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Un diario di guerra : Intervista agli The Zen Circus

Diciotto anni di carriera, otto dischi, hanno cantato in inglese, francese, “fake spanish” e da qualche anno in italiano: gli Zen Circus dopo aver prodotto il loro ultimo disco La terza guerra mondiale (settembre 2016) sono partiti per un tour invernale sold out in tutti i più grandi locali della penisola e ora sono impegnati in un lunghissimo tour estivo che li vedrà sui palchi di moltissimi festival. Abbiamo raggiunto Karim, il batterista del gruppo, e abbiamo parlato del tour estivo, guerre mondiali personali, Black Mirror, tanto tanto hardcore e del fatto che Andate tutti affanculo non è una pietra miliare della musica italiana (almeno secondo lui).


Quando avete iniziato, cantavate in inglese; il primo album in italiano è arrivato nel 2005, dopo 4 lavori discografici.
A cosa è dovuto il cambio di lin
guaggio?
Vita  e opinioni di Nello Scarpellini, gentiluomo (2005) non è il primo disco completamente in italiano: ha solo 5 brani su 13 scritti nella nostra lingua.
Credo che inizialmente l'approccio degli Zen con l'inglese fosse molto legato all'imprinting musicale adolescenziale, fatto soprattutto di musica americana; quindi c'era poco spazio per la roba italiana; ovviamente non mancavano le eccezioni: per esempio la scena noise che girava intorno a Catania (Uzeda, Keen Toy, Jerica's) e l'HC nostrano.

Cantare in una lingua diversa dall’italiano era una cosa ovvia al tempo, mentre passare all’italiano è stato un processo molto naturale, non abbiamo deciso di farlo perché volevamo un successo repentino. Abbiamo sempre sperimentato con la lingua: Doctor Seduction (2004) era in inglese, ma in altri lavori comparivano tracce in francese o fake spanish :)

Con Nello Scarpellini e, ancora di più, con Villa Inferno (2008), il gruppo è maturato -per alcuni è involuto ahahaha- e c’è stato l’avvento dell’italiano; Figlio di puttana e Vent’anni (entrambi brani in Villa Inferno, ndr) hanno aperto le porte ad Andate tutti affanculo (2009), che è nato dopo uno dei tour più belli nella nostra carriera, quello in Australia con Brian Ritchie dei Violent Femmes.
Dopo quelle date avremmo potuto prendere la "via internazionale" ma non abbiamo avuto il coraggio forse. Volevamo focalizzarci sull’Italia... e l’Italia poi ci ha accolti sempre di più, anno dopo anno.
Detto questo, a mio avviso è avvenuta una storicizzazione fallace per quello che riguarda il primo disco interamente in italiano, in parte anche grazie all'analisi della critica nostrana: Andate tutti affanculo da molti è visto come IL disco cardine nella nostra storia, ma è abbastanza riduttivo. Quando uscì se lo filarono in pochi sul momento, non ci fu nessun tipo di "hype" nessuno si strappò i capelli gridando al miracolo.

È stato un processo molto lento: il disco ha dato via ad un tour che si è snocciolato in 160 date: le prime con una platea sparuta di 150/200 persone. Poi, concerto dopo concerto il pubblico è diventato più numeroso, ma comunque sempre risicato rispetto ad oggi; il primo sold out lo abbiamo fatto con il tour di Nati per subire (2011) ed i primi risultati "grossi" (album in Top 10 di vendite e locali grossi sold out) li abbiamo avuti da Canzoni contro la natura (2014) in poi, ma soprattutto con La terza guerra mondiale (2017).


Guardandovi indietro adesso Andate tutti affanculo può essere considerata una pietra miliare della vostra discografia o no?
La cosa bella degli Zen è l'essere un gruppo composto da tre persone con caratteri profondamente diversi e modi di analizzare la nostra musica con una vis molto personale; su quel disco ognuno ha la sua opinione: Andrea e Ufo ci sono molto affezionati, mentre a gusto personale non è uno dei dischi migliori degli Zen; non è assolutamente tra i peggiori ma nemmeno tra i miei 3 preferiti. Ne capisco, però, l’importanza dal punto di vista storico per la nostra  storia, non per la storia della musica italiana: grazie a quell'album siamo passati dal fare 60 date l’anno al macinarne più di 100, ed abbiamo iniziato a vivere di musica.


