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Un rock colto: Intervista a Le Capre a Sonagli

Sono “allegri, eternamente emergenti, lucidamente allucinati”. Vogliono suonare ovunque, ma soprattutto – e fa notizia, in tempi di cinepanettoni, trollate e discografici contestati sui social – credono in una musica libera da espedienti, umile, etica e vissuta nota per nota. Sono le Capre a Sonagli, storica band bergamasca nata da un’evoluzione dei Mercuryo Cromo e giunta al terzo album: “Cannibale”, prodotto da Tommaso Colliva (Muse, Franz Ferdinand, Afterhours, Calibro35, Ministri) per Woodworm Label.

Stefano Gipponi, Matteo Lodetti ed Enrico Brugali suonavano dall’età di 14 anni, quando, dopo un “Bravo, sei una capra!”, si è aggiunto Giuseppe Falco. A lui, chitarrista della band, abbiamo fatto qualche domanda sul mitologico mondo de “Le Capre a Sonagli”.

Capre a Sonagli è sinonimo di cambiamento: da Mercuryo Cromo alla formazione attuale, passando per i precedenti album. Quali sono gli effetti di questa metamorfosi sul live?
Quando sono entrato io nella band (prima gestivo un locale ed ero un loro fan), i ragazzi erano già al giro di boa: c’era voglia di scrollarsi di dosso l’impatto del gruppo che fa sempre la stessa cosa, del fare così perché così funziona. Adesso facciamo come vogliamo, ci siamo detti. E da quel momento anche il live è migliorato sempre di più, mantenendo fermi il rispetto per il palco, il non prendersi troppo sul serio e il darci dentro divertendosi e sudando il più possibile. Sono piccoli passi avanti, con il desiderio di migliorarsi sempre di più. Con la produzione di Tommaso Colliva, poi, è arrivata la ciliegina sulla torta.

Prima e dopo l’incontro con Colliva. In “SAdiCapra” i testi sono più lunghi ma la voce è uno “strumento per costrutti musicali”; in “Cannibale” i testi sono essenziali, ma il canto acquista consapevolezza e diventa un “vero e proprio mezzo per comunicare” le parole. Cosa è cambiato e per quali ragioni?
L’incontro con Tommaso è stato  sicuramente la chiave di volta. Ha dimostrato un super lato umano e un rispetto per la nostra musica fuori dal comune. Assieme, abbiamo lavorato sulla forza comunicativa dei testi, con i quali affrontiamo varie tematiche e tracciamo un immaginario riassumibile in due aggettivi: bizzarro e grottesco. La voce è importante per comunicare, e crediamo che la sua lunghezza debba essere uguale a quella di un assolo di chitarra: non deve stufare.

Come è stata l’esperienza lavorativa con Tommaso Colliva? E che suggerimenti vi ha dato per trasporre il lavoro in studio nel live?
È stata un’esperienza fantastica, probabilmente la cosa più bella che ci potesse capitare. Colliva non è solo un grande produttore, ma una persona di un’umanità sorprendente: si dona, è filantropo e ogni suo consiglio o parola non è mai a caso. Trasportare nel concerto questa nuova impostazione non è stato complicato, se si considera che abbiamo registrato in presa diretta. Per noi era la prima volta, ma ci siamo accorti subito che il passaggio alla fase live, così, è automatico. Dal vivo cerchiamo di fare uno spettacolo tutto unito, senza tempi morti.

Come definireste il ritmo de Le Capre a Sonagli?
Allegretto, come certa musica classica, e tribale, come la matrice delle nostre costruzioni.

Quali sono i vostri prossimi impegni dal vivo?
Il tour estivo è iniziato lo scorso 2 giugno: abbiamo dieci date, con un calendario (pubblicato sulla pagina Facebook e sul sito) in continuo aggiornamento e l’intenzione di non fermarci dopo l’estate. Suoneremo a Villa Ada a Roma con i Fast Animals And Slow Kids; all’Albori Music Festival, nella fantastica cornice del Lago d’Iseo, assieme agli artisti de La Tempesta e a quelli di Woodworm. Abbiamo tutta l’Italia nel cuore e andare anche al Sud, dove c’è caldo anche in autunno, sarebbe un piacere. 

È più facile proporre la vostra musica in Italia o all’estero. E nello Stivale, ci sono contesti cittadini o territoriali che rispondono meglio?
Non siamo ancora andati all’estero. Del resto, quando abbiamo iniziato a registrare abbiamo preso una decisione: italiano, Italia. L’idea di valicare i confini nazionali però ci suggestiona e sta nel cassetto. Per quanto riguarda la ricettività, siamo al terzo album, ma eternamente emergenti. Dal canto nostro, vogliamo suonare dappertutto. 

Finora le Capre hanno sicuramente attecchito al Nord, dove la gente ci conosce e ci vuole bene: Torino, Padova; ma sta succedendo anche al Centro, come a Roma, dove siamo di casa. Adesso ci piacerebbe passare da dove ci conoscono meno: Napoli, Firenze, Reggio Calabria. Anche perché dove siamo passati abbiamo lasciato il segno.  


L’uso degli oggetti, oggi è riscontrabile in molti progetti musicali (vedi Didie Caria, o Yosonu) voi che significato date a questa scelta? E come ve la giocate dal vivo? Come si interseca con la componente strumentale?
Tutto quello che abbiamo utilizzato per registrare lo portiamo con noi dal vivo. Il nostro è un live fedele al disco, soprattutto per quanto riguarda gli oggetti: li usiamo perché abbiamo bisogno di un determinato suono, che non deve provenire per forza da uno strumento. 

