Live Report

Cristiano De Andrè @Alcatraz: la messa laica dell'apostolo di Faber

Ha davvero senso fare un tour con un concept album del calibro di “Storia di un impiegato”, riferito a un’epoca ben particolare come gli anni di piombo, oggi? Ha un senso farlo non tanto per celebrare l’album ma i 50 anni dal ’68? È da poco passata la mezzanotte, sto ancora passeggiando per via Valtellina a Milano, e la risposta non ha bisogno di troppo tempo per farsi largo nei miei pensieri: assolutamente sì. Non solo, è assolutamente necessario.

“Il progetto De Andrè canta De Andrè è nato con l’obiettivo di portare il verbo di mio padre a coloro che non lo conoscevano, soprattutto ai più giovani”, commenta Cristiano De Andrè sul palco milanese davanti a quasi tremila persone. “Mi sento un po’ l’apostolo di mio padre, e questo concerto è come se fosse una messa laica: scambiatevi il cinque di pace, forza”. Il pubblico esegue, lo ascolta, e proprio come in una liturgia da seguire si comporta in modo diverso a seconda delle fasi del concerto. Perché quello di ieri sera è stato il concerto più silenzioso e allo stesso tempo evocativo dell’intero progetto de andreiano, arrivato ormai al quarto capitolo ufficiale. Silenzioso perché sono stati pochi i momenti di dialogo col pubblico, molto spazio alla musica. Lontani i tempi in cui il palco sembrava diventare un lettino psicanalitico con funzione di catarsi sui demoni del passato. Evocativo perchè il culto verso il padre raggiunge l’apice con Cristiano inginocchiato verso il video da cui idealmente proviene la voce registrata di Faber di Sogno numero due, a cui segue l’immagine di padre e figlio che si danno la mano durante l’esecuzione, davvero emozionante, di La canzone del Padre.

De Andrè Alcatraz

Sono le due fasi più alte del primo momento “liturgico”, quello del silenzio e dell’ascolto contemplativo: è la riproposizione di Storia di un impiegato, un concept album riprodotto da Cristiano De Andrè in una versione moderna e riarrangiata, ancor più incisiva e con i richiami alle figure politiche, e non solo, che hanno fatto la storia internazionale dal ’68 ad oggi proiettate sui pannelli che fanno da abside al palco. Il pubblico ascolta in religioso, è il caso di dirlo, silenzio. E non certo perché quelle canzoni siano sconosciute ai più: no. Quello era il momento del risveglio, da un certo punto di vista, perché non si può restare impassibili davanti al celeberrimo verso: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”. La gente non canta, appunto, ma applaude, si lascia andare a boati, è presente. È una platea composta da adulti, certo, i fan di Faber che lo hanno vissuto in prima persona: ma ci sono anche tanti ragazzi. Sono loro che inizieranno a cantare, quando la prima parte della messa laica sarà conclusa. Saranno loro a caricare letteralmente gli artisti sul palco, a tal punto da riportarli in scena tre volte, anche quando ormai le luci sembravano definitivamente spente.

È la forza della battaglia artistica vinta. Quella resa nota da Cristiano De Andrè in uno dei pochi momenti di dialogo col pubblico. “Ho voluto espressamente che questa data fosse qui all’Alcatraz”, spiega. “Perché è ai giovani che mi voglio rivolgere. E non tutti possono spendere 45 euro per andare a teatro: volevo che il messaggio arrivasse forte e chiaro perché bisogna trovare una soluzione per questo casino”. Sentire parlare di politica, di ideologia, di utopia su un palco dove è in scena un concerto è un brivido che emoziona. Sentire l’impegno civile, di qualunque parte politica si tratti, è qualcosa che emoziona. Così in mezzo allo stupore, al fascino della cultura snocciolata con una disinvoltura disarmante arriva una frase che lascia attoniti: “Bisogna andare verso una disaffezione al potere attraverso l'autocoscienza”. Ecco, l’arte che è cultura, in musica. Ecco l’apostolo di un cantautore che ha alternato testi di alta poesia, ad altri dedicati agli umili. Ma la vera cultura è quella che sa diffondersi, che non si rende elitaria, soprattutto quella che vuole risvegliare le persone. Così, dopo la ricostruzione della rivolta giovanile di 50 anni fa, e l’esempio fatto della società perfetta, quella della comune degli indiani d’America, arriva l’appello per i giovani presenti, e la traduzione di quella frase così densa di significato: “Cercate di avere un minimo di orgoglio personale, e di rispetto. Dialogate con gli altri, anche davanti al dissenso, e rispettate il pensiero altrui”. Si parte da qui: è la base della rivoluzione, o almeno della prassi, secondo De Andrè.

De Andrè Alcatraz

A Storia di un impiegato si è aggiunta, in scaletta, una serie di canzoni che richiamano le tematiche di ribellione, di azione, di difesa delle minoranze: la cruda retorica de La domenica delle salme, l’allegorica quanto schietta Don Raffaè, Smisurata Preghiera, Khorakhané (A forza di essere vento), Il testamento di Tito, fino ad arrivare a Fiume Sand Creek. Poi è tempo di bis, con l’omaggi o Genova attraverso Creuza de ma, e Il Pescatore in versione super danzereccia. Ma il pubblico ne vuole ancora, è infuocato, è preso, è giovane, è vivo, è in piedi: come a teatro non potrebbe stare. È un contesto del tutto nuovo: è davvero giovanile e gli artisti non resistono al richiamo. Tornano di nuovo sul palco, con il saluto ufficiale per eccellenza: La canzone dell’amore perduto.

È davvero ora di andare a casa, un tributo del genere, è doveroso e necessario, mi accorgo che ho quasi l’età del bombarolo di De Andrè, e una frase mi ronza in testa: “Intellettuali d'oggi, idioti di domani, ridatemi il cervello, che basta alle mie mani”.