Insomma, Andate tutti affanculo è un disco importante ma non è stato il disco di svolta degli Zen Circus…
La prima "svolta" avvenne con l'uscita del videoclip di Figlio di puttana 


in Villa Inferno, quello che successe dà anche la cifra stilistica di quanto sia "strano" questo paese: facemmo il tour italiano con Brian Ritchie, entrato in formazione come "quarto zen"; insomma, stiamo parlando del bassista dei Violent Femmes, una band che ha cambiato la storia dell’alternative rock mondiale, e che ha venduto milioni di dischi. Beh, durante quel tour la media paganti oscillava tra le 30 e le 100 persone. Come cover facevamo Kiss off e Gone daddy gone, entrambe dei Violent Femmes, dei pezzi che fanno parte della storia. Brian finiva quel magnifico assolo su Kiss Off e quando si fermava... SILENZIO, nemmeno un applauso.

Alla fine del tour il clip di Figlio di puttana iniziò a passare su MTV e Video Music e la gente ai nostri concerti aumentò. Dopo una ventina di date DESERTE in Italia con un asso della musica che in America riempiva i palazzetti, il pubblico è cresciuto improvvisamente perché una nostra canzone era andata in TV. Ma questa è la storia della musica e della comunicazione. Sad but true.

Secondo te questa poca educazione del pubblico italiano da cosa potrebbe dipendere? Potrebbe avere radici culturali?
Non voglio sciorinare un j'accuse al pubblico italiano facendo di tutta l'erba un fascio. Non avrebbe senso e sarebbe come sparare sul mucchio. Inoltre non scordiamoci una cosa: l’Italia ha dato i natali a band che sono andate a testa alta in giro per il mondo reggendo il confronto con i gruppi esteri, spesso mangiandogli anche la pappa in testa; non dimentichiamo L'HC tricolore anni 80 (CCM, Negazione, Raw Power), il filone prog, certa elettronica, l’italo disco ed alcune band metal. Queste band spesso hanno avuto una spinta non da poco dal nostro pubblico, che li ha capiti ed amati.

L’Italia assimila la musica in modo molto peculiare, per certe cose siamo la provincia della provincia della provincia dell'Europa, da un lato invece esterofili come pochi (con una latenza nel portare il genere nel proprio paese, metabolizzarlo e renderlo proprio a volte lunghissima) da un altro lato fedelissimi solo alla roba italiana, ma a volte geniali nel fondere tutto.

Vita in tour: cosa vi piace e cosa non potete sopportare assolutamente?
Il tour è uno stile di vita "pericoloso" perché ti abitua ad una routine unica che può condurti al pensare (quando giri la chiave nella serratura per aprire la porta di casa) al classico “e ora che faccio?” Poi, sia chiaro, i tour che facciamo noi non sono quelli da 130 date di fila come i gruppi esteri, noi facciamo circa 80 concerti l’anno, che insieme agli impegni promozionali tra showcase, radio e tv, portano, di media, ad un totale di 95 giorni su 365 fuori casa.

Il tour è un momento particolare, è un modo di vivere la vita diverso: è il nostro amore più grande, ma è anche un lavoro, con tutte le dinamiche del caso; la crew (backliner, tour manager, fonico, tecnico luci, merchandiser) è fondamentale e rende possibile tutto quello che prende vita sul palco.. Vivi a stretto contatto e diventi una famiglia. È un modo di vivere la vita molto diverso da quello domestico, e con gli anni ti abitui a questa "routine/non routine": ti svegli la mattina in hotel, fai il viaggio, arrivi in un altro hotel, aspetti che la crew monti tutto sul palco, parti dall'hotel con il tour manager per andare al locale e fare la parte finale del sound check, finisci e fai qualche intervista, vai al ristorante, di nuovo albergo, poi suoni e ancora albergo. È tutto così, ed il giorno dopo ricomincia tutto da capo. È facile confondere i giorni ed i ricordi, perché da un certo punto di vista tutto può sembrare uguale, ma non è mai così in realtà, ed è quella la magia, perché quando sali sul palco tutto è nuovo e bellissimo: quando suoniamo c'è un livello di empatia tra di noi che, se devo essere sincero, è forse la cosa che preferisco del tour.

