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La sostenibilità ambientale nei festival: il modello Terraforma

Con Terraforma l’idea di Festival ecosostenibile ha avuto un esempio talmente pratico e in grado di avere una progettualità seria e continuativa negli anni che non si è potuto più pensare che organizzare un evento dal vivo, con un occhio molto attento all’ambiente fosse un’utopia da pollici verdi. Di questo e di altro si parlerà durante il panel dal titolo Ecosostenibilità nel 2018: il modello Festival, venerdì 14, al Keepon Live Fest. Ne abbiamo parlato con Leone Manfredini, tra le menti organizzative del progetto di Terraforma a Villa Arconati, un gioiello che, anche grazie al festival, sta riscoprendo il suo antico splendore.

Facendo un primo bilancio di questo percorso, la risposta delle persone al vostro invito a riflettere sul rapporto tra l’uomo e l’ecosistema terrestre è come ve lo sareste aspettato all'inizio?
Fin dalla prima edizione di Terraforma, ci siamo posti il duplice obiettivo attraverso il festival: di valorizzare un patrimonio culturale e naturale come il giardino storico di Villa Arcontati e, allo stesso tempo, di sensibilizzare il pubblico su come poter vivere tre giorni a stretto contatto con la natura senza avere un impatto negativo nei suoi confronti. Attraverso queste azioni siamo convinti di poter portare le persone a questo tipo di riflessione, e i risultati ci fanno ben sperare. Certo, si può e si deve fare di più, ma oggi ritengo che il nostro pubblico abbia percepito questo tipo di messaggi e ne faccia tesoro anche al di fuori del festival.
In che modo un festival può essere ecosostenibile oggi?
Sicuramente approcciando la sostenibilità con una progettualità ben definita e a lungo termine. Singole azioni mirate a ridurre un particolare consumo non bastano se davvero si vuole avere un risultato sostenibile nel lungo periodo. È importante inoltre non commettere l’errore di concentrarsi unicamente su soluzioni ben visibili al pubblico, ma intraprendere dei progetti che effettivamente portano a dei risultati importanti in termini di sostenibilità.

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In un periodo in cui le norme di sicurezza hanno escluso dal festival il vetro e, talvolta, le lattine, in che modo si può ridurre l’impatto dei bicchieri di plastica, spesso abbandonati sui prati a fine serata?
Se l’obiettivo consiste nel voler ridurre l’impatto derivato dalla generazione di rifiuti di plastica si può utilizzare bicchieri durevoli anziché monouso. Questa soluzione però porta con sé alcune implicazioni, una su tutte l’accesso all’acqua corrente per poterli lavare, cosa non sempre scontata per festival all’aria aperta. Alternativamente si possono introdurre, come abbiamo fatto noi quest’anno, bicchieri compostabili, che, pur essendo comunque monouso, hanno sicuramente un impatto minore rispetto a quelli tradizionali. Inoltre, si può tranquillamente eliminare l’utilizzo di cannucce nel servire i cocktails o le bibite. Se invece l’obiettivo, altrettanto importante soprattutto per festival all’aria aperta, è quello di ridurre la sporcizia generata, si può introdurre una policy che prevede dei crediti omaggio, per tutti coloro che riportano al bar un certo numero di bicchieri vuoti.

Quanto è importante avere una progettualità per chi vuole portare avanti un percorso di sostenibilità che possa fare anche da modello da seguire?
Come già accennato prima, avere una progettualità nel lungo periodo è alla base di qualsiasi progetto di sostenibilità, non soltanto riferito ai festival. Se non si ragiona con un orizzonte di lungo periodo si rischia davvero di portare a termine soltanto piccole azioni che diventano delle gocce nell’oceano.

