Live Report

Andrea Laszlo De Simone @ Spazio211 - Torino

C’era una parola che non riuscivo a ricordare durante un mercoledì sera con amici al Pop (ex Lavanderie Ramone) di Torino, probabilmente perché non si usa più definire qualcosa così. Mi torna in mente il giorno dopo, allo Spazio211, mentre Andrea Laszlo De Simone suona il suo ultimo disco - “Uomo Donna” – insieme alla band e davanti al suo pubblico. Un disco rarefatto, appunto, con venature struggenti, premessa di un live gioioso; un lavoro di una qualità senza tempo, che, anzi, se lo prende tutto, il tempo che serve, e gli restituisce un valore.

Pezzi anche lunghissimi che sfuggono a generi, etichette e definizioni; canzoni dal sapore di casa nostra, avvolte da una sana psichedelìa, e finalmente nuove. Un progetto che, tra le tante possibilità che dà, serba anche quella di permettere a chi lo ascolta di sentirsi libero durante il live, lontano dalla lobotomia a cui, sempre più, ci stiamo abituando.

L’uomo di Capossela è vivo, quello di Laszlo semplicemente non c’è. “Non c’è nessuno”, grida la sua “Sogno l’amore”, ed è proprio da lì, e dal videoclip realizzato durante la Pasqua agrigentina, che inizia la nostra storia. Questo è il racconto della Passione secondo Laszlo: l’epifania di un batterista che ha scritto un disco timido e fortissimo. E adesso ce lo suona dal vivo.

Tutto inizia alle 19.00 di giovedì 30 novembre, nella sala 2 del cinema Massimo, proprio ai piedi della Mole. Il videoclip di “Sogno l’amore”, un piccolo film girato a quattro mani e in tre giorni con la giovane Francesca Noto, è fuori concorso e viene presentato per primo. Prima della proiezione si parla del protagonista (il padre della regista), e del suo “volto onesto”, come lo definisce Laszlo. Al centro c’è la passione: per la musica, per l’amore, per la religione; sullo sfondo, come cornice necessaria, la Sicilia della Settimana Santa, con i suoi veli e le sue rivelazioni. Ciò che colpisce subito, e che lascia ben sperare in vista del live, è l’assenza di qualsivoglia forma di banalizzazione di quell’Isola di cui si coglie troppo spesso soltanto il souvenir, l’arancina, la coppola e la lupara. E alla fine, tra i titoli di coda, ciò che rimane è la musica, il volto, il senso di una relazione: tra padre e famiglia, tra marito e moglie, tra la terra e i suoi figli.

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Alle 22.00 si va allo Spazio211: è ora di suonare. L’accoglienza è quella esplosiva e tribale de Le Capre a Sonagli, band che abbiamo conosciuto la scorsa estate durante un’intervista. Mezz’ora di musica vera, suonata alla grande e sudata, soprattutto tecnicamente. Poi sul palco sale Laszlo.

Inizio strumentale, si accendono le luci e inizia a bruciare una sigaretta che non si spegnerà per tutto il live. Le note sono quelle di “Uomo Donna”, pezzo che apre anche l’omonimo disco uscito nel giugno scorso per 42 Records. Il ghiaccio è rotto, il pubblico è caldo ed è subito déjà vu, con “Sogno l’amore”, questa volta suonata e cantata per tutti i suoi otto minuti e 45. La scaletta segue l’ordine dell’album, non potrebbe essere diversamente; Laszlo non parla ma emoziona, e il pubblico lo abbraccia iniziando a cantare i brani. Dopo “Meglio”, è la volta di “Solo un uomo” e sul palco sale Marco Di Brino, sassofonista noto per le sue incursioni con i Nadàr Solo e già arruolato da Daniele Celona sia in band che in duo per lo spettacolo “Piano e Di Brino”. Lo scenario suggerisce una riflessione, forse la più importante se si parla di live e di pubblico: almeno un terzo degli spettatori è formato da musicisti, torinesi e non solo. Da Bianco allo stesso Celona, da Colapesce a Iosonouncane, passando per Didie Caria e Matteo De Simone (fratello di Andrea) a confermare quel senso di appartenenza che ha sempre contraddistinto la comunità artistica torinese. Fin dai tempi di “Aldo dice Torino”, manifesto dell’attuale generazione di musicisti e addetti ai lavori che si conclude con un messaggio ben preciso: “Noi pensiamo che la cultura sia lavoro e che il lavoro sia cultura. Ma chi ha detto che non c’è?”.

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Nel frattempo il concerto continua come un flusso di coscienza condiviso e partecipato: “Eterno riposo”, “Questo non è amore”, “Gli uomini hanno fame”, “Che cosa?”, fino a “La guerra dei baci”, pezzo protagonista del videoclip uscito lo scorso maggio ed ispirato a “Kiss” di Andy Warhol. In questa parte di concerto emerge l’intesa già ampiamente collaudata e vissuta con Anthony Sasso, già partner di Andrea negli “Anthony Laszlo”. L’atmosfera si fa magica e l’elettricità si riversa negli ultimi due brani: “Fiore mio” e “Sparite tutti”. “Vi prego/Scusate tanto/Ma sparite tutti/O non si salva nessuno”, recita quest’ultimo brano, ma la decisione sembra unanime: la gente ha deciso di non salvarsi, e di rimanere al fianco dell’artista torinese perlomeno fino al bis. Dopo “Perdutamente”, tratta da “Ecce Homo” del 2012, inizia la fine del concerto: festa, come al solito, ma anche bilanci, sogni e riflessioni. “Mi sono divertito un sacco”, è il commento di Andrea. Matteo De Simone, preso alla sprovvista da un mio “Allora, com’è?” durante l’ultimo brano, si lascia andare in un “bello, bellissimo”. Daniele C, bassista della band, conclude: “É stato un flash”.

Tutti d’accordo, quindi. Ma adesso è il momento di smontare e caricare le macchine: c’è chi torna a casa e chi parte per il tour. Io vado a scrivere di questo concerto, visto a Torino e raccontato da Agrigento. Come è giusto che sia. 

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Foto di copertina: Chiara Mirelli