Quando torniamo a casa abbiamo dei modi molto diversi di reagire: io sono molto poco propenso ad uscire la sera, sono molto casalingo, torno a casa da mio figlio e riprendo quella vita che faccio normalmente: famiglia, suonare a casa o in studio, lavorare a produzioni artistiche per altri gruppi e tante chat e telefonate tra noi, booking, ufficio stampa e crew. Ufo se ne torna sui monti e si dedica al suo orto e agli ulivi, mentre Andrea è uno che non trova mai pace e magari, se abbiamo 10 giorni di pausa, se li passa in studio o a scrivere testi.

Ognuno giustamente la vive a modo suo ma ormai sono anni che andiamo in tour, è la nostra dimensione, stiamo bene e siamo dei fratelli, in più l'ingresso del Maestro Pellegrini ha migliorato le cose a 360 gradi. Continuiamo a portare avanti la "filosofia" dell'andare a suonare anche in provincia e nei paesi. Abbiamo fatto la prima parte del tour de "La Terza guerra mondiale" facendo sold out in tutti i locali più grossi in Italia, quelli con una capienza tra i 1000 ai 3000 spettatori. Dopo potevamo scegliere tra lo stare fermi tra febbraio ed aprile e fare solo l’estiva, ma ci saremmo rotti le palle, e poi la musica è un lavoro che fa guadagnare anche tecnici, promoter e locali, ha un suo innegabile indotto, ed è giusto e sacrosanto. In più volevamo andare anche nelle piccole città, nei locali con una capienza tra le 500 e le 1000 persone, per raggiungere quelle persone che magari per mille motivi hanno difficoltà nel farsi 50/100 o 200 km per venirci a vedere nelle città più grandi. Quindi abbiamo aggiunto altre 20 date tra inverno e primavera, praticamente tutte sold out, e per il tour estivo abbiamo scelto di fare tanti concerti (35 date) includendo anche 5 o 6 festival di provincia più piccoli rispetto alla media del tour.

Questa è la nostra dimensione e per ora non ci va di sacrificarci facendo meno concerti; adoriamo andare in tour e da fine settembre ci prenderemo una pausa per registrare il disco nuovo, quindi ci sembra giusto suonare il più possibile, anche per ringraziare e stare insieme al pubblico, che ha reso questo tour il più bello e di successo della nostra carriera.

Dopo moltissime date invernali siete partiti con un tour estivo molto denso; cosa cambierà nella scaletta o nell’esecuzione del tour estivo?
Fa più caldo! La scaletta è leggermente modificata: a volte basta spostare dei brani, levare un paio di pezzi lenti oppure spostarli in punti diversi della scaletta ed aggiungere un paio di brani nuovi, ed il concerto cambia completamente.

Qual è la guerra mondiale che combattono gli Zen Circus, al netto di quella che è la terza guerra mondiale di cui parlate nel disco?
Ci sono dei punti di contatto con la parte concettuale ed estetica dell’album. Andrea secondo me ha una dote enorme e rara: riesce a far vivere nei testi degli zen i discorsi, gli sproloqui, i ragionamenti e le riflessioni sue, mie e di Ufo... insomma tutto quello che siamo sia dal punto di vista empirico ed empatico. Il tutto combinato alla sua visione del mondo che ci circonda. I tasti toccati per i simbolismi ed i testi di questo album coincidono con delle paura sociali che abbiamo tutti e tre, molto vicini allo sviluppo della comunicazione, questo lo ha reso il nostro disco più "contemporaneo".

Per me la terza guerra mondiale risiede anche nella forte preoccupazione che provo nel vedere il mondo cambiare in modo così veloce ed incerto, ma anche nel vedere studiosi di sociologia, di antropologia sociale e di comunicazione brancolare nel buio per questo "scossone" che ha fatto la nostra società negli ultimi 4-5 anni. È stato così violento e veloce dall'aver stupito ed impaurito anche membri dei CEO di Google, Yahoo e compagnia bella.... gente che ha pensato e costruito quel web 2.0 che si è sviluppato ed ha cambiato drasticamente il modo in cui stiamo vivendo la vita, le emozioni e la socialità.

