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Un confine aperto: intervista ai Soviet Soviet

Alessandro Costantini, Andrea Giometti e Alessandro Ferri sono tre amici di Pesaro. Poi, nella vita, sono anche i Soviet Soviet: una delle band italiane più rappresentative nel panorama underground estero. Basso tonante, batteria dritta e chitarra pungente fanno di loro degli adepti del punk, più per istinto che per definizione: quest’ultima, emersa dalle prime recensioni, ondeggia adesso tra le sue più recenti declinazioni, ma senza intaccare quella flemma artistica e quel legame spirituale tipici del trio.
“Il nostro gruppo è nato per suonare sinceramente assieme, tutto il resto è venuto di conseguenza. E lo abbiamo preso sempre come un regalo”.

Esordisce così Alessandro Ferri, il batterista della band, raggiunto al telefono mentre cammina per la sua Pesaro, la stessa città che, con quella provincialità placida e autentica, ha fatto da cornice ai loro inizi. Adesso, a parte l’amicizia e la voglia di suonare insieme, per i Soviet Soviet c’è “Endless”: un nuovo disco da ascoltare, nato in un contesto da conoscere attraverso i loro occhi. Abbiamo chiesto ad Alessandro di raccontarci qualcosa di più del background della band.

Perché un progetto come il vostro ha più riconoscimenti all’estero?
È sicuramente una questione culturale, legata a un concetto di curiosità. In Italia il bacino di potenziali fruitori della nostra musica è ristretto; ci sono regole che non cambiano, dinamiche tipicamente italiane. Poi c’è l’Europa, con la sua apertura e il suo maggiore interesse verso fenomeni come il nostro. Anche rispetto ad altri parametri, come la lingua (se cantassimo in italiano avremmo meno date fuori dal nostro Paese) e l’approccio delle radio e webzine, si nota molta differenza tra Italia ed estero.

Quale contributo potrebbero dare i media per rendere il vostro prodotto più accessibile al pubblico italiano?
Non esiste una formula precisa. Di certo aiuterebbe molto un processo, per così dire, di liberalizzazione radiofonica, con programmi che diano spazio a band considerate minori. Ci vorrebbe davvero poco per parlare di musica diversa e realtà alternative con cognizione di causa e pienezza. Attualmente, in questo campo, ci sono folte minoranze ma poca attenzione.

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Quale è la forza di Pesaro nel far nascere così tanti progetti interessanti pur avendo pochi punti di ritrovo per musicisti e addetti ai lavori?
Pesaro è la classica città di provincia: non ci sono tanti locali, ma c’è la voglia di suonare. In un contesto più ricco ci sarebbe un terreno meno fertile, qui invece i gruppi proliferano e sono anche di qualità: pensate ai Be Forest, ad esempio, o ai Brothers in Law.

Dal punto di vista musicale, cosa serve in un contesto simile per innescare un circolo virtuoso?
Avere uno spazio comune, come una sala prove pubblica, è un ottimo punto di partenza. Da musicista ti dico che avviene tutto spontaneamente, non esiste una ricetta valida per tutti: ogni luogo ha le sue peculiarità. In ogni caso, dopo che le band si sono formate e hanno provato, devono anche poter esibirsi. E dunque un altro tassello importante è costituito dalla presenza di live club, ma anche da Amministrazioni locali che possano valorizzare i gruppi.

A proposito, quali sono i locali italiani che sanno ospitare meglio un progetto come il vostro? Qual è il livello professionalità dei promoter nostrani?
Di locali ce ne sono vari, non te ne so indicare di specifici. Alla seconda domanda, invece, rispondo facendo riferimento al rapporto tra promoter e band, e a come questo si evolve nel corso del tempo. C’è una differenza sostanziale di trattamento tra quando sei alle prime armi e dopo, quando acquisisci un peso specifico.
Non è una bella cosa e, purtroppo, anche questa è tipicamente italiana. All’estero funziona al contrario, c’è un metodo senz’altro più professionale. Una band ha un peso qualsiasi sia lo stadio di avanzamento e di successo del progetto, e quello che fa deve essere percepito come un lavoro. In Italia, quando sei all’inizio, è come se a volte il locale ti facesse un favore a farti suonare.
Inoltre, se fossi un promoter locale non accetterei mai gruppi “a scatola chiusa”: il fatturato è importante, ma è altrettanto importante ascoltare la musica. Specialmente all’inizio, infatti, è indispensabile ricevere i feedback non solo dal punto di vista commerciale, ma anche da quello artistico.

Quale è il vostro approccio al live?
La dimensione live è quella fondamentale. Suonare dal vivo ci piace in una maniera indescrivibile perché per noi è anzitutto un divertimento del quale non potremmo mai fare a meno.

Come è stato vedere recensiti su PitchFork i vostri primi lavori?
Ci ha fatto piacere ed è stato inaspettato. Fa pensare tantissimo il fatto che ad essere recensito fosse un gruppettino di provincia, molto distante dall’America e dai suoi numeri. Inoltre ci ha aperto gli occhi e spinto a una considerazione: se c’è attenzione per il tuo livello artistico, sussiste anche se non riempi i palazzetti. Quindi gli obiettivi che devi avere, da musicista, sono suscitare interesse e trasmettere curiosità.

“Endless” è un album che, per vostra stessa ammissione, nasce dai soundcheck dei tour. Quali sono i momenti del tour dai quali traete maggiore ispirazione?
Il tour è una vacanza di lavoro. Unisce la tua passione alla possibilità di visitare posti nuovi, anche se, del viaggio, vi è solo l’illusione: di fatto giri solo per locali. Non c’è un momento specifico: c’è il furgone, il live, la sigaretta quando finisci di mettere a posto dopo il concerto.

Quali sono i parametri del “nuovo”, nella musica?
È difficile stabilirlo. Io più che di nuovo tout court, parlerei di “poco sentito”. La musica è arte e fare qualcosa di completamente nuovo a volte è improbabile. Se si va per categorie rigide, si rischia di andare a parare nella distinzione tra generi e sottogeneri: meglio concentrarsi su un concetto di “poco vissuto”.