Il Terraforma, a Villa Arconati, va oltre l’impegno relativo ai giorni della manifestazione. Sostenibilità diventa anche riqualifica. Mi racconti cosa avete già fatto per la Villa e cosa c’è in programma per i prossimi anni?
Esatto, la nostra idea di sostenibilità mira a porsi degli obiettivi ambiziosi anche rispetto allo spazio in cui ci inseriamo. Fin dal primo anno abbiamo intrapreso, in collaborazione con Fondazione Augusto Rancilio (la fondazione proprietaria della villa), un progressivo progetto di pulizia del parco e di potatura e messa in sicurezza degli alberi, rendendo ogni anno accessibili diverse aree del giardino in origine non agibili al grande pubblico. Inoltre, nel 2016, abbiamo iniziato un progetto triennale volto a ridare la luce ad un labirinto di siepe che era presente nel 18esimo secolo. Per realizzare le 5 cerchie concentriche tipiche di un labirinto sono stati piantati oltre 500 esemplari di carpino, una pianta autoctona della zona. Il progetto è stato completato quest’anno ed è stato presentato durante l’ultima edizione del festival. Per il futuro stiamo valutando nuove possibilità di intervento mantenendo lo stesso tipo di obiettivi.

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Impegni del genere richiedono anche supporto a livello di sponsor. Le aziende rispondo bene a queste esigenze di sostenibilità?
Coinvolgere attivamente le aziende è un percorso articolato, che merita un approccio più attento e coraggioso da parte dell’interlocutore. Le aziende che capiscono il nostro modus operandi e sposano la nostra filosofia portano a casa risultati più interessanti ed un ritorno d’immagine sicuramente più positivo rispetto ad apparire unicamente come partner del progetto. Posso per esempio citare l’esempio di Borotalco, che ci ha supportato fin dall’inizio nel progetto del labirinto ed oggi gode di un’ottima reputazione rispetto al nostro pubblico, piuttosto che EticaSGR con cui abbiamo sviluppato un vero e proprio piano di sostenibilità triennale volto a misurare e ridurre i nostri impatti ambientali.
Quali sono i tre punti che ti permettono di dire che Terraforma sta riuscendo ad esprimere la sua filosofia in modo chiaro e di impatto?
In primis, la grande attenzione da parte del nostro pubblico, con il quale stringiamo un vero e proprio rapporto duraturo. Spesso mi capita di vedere al festival facce familiari, non soltanto italiane, che ci seguono fin dal primo anno e stanno molto attente a tutto ciò che facciamo. Senza voler esagerare, posso tranquillamente affermare di essere diventati una vera e propria comunità. In secondo luogo, la reputazione di cui godiamo da parte dei nostri portatori d’interesse, uno su tutte la Fondazione Augusto Rancilio che da anni ci supporta in questo tipo di percorso. Infine l’attitudine da parte delle persone che lavorano con noi. Se inizialmente era più difficile trasmetterla, anno dopo anno mi rendo sempre più conto di quanto la nostra filosofia sia ben chiara e condivisa da tutti quelli con cui ci ritroviamo a collaborare.

Ci fai qualche esempio di campagne o idee particolarmente creative che sono state attuate per raccontare il tema della sostenibilità ambientale? Puoi citare sia riferimenti inerenti a Terraforma che ad altri festival o associazioni
Raccontare il tema della sostenibilità in un contesto di svago come lo è un festival, è forse la sfida più difficile in un percorso di questo tipo. Spesso il pubblico appare poco recettivo a questo tipo di messaggi, soprattutto se si vuole raccontare una progettualità come la nostra. Detto ciò, le azioni più di impatto nei loro confronti sono quelle che li coinvolgono direttamente. Una nostra strategia che ci ha particolarmente soddisfatti durante l’ultima edizione è stata l’eliminazione dei servizi di navetta da Milano per ridurre le emissioni direttamente generate dalla nostra organizzazione e sensibilizzazione delle persone all’utilizzo del treno per raggiungere il festival. Così facendo e comunicandolo nel modo giusto, siamo riusciti a garantire un servizio più continuativo rispetto al passato (trasporti continui e meno impattanti dalla stazione di Bollate al festival, anziché poche corse da Milano alla villa in determinati orari), aumentando in modo significativo il numero di spettatori che ci hanno raggiunto senza l’utilizzo dell’automobile.

Foto in copertina di Guido Borso. Le altre foto sono di Delfino Sisto Legnani,