Live Report

Franz Ferdinand e The National dimostrano che Milano è pronta per i grandi eventi internazionali

Con i Milano Rocks del weekend appena concluso, l’Italia offre un’ulteriore prova della sua grande voglia di grandi live e della capacità di saperli gestire. Quanto allestito questa estate da Live Nation all’area Expo di Milano è qualcosa che fa davvero bene a tutti gli amanti della musica dal vivo. Fin da un dettaglio apparentemente di second piano: l’invito da parte dell’organizzazione ad essere presenti fin dalle ore 16 per agevolare le procedure di ingresso. E poi i live che, come venerdì, sono iniziati alle 17.40, di un giorno lavorativo. E no, non era tutto pieno a quell’ora, ma la gente arrivava, come ulteriore prova che i concerti non sono più un intrattenimento da dopo cena e che, soprattutto a Milano, è possibile fare musica anche prima delle 22.30, e che musica: The Vaccines, Maneskin, Imagine Dragons giovedì. Mèsa, Stella Maris, Franz Ferdinand e The National il venerdì, per poi concludere con un sabato sera da cuori forti, con Sonars, Mike Shinoda e Thirty Seconds to Mars.

Queste prime righe sono tutte dedicate alla parte tecnica di una manifestazione internazionale che ha fatto numeri davvero importanti e che rappresenta un esempio virtuoso di tutte le discussioni fatte in questi mesi sui cambiamenti e gli sviluppi della musica dal vivo. Non mancano i controlli di sicurezza, agevolati dalla struttura, tutt’ora esistente e funzionante, utilizzata durante l’Expo del 2015. Non manca l’utilizzo dei Token per le consumazioni, per limitare l’utilizzo di denaro liquido, pur mancando la formula del rimborso in caso di mancato utilizzo che, con ogni token che aveva il valore di tre euro, non rappresenta una cosa da prendere a cuor leggero. Un palco molto grande, molto ben attrezzato, molto visibile con tanto di albero della vita all’orizzonte, per scatti suggestivi e un grande respiro di soddisfatto sollievo per tutti quelli che temevano che quell’enorme area sarebbe rimasta inutilizzata. Quello spazio è perfetto per fare eventi del genere: per qualità dei servizi di trasporto, per la zona non residenziale, per l’incredibile potenziale da esprimere. Ed è stato un successo, sotto praticamente tutti i punti di vista, con l’immagine simbolo degli oltre 50 mila presenti nella bagnatissima serata di giovedì, per vivere il potente live degli Imagine Dragons.

Tramonto albero della vita.jpg

La data a cui ho assistito è quella del venerdì, probabilmente la meno rock ma, data la forte carica del sabato, non mi sento di dire neppure che è stata la più emotiva. Sicuramente ha creato suggestioni degne di quei live intimi che si portano con sé le più svariate reazioni su chi assiste. Aprire i live alle 17.40 potrebbe sembrare un azzardo, e forse potrebbe anche esserlo, ma ehi, se sei un’artista emergente come Mèsa, la prima a salire sul palco, e il palco in questione è quello dei Milano Rocks e, potenzialmente, davanti a te hai un pubblico che è lì per Franz Ferdinand e The National, anche suonare alla luce del sole diventa un’opportunità assolutamente da cogliere al volo. E così è stato, con un concerto che ha permesso all’artista classe 1991 di portare a casa una performance convincente. Assistere poi a live come quello dei Stella Maris, il supergruppo nato dall’unione di Umberto Maria Giardini (ex Moltheni) e Ugo Cappadonia (collaborazioni con i SickTamburo e Il Pan Del Diavolo) è sempre qualcosa che fa bene al cuore e permette di dire che anche la scena italiana può condividere quel palco con quei nomi internazionali, senza sembrare una marchetta da padroni di casa.

