamenti e modifiche, anche se sono su interventi che abbiamo sempre fatto perché siamo sempre stati un evento di grossa portata in termini numerici.

Hai citato subito un argomento che abbiamo toccato anche con altre realtà piemontesi e non possiamo che chiederlo anche a voi: che aria si respira attorno alla musica dal vivo lì?
Le normative in realtà sono praticamente sempre le stesse, ci sono forse più controlli e chi li fa è più rigido rispetto a prima. Ma, per fare un esempio, la richiesta di un vigile del fuoco ogni 250 persone è una normativa sempre esistita, piuttosto che il controllo numerico della capienza di uno spazio. Quello che sta avvenendo, da un anno e mezzo a questa parte, purtroppo, dopo i fatti di piazza San Carlo, ti fa pensare che il Piemonte possa essere una regione campione rispetto a queste normative, ed è una cosa che emerge anche confrontandomi con altri colleghi. Non siamo spaventati, anzi: avere più forze dell’ordine garantisce anche più sicurezza per noi organizzatori. La musica e i festival non sono sinonimo di baccano e delinquenza quindi non esiste la paura per la presenza delle forze dell’ordine.


Cosa detta la linea del vostro festival, avete un messaggio che volete comunicare?

Quello che ci poniamo come obiettivo tutti gli anni è di far vivere un’esperienza. Quest’anno sarà un’esperienza a 360 gradi a livello musicale, per chi potrà godersi il festival tutti e 5 i giorni, proponendo generi che vanno dal metal dei Lacuna Coil al new jazz dei Rohey, band norvegese che abbiamo intercettato già da un anno, per passare al cantautorato di Bianco e Diodato al rap di Ghemon. Una scelta molto ampia a livello musicale insomma.

Come è nata la scelta di una line up che spazia così tanto?
È sempre stato il nostro focus quello di essere eterogenei come cartellone, andando a soddisfare più gusti musicali possibili. Non concentrandoci solo su un suono possiamo arrivare a più gente possibile, così ti trovi appassionati di diversi generi che riescono a convivere nello stesso ambiente e se il posto gli piace e si trovano bene, tornano anche.

Nel mix della vostra offerta c’è musica tanto italiana quanto internazionale, c’è ancora quel divario netto che si viveva un tempo?
Secondo me sì, c’è eccome. Le band internazionali, per quanto mi riguarda, hanno uno spessore differente, sia economicamente che di comportamento. Anche i rider sono completamente diversi: percepisci questa differenza sotto ogni fronte. La band italiana ha un modo diverso di approcciarsi. Non è che gli italiani se la tirano e gli stranieri hanno meno pretese, ma se devo analizzare un rider le richieste che vedo nella lista di chi viene da oltre confine sono di reale necessità, potrebbero quasi chiedere di più ma non lo fanno, sembra quasi un paradosso, che deve essere risolto. Anche a livello economico qui in Italia ci sono sempre più cachet che non capiamo e non giustifichiamo perché ci sono nomi internazionali che potrebbero chiedere almeno la stessa cifra. Tutto questo senza nulla togliere alla proposta artistica, perché magari l’artista è all’oscuro e non lo sa nemmeno di quelle che sono le richieste di produzioni e agenzie: ma questi sono discorsi diversi.

Reload


Torniamo allora al Reload: quando nasce l’edizione di un festival? Il giorno dopo la fine di quello precedente o c’è una fase di stacco?

Io sto già pensando a tra due anni, quando arriveremo al decennale: i miei pensieri vanno già lì, così come durante l’edizione dell’anno scorso pensavamo a questa. Abbiamo sempre pensato all’edizione successiva durante il festival dell’anno prima, perché è un percorso continuo: fino a quando ci sono le energie e il pirla che si sobbarca di tutte le grane, gli oneri e gli onori, ma soprattutto se esiste un gruppo che cresce, il festival va avanti. Non si può pensare solo alle economie, serve un’energia, alla base, che spinge il festival di 12 mesi in 12 mesi: se manca questo manca tutto.

Domenica 15 ci sarà il Terzo Paradiso umano, di cosa si tratta?
È una performance che avverrà con la collaborazione di Terzo Paradiso e Cittàdell’arte: di fatto costruiremo una piccola parata che si recherà al parco Eunice Kennedy Shriver. Dalla città dell’arte si arriverà al parco con una piccola parata, una volta entrati si costituirà questo simbolo con le persone partecipanti: è una delle performance che Michelangelo Pistoletto, l’artista che ha realizzato l’opera, ha fatto in svariati appuntamenti. Un rimando a tutto il discorso della filosofia del Terzo paradiso: renderlo performance è un messaggio più tangibile, soprattutto se è l’uomo a fare questo disegno.

Qual è oggi, per un festival arrivato all’ottava edizione, la più grande sfida da battere?
Credo che si sia sempre alla ricerca di conferme. Di per sé per una manifestazione culturale e musicale con un messaggio in un territorio con un sacco di particolarità essere riconfermati è importante. Un’azione grossa come il Reload qui non esiste dal punto di vista musicale estivo: credo che la sfida sia quella. Nel momento in cui riesci a ottenere un successo di fiducia nel pubblico si torna al discorso delle energie da spendere sul futuro. Poi l’obiettivo è quello di rimanere all’asciutto. Il periodo in cui facciamo il festival è quello in cui, a Biella, piove di meno, è statistica. Lo diciamo sempre per cui non c’è scaramanzia: ecco, ora che non siano 5 giorni di maltempo.

Reload

Raccontami la notte prima dell’inizio del festival, avete dei riti scaramantici o delle abitudini?

Non c’è mai un domani, già oggi ci sono cose da fare, ci troviamo catapultati direttamente nei giorni del festival, per cui la notte prima quasi nemmeno te ne accorgi, non c’è nulla di tutto questo. Per noi, come ti dicevo, è come se fosse già festival, tra riunioni, tavoli con la questura e altro. Magari, però, prenderò spunto da qui e potremmo iniziare a pensare a un rito propiziatorio. Facciamo così: ci sentiamo dopo il festival e ti dico se c’è stato.