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Willie Peyote: dal punk al rap di "Sindrome di Toret"

Musicista dal passato punk, ora artista rap di successo. Un rap atipico, un crossover, come dice lui, risultato di gusti musicali eclettici e multi-genere, molto amato in tutta la penisola. Willie Peyote è partito il 26 Ottobre scorso da Modena per un tour che lo porterà in giro per l’Italia a presentare il suo nuovo disco, Sindrome di Toret, un disco ironico e irriverente che prende in esame il tema della libertà di espressione ai tempi dell’internet. Lo abbiamo intervistato per voi, per sapere cosa pensa degli opinionisti del web, del Movimento Cinque Stelle e del futuro della musica live.


Sei reduce da un tour estivo che ha toccato più di 30 città nella penisola e sei di nuovo pronto con un album e una nuova manciata di date. I live del tour di Sindrome di Toret saranno diversi da quelli di Educazione Sabauda? In cosa?

Questa volta, porteremo in giro una band completa con batteria e tutto il resto e ovviamente proporremo il repertorio del disco nuovo, quindi saranno assai diversi sia nella forma che nel contenuto.


Figlio di un musicista, suoni il basso e hai militato in una punk band: come sei approdato al rap? In cosa si differenzia il processo creativo dietro la nascita dei brani?

In realtà fino al disco precedente, i brani non venivano composti con tutta la band in sala prove, ma nascevano da un beat di Frank Sativa o di Kavah su cui scrivevo e aggiungevamo gli arrangiamenti. Per quanto riguarda il disco nuovo, invece, ci siamo approcciati al tutto con i musicisti fin dall’inizio: sono tornato a comporre in studio, mettendo sul piatto un riff di chitarra o una linea melodica e costruendoci intorno il resto con gli altri.


In questa transizione ti sei chiaramente portato dietro alcuni punti di riferimento del passato, tanto che il tuo stile non ha molto del rap italiano tradizionale cui siamo abituati, ma è un ibrido molto convincente tra rap e indie. Chi sono gli artisti che ti hanno ispirato maggiormente?

Questa scelta crossover, se così si può dire, nasce da una mia esigenza personale di mettere insieme tutte le diverse influenze musicali che ho subito nella vita. Fin dall’adolescenza ho ascoltato gruppi che mischiavano diversi generi, dai Subsonica ai Rage Against The Machine, passando per i 99 Posse e affini; artisti come Damon Albarn e soprattutto i suoi progetti musicali come i Gorillaz mi hanno sicuramente mostrato come si possono coniugare diverse sonorità e diverse ispirazioni in maniera personale.


Sindrome di Toret, il nuovo album uscito il 6 ottobre scorso, è incentrato sul tema della libertà di espressione e sulle declinazioni che questa assume in un’epoca dominata dai social network. In Avanvera come in C’hai ragione tu, il tema principale è proprio quello dell’“opinionismo” del web, di come tutti si sentano Alberto Angela e vogliano sentirsi dire “bravo, è vero”. Cosa ne pensi dei molti tuoi colleghi che si improvvisano opinionisti del web?

Credo sia un modo come un altro per apparire costantemente, forse per paura di essere dimenticati in un’epoca in cui tutto si muove così velocemente. Non ho un’opinione in merito, ognuno è libero di fare ciò che vuole, penso che però, per dirla con le parole del Colle der Fomento, “chi non ha niente da dire è meglio che non dice niente”. O almeno, io cerco di fare così, se non conosco in maniera approfondita un argomento preferisco stare ad ascoltare chi ne sa di più.


Parlando di Sindrome di Toret, riguardo alla voglia che tutti hanno di dare risposte e alla mancanza di domande, hai detto “È ancora valida l'affermazione del maestro Gaber <libertà è partecipazione>? E poi in effetti, a cosa partecipiamo davvero se lo facciamo da dietro uno schermo?”. In un periodo in cui i luoghi di aggregazione culturale e i live club vengono chiusi e sgomberati quasi quotidianamente dalle istituzioni, quanto la partecipazione a concerti e festival secondo te ha una valenza politica, oltre che musicale?

Devo dire che ultimamente vedo molta più gente ai concerti rispetto anche solo a pochi anni fa ed è un segnale molto incoraggiante. La partecipazione attiva alla musica live crea fermento e questo produce ulteriore spinta creativa, quindi nuovi progetti ed evoluzioni che non possono che migliorare la situazione. Non saprei quanto ci sia di politico in questo, ma in effetti, in un periodo in cui l’affezione e la partecipazione politica sono ai minimi storici, potrebbe essere un’alternativa, se ben veicolata e non lasciata ad un’analisi superficiale fatta di post su Facebook o marketing spicciolo.