Franz.jpg

Poi tocca a loro, ai Franz Ferdinand e al loro indie rock alternativo che, negli anni, ha convinto tanti che la loro musica non sarebbe stata una meteora. Alex Kapranos è un animale da palcoscenico, sa come tenere sul palmo della mano il suo pubblico: osa anche frasi in italiano, niente di elaborato, ma quanto basta anche un Cara Milano per ovazioni molto calorose. Ascolti canzoni come Take Me Out, The Dark of the Matinèe, Do You Want To e ti accorgi che il tempo è davvero passato, per te, ma non per loro che sembrano davvero un videoclip vivente. Però se il tempo è passato c’è un’altra analisi da fare: mi giro neanche troppo timidamente per guardarmi intorno, per capire chi c’è a questo live. E sì, il target è davvero alto. Praticamente tutti adulti, pochissimi i ragazzini, tante le coppie. Mi sento di affermare che sotto i vent’anni i presenti si potrebbero contare sulle dita di due mani, mentre è impossibile mettere limiti massimi di età. E tutto questo aumenta la suggestione. Ne è nata una passeggiata cullata dalle sonorità della band scozzese e quanto si disegnava davanti a me era davvero un quadro stupendo. Non c’era la calca degli eventi sold out, ma c’era la magia di gente che ad occhi chiusi e braccia larghe girava su se stessa, di persone sedute, su tovaglie, come fosse un pic nic a godersi il concerto da un’altra prospettiva, di coppie di età avanzata abbracciarsi e sbaciucchiarsi come i ventenni alle prime uscite romantiche. E tutto questo era solo l’inizio.

BRaccia dietro.jpg

Perché dopo i Frenz Ferdinand, è toccato ai The National salire sul palco per quella che è stata la loro unica data italiana. E non è più stato un live all’interno dell’area Expo, si è entrati nel salotto di casa. E se inizialmente i contorni potevano essere quelli di casa propria, con le cuffie e la playlist di Spotify, è bastato poco per capire che il salotto, in realtà, era quello di Matt Berninger che ha invitato tutti a passare una serata con lui. L’esordio è di quelli che mozzano il fiato, Nobody else will be there, la tipica canzone con cui finire un concerto e far andare tutti a casa sognanti. No, non i The National, loro la piazzano lì all’inizio, giusto per far capire che se la gente è ancora distratta, deve passargli in fretta. La sua voce coinvolge, ammalia, e poi non si può non pensare di essere a casa se chi canta lo fa con le mani in tasca, o dietro la schiena e non per noia, ma per trasporto, per spontanea attinenza tra l’intimità di ciò che viene cantato e chi lo sta facendo. Quando inviti qualcuno a casa tua, lo vuoi salutare, ed è ciò che ha fatto anche Berninger. Le note sono quelle di Day i die, e il racconto che farà qualche fan si avvicinerà alla traduzione letterale di quel che è accaduto. Matt scende dal palco, scavalca la transenna, si mette in mezzo al pubblico a cantare. Sì, posso dire di averlo sentito cantare senza microfono, sì, posso dire che davvero sono cose che ti segnano nel profondo.

The National.jpg

Da lì è stato un climax ascendente di esperienze che hanno unito artisti e pubblico. Sul palco non c’è birra e non c’è acqua, ma vino. E alla fine la bottiglia è stata condivisa con il pubblico, proprio come nel salotto di casa. Compare uno striscione e Berninger va a prenderlo per usarlo come mantello. Il tempo scorre, vola, all’improvviso arrivano i saluti. È tempo di andare: la gente sorride, sa che è la formula dei bis. E invece no. «Ci dispiace ma non abbiamo più tempo, pensavamo di averne di più, ma non è così. Non possiamo più cantare, ma potete farlo voi». Berninger prende l’asta del microfono, la sbatte al confine del palco, rivolta verso il pubblico. Bastano pochi accordi: Vanderlyle, crybaby geeks. Una sola voce amplificata, quella del pubblico, il frontman mima i versi con trasporto e una voce che solo le prime file possono sentire. Si siede alla fine del palco, i brividi non sono per il freddo di un settembre che ha comunque concesso un ritorno a temperature meno autunnali, ma per un finale davvero mozzafiato. E capisci perché aprire con Nobody else will be there non è stato un azzardo. Ed è finito così, prima della lunga vasca per uscire dall’area expo, il giusto tempo per metabolizzare tutto e dire che sì, l’Italia sembra pronta per vivere tutto questo in casa.