Inizia la stagione dei festival, quali sono quelli dove vi sentite a casa?
Sicuramente a “Libera la Festa”, che si svolgerà dal 26 al 29 luglio a Osio Sopra, ossia nel paese dove abbiamo la sala prove. Quella per noi è casa, infatti quando non suoniamo siamo impegnati nell’organizzazione: ad esempio io faccio il direttore di palco e il batterista fa il fonico. Sono sicuro che anche ad “Albori” ci troveremo bene: infatti, nonostante in alcuni casi sia la prima volta, siamo a nostro agio perché è come se ci aprissero le porte di casa. Ovunque ci sia qualcuno che crea un festival o promuove la musica, noi stiamo bene: il lavoro dei promoter è un dono e va apprezzato sempre. 

A proposito di mitologia, ne esiste una contemporanea? E chi sono i suoi personaggi chiave? Quale evento della storia più recente ha inciso profondamente sulle nostre coscienze?
Noi sfruttiamo tutto ciò che è stato, o è, attuale e che ha lasciato un segno indelebile, per comporre brani che poi si staccano da quella precisa dimensione e abbracciano la nostra chiave di lettura bizzarra. Come in “Treno per il Tibet”, brano per il quale abbiamo preso spunto dai monaci tibetani che si davano fuoco (un po’ come succede nella copertina di Rage Against The Machine), creandoci sopra una storia. 

Che ruolo ha il racconto in “Cannibale”?
Non è predominante e non è secondario a tutto il resto. Racconto e voce, per la prima volta nella vicenda della nostra band, hanno il giusto spazio rispetto a tutti gli altri elementi (come strumenti e oggetti). Per noi questa scelta è stata fondamentale, perché ci ha aperto gli orizzonti della comunicazione testuale e ci ha ispirato per il prossimo album. 

Qualche anno fa vi hanno descritto come dei “tipini per niente a posto con la testa” (rockit.it), adesso come vi sentite?
Siamo lucidamente allucinati. Cerchiamo di stare con i piedi per terra e non facciamo uso di sostanze per entrare nel mondo della follia: basta stare assieme e ci sentiamo come Tom Waits in acido che balla con Capossela. Il nostro bassista tempo fa aveva risposto così nel corso di un’intervista, magari rende l’idea: “Non lo so, probabilmente dalla nostra musica passa che siamo dei pazzi furiosi, in realtà siamo delle persone piuttosto equilibrate e felici della nostra vita”. 

Definireste la vostra “musica colta”?
Il nostro potrebbe definirsi uno stoner folk con psichedelia e tribalità. Sappiamo che all’apparenza potrebbe risultare una musica poco immediata, ma richiede soltanto voglia di ascoltarla. Poi dipende da cosa vuole ricavarne l’ascoltatore: un musicista, ad esempio, potrebbe pensare che è colta per via dell’apparato sonoro. Ce lo deve dire chi ci ascolta, insomma: noi ci limitiamo a suonare per il meglio che possiamo. Di sicuro dobbiamo poterci riconoscere nella musica che abbiamo in mente di fare.  

Quale mezzo privilegiate per comunicare al vostro pubblico?
Ci poniamo il problema della divisione virtuale/reale. Sul web abbiamo pagina Facebook e sito, che sono i nostri due assi; su Instagram utilizziamo solo l’hashtag #lecapreasonagli; non abbiamo Twitter. Nella realtà, invece, vorremmo poter conoscere tutta la gente che si ferma ad ascoltarci: infatti, appena finiamo di suonare ci catapultiamo giù dal palco. Negli ultimi anni abbiamo conosciuto in questo modo tante persone che poi sono diventate nostre amiche. 

Che sensazioni mirate a suscitare con le vostre performance dal vivo?
Vorremmo sempre lasciare qualcosa di bello o di brutto: l’importante è non suscitare indifferenza. 

Siete da poco in Woodworm, come vi trovate?
Benissimo, perché anche loro sono, innanzitutto, persone. Sono professionisti concreti, che hanno voglia di fare e si impegnano in prima persona; curano assieme a noi il lavoro di produzione e promozione; ci mettono il cuore con determinazione. Siamo sempre stati abituati a lavorare con gente così. 

Cosa uscirà in futuro dai vostri sonagli, data la vostra tendenza a cambiare spesso pelle? O seguirete la linea che avete appena adottato?
L’incertezza del futuro è proprio una bella cosa. Non ci poniamo limiti, non abbiamo un recinto predefinito dove pascolare. Nella nostra continua transumanza, quello che faremo sarà frutto delle nostre idee e mai un espediente. 

Dalla stesura dei brani al live: come descrivereste questo percorso in termini emotivi?
Genuinamente traumatico. Curiamo tutti gli aspetti della produzione, e quando abbiamo finito di comporre vogliamo subito registrare. Finita anche la fase di incisione, uno penserebbe: va bene, si sta tranquilli ad aspettare che sia pronto il disco. E invece si inizia a preparare il live: inserire i brani in scaletta, capirne la durata dal vivo, scegliere i cambi di accordatura. Album e live sono un parto che si conclude con la nascita del primo concerto. 

E come è andata questa volta?
Il primo live di questo disco è stato migliore del primo concerto degli altri album. Ma vogliamo continuare a migliorarci a suon di suonare.