Nel brano Portapalazzo paragoni il Movimento Cinque Stelle alle malattie veneree; torna, inoltre, il tema dell’espressione di un’opinione indignata come nuova forma di politica. Anche a te, da torinese, come a me, romana, è capitato un sindaco pentastellato. Avresti qualcosa da dire alla giunta della tua città riguardo le sorti dei live club e l’importanza politica della musica?

Ho sempre ritenuto il M5S un movimento più di destra che di sinistra, e il loro approccio nei confronti della cultura nelle sue manifestazioni pubbliche lo dimostra ulteriormente, come ad esempio il loro continuo accostamento “degrado-centri sociali”. Nel brano cercavo di fare un paragone tra la passione politica declinata esclusivamente in indignazione con l’amore declinato solo come impulsi sessuali, mettendo in mezzo le malattie veneree tanto per ribadire il concetto di viralità.

Detto ciò, credo che la cultura andrebbe divulgata, spinta, finanziata, in tutte le sue manifestazioni anche nel caso in cui potrebbero dimostrarsi contrarie al proprio punto di vista, ma credo che sia un concetto ben lontano dal modus operandi del Movimento. E purtroppo non solo dal loro.


Come vedi la situazione della musica dal vivo in Italia? Mi sembra ci sia una recente tendenza dei canali mainstream a parlare di scena in declino, spesso ignorando la realtà fatta di numerosi palchi e musicisti meno sponsorizzati ma altrettanto rumorosi. Pensi che questo pessimismo e ipercriticismo porti svantaggi non solo a chi suona, ma anche a chi organizza?

Credo che grazie a esplosioni come quelle di Salmo precedentemente e Coez oggi, anche i circuiti mainstream e i grandi network abbiano dovuto fare i conti col fatto che è la loro strategia e il loro approccio alla musica ad essere vecchio e superato. Ma chi se n’è accorto lo ha fatto solo quando ormai era successo, nessuno ha avuto lungimiranza né capacità di analisi in prospettiva nell’ambiente, a quanto posso vedere da fuori. Ovvio che ora si assiste invece al tentativo di accaparrarsi velocemente i nuovi artisti per così dire indipendenti o underground, anche qui senza una logica, ma solo sulla base del fatto che, vista la tendenza, potrebbero esplodere.

Se si considera la musica solo pensando ai big come Ramazzotti o alle nuove leve come chi esce da un talent, allora la miopia è talmente grave che risulta incurabile. Però secondo me lo streaming ha rotto gli argini ed è iniziata una rivoluzione che non si può fermare, con buona pace di tutti.


Torino è da sempre stata molto viva dal punto di vista musicale e tu ti sei inserito bene e con innovazione in un panorama brillante. Il rapporto con i tuoi concittadini durante i live è diverso da quello con il pubblico di altre città? Perché?

Nemo propheta in patria si dice, ma devo ammettere che nel mio caso ho in parte sovvertito questo dogma. La città mi ha abbracciato ed eletto a voce narrante più velocemente e in maniera più profonda di quanto potessi immaginare. La cosa mi riempie di orgoglio perché ho frequentato la scena da vicino anche da piccolo con mio padre e i suoi gruppi ed è una soddisfazione doppia e un obiettivo che mi ero posto. Per ovvi motivi a Torino possiamo proporre sempre uno show più strutturato e con più ospiti rispetto alle altre città, ma devo dire che ho un ottimo rapporto con tutti i presenti ai miei live in tutta Italia; città come Padova,

Bologna, Bari e anche Roma ci regalano sempre grandi emozioni.


Stai già pianificando il futuro dopo questo tour?

Intanto, visto come sta andando, non saprei quanto durerà questo tour perché ci chiedono di tornare in tutte le città dove siamo appena stati e quindi potremmo dover replicare più volte. Ovviamente sto già pensando a cosa fare dopo, oltre al tour estivo, intendo proprio a pezzi nuovi e produzioni perché non riesco mai a stare fermo. Per ora, però, sono concentrato su questo e vorrei godermi il momento cercando di ripagare la fiducia dei tanti che stanno venendo ai concerti.