Mi fa paura questa rabbia endemica che, negli ultimi anni, non riesce più ad essere filtrata e schermata nelle menti e nei nervi delle persone da cui nasce, come il pensare che una frase cattiva, violenta ed incivile non valga nulla solo perché scritta con una tastiera e non urlata in faccia. La giostra digitale dell'ego è la possibilità donata a tutti di esistere per il mondo grazie ad una connessione wi-fi. Ora questa second life che tutti abbiamo quando siamo online si è ramificata e l'abbiamo accettata senza remore, senza calcolare però le conseguenze di un possibile cortocircuito: è come se il reale diventasse tale solo dopo essere stato postato sui social: se una persona non posta le foto della vacanza, è come se la vacanza non fosse mai esistita. Credo che sia spaventoso e disarmante, ed un passo indietro dal punto di vista dello sviluppo sia antropologico e del rapporto uomo-tecnologia. È come guardare un incidente al rallentatore, visibile dal mondo intero. Un incidente al quale tutti abbiamo dato una piccola spinta iniziale. Ne siamo legati a doppio filo in un modo che è riuscito a trascendere quello che per la nostra società era una visione monodimensionale del vedere e vivere il rapporto col proprio ego. Siamo arrivati oltre Black Mirror. Poi ovviamente non ci sono solo lati negativi, anzi, ma tutta la parte positiva del web, a mio personalissimo avviso, sta scemando rapidamente, o forse sono io che, semplicemente, non riesco ad accettare questa realtà come pura e semplice evoluzione.

Una cosa che mi colpisce molto di voi è la dicotomia (apparente?) tra quello che cantate, che a volte tocca temi importanti e “pesanti” -penso a Zingara, ma anche Non voglio ballare, per citare due brani dal nuovo album- e il modo in cui lo raccontate, come fosse una cosa normale, una festa. È un modo per esorcizzarne la pesantezza?
I testi degli Zen sono intrisi di morte, una morte che ha mille forme, e non è esclusivamente biologica; abbiamo sempre creduto nell’ironia nera cruda e tremenda, ma liberatoria. Entrambi i miei genitori sono sardi ma sono cresciuto tra Toscana e Sardegna e proprio andando spesso in Sardegna mi sono reso conto di quanto l’umorismo toscano fosse "violento"; ho avuto discussioni con alcuni miei amici sardi per anni perché non capivano, e ritenevano aberrante scherzare su certe cose. Secondo me si può e si deve scherzare su tutto, ma, soprattutto è NECESSARIO parlare di tutto, senza evitare i coni d'ombra e nascondere la testa sotto la sabbia. Ovviamente la dialettica ed il modo in cui si trattano determinati argomenti è fondamentale. Prendi Zingara per esempio: eravamo consci della gravità del testo, ma, per noi, non c'era altro modo di comunicare ciò che avevamo in testa. Lo abbiamo fatto sapendo bene che il rischio era l'uscirne come dei qualunquisti.

Qual è il pezzo del nuovo disco che vi da’ più soddisfazione aver scritto?
L’anima non conta e Andrà tutto bene: il primo per il testo e per la sua semplice naturalezza durante la composizione e la registrazione: una batteria, due chitarre, un basso e una voce, il secondo per la produzione artistica e gli arrangiamenti.



Venite da un’esperienza di artisti di strada, cosa vi manca meno di quel mondo e cosa, invece, vi portate ancora dietro ogni volta che suonate?

Ormai  l’imprinting è così forte che ci è rimasto nella pelle; e secondo me si vede in certi momenti. Gestire la strada è nutriente perché ci sono i bambini, gli anziani, persone che mediamente non frequentano i concerti. Oppure gente che non ha tempo da perdere e che a volte può decidere di rinunciare ad un impegno per ascoltare uno o due pezzi tuoi; quella è la verità, nessuna barriera. Non c’entra nulla la promozione, il booking, l’hype, queste cose non hanno nessuna influenza. È bellissimo.

È la stagione dei festival: quali progetti chiamereste nel vostro festival ideale?
Se dovessi fare il mio festival perfetto chiamerei Converge, Die Antwoord, Death Grips, Kendrick Lamar, IOSONOUNCANE, Raw Power, Bologna Violenta, Ufomammut, Dillinger Escape Plan, Neil Young e John Fogerty, Chelsea Wolfe, Årabrot, Wolfbrigade, Scott Walker, Sunn O, King Gizzard and the lizard wizard, Gallows, Refused ed altri 8734872362398. Poche pretese, insomma :)