Live Report

Al Filarmonico si spengono Le Luci e si accende Vasco

“No Vasco, no Vasco, io non ci casco”.

Questo ritornello lo cantava il Vasco più famoso d'Italia, quel Rossi che ancora spopola. Ma si addice anche al concerto dell'altro Vasco, di quello giovane che, circa 10 anni fa, ha acceso gli abbaglianti, fendendo la nebbia della Val Padana ed indicando un nuovo percorso a giovani che ancora lo seguono.

Tornando al ritornello del Rossi, sarà una preclusione ma non riesco ad immaginare cosa potrebbe davvero cambiare con il passaggio dal nome “Le Luci della Centrale Elettrica” a “Vasco Brondi”. È risaputo che Le Luci non siano altro che un prolungamento della personalità del Vasco classe 1984. In mancanza di immediate risposte non posso che affidarmi all'esperienza (per certi versi onirica) vissuta a Verona, in un sonnecchiante lunedì d'inizio gennaio 2019.

Vasco Brondi Filarmonica

Troppo tutto: il Filarmonico innanzitutto, con quella sua magniloquenza che imborghesisce la trasandatezza imposta a suon di slogan epocali alla scena indie Italiana da Vasco Brondi. L'ultimo live veronese de Le Luci è aperto da Any Other, che fa tacere il pubblico che si sta ancora sedendo sulle poltrone rosse del teatro solo quando dice: "Sono veronese, anche se non vivo in città da anni. Venivo qui da bambina. Essere su questo palco stasera é fantastico". Poco interessante la performance, ridotta ad un set chitarra-voce da cui, comunque, traspare qualcosa di questo acclamato enfant prodige che sta girando Italia ed Europa con nonchalance. Poco, onestamente, per gridare al miracolo. Troppo anche lei, quindi: troppo poco. D'altronde dinanzi a San Brondi pochi possono competere, e non è questo l'obiettivo dell'esibizione di Any Other al Filarmonico, bensì un modo per mostrarsi ad una platea più ampia, che sta già conquistando durante i suoi concerti.

Quando comincia il “vero” live, quello de Le Luci della Centrale Elettrica, sono quasi le 21,30. Dopo le prime due canzoni si scopre che Brondi ha qualcosa in comune con Adele Nigro (aka Any Other): "Sono nato a Verona, ed é stato uno dei primi posti in cui ho suonato oltre la provincia ferrarese. L'ho fatto nell'Emporio Malkovich, che ha organizzato il mio live in un garage sotto una casa". Garage che tutt'ora esiste ed ospita, a Lugagnano di Sona, alcuni importanti progetti progressive, blues e rock con il nome di Giardino. Poi Brondi suona “Le ragazze stanno bene”, sottolineata dalla viola di Daniela Savoldi e dal piano di Rodrigo D'Erasmo, polistrumentista di pregio. Così come di pregio é la presenza di Andrea Faccioli alla chitarra (veronese come la squisita ballerina Camilla Monga, che ha omaggiato della sua presenza sul palco in qualche occasione). Uno che, meritatamente, ha riscontro con il progetto di musica ambientale Cabeki e durante i tour che affronta da qualche anno con i Baustelle. L'immaginario poetico di Brondi è decisamente intersecabile con vite e sogni del pubblico presente al Filarmonico. "Luminosa natura morta con ragazza al computer", tratta da “I destini generali”, ne è solo una delle tante estetizzazioni, posate su un presente che continua da 10 anni almeno. Brondi prova ad immortalarlo, leggendo qua e là poesie del cileno Roberto Bolano. Lo fa aggiungendo più parole del solito: "Per me tutto questo concerto ha a che fare con i sogni. Mi interessa la grande capacità degli esseri umani di trasformare le visioni in realtà".

Ma i suoi brani sono troppo presenti nel presente. Ne è riprova “Forse tornerai dall'estero”, che squarcia la coltre nebbiosa che si era venuta a creare dopo una mezz'ora più atmosferica e dilatata. Lo fa con una metrica vocale strattonata e continui sali-scendi d'intensità, anche in preda ad una vocalità che le ha insite in sé, le dinamiche. È preludio ad un pezzo “notevole", come lo definisce lo stesso barbuto frontman, dei CCCP: "Li ho sempre amati, anche perché mi avevano da subito confuso le idee. Negli anni '80 dicevano che era un periodo eccellente. Un periodo di passaggio, come spesso succede. Questo ci può mettere nella giusta visuale anche oggi, senza farci diventare inutilmente rabbiosi". La versione, più dialogata dell'originale, non è risultata però abbastanza enfatica. Molto meglio la proposizione di “La terra, l'Emilia, la luna”, questa sì evocativa, e “Macbeth nella nebbia”, tratte dal saccheggiatissimo “Costellazioni” del 2014. L'influenza di Mimì dei Massimo Volume, citato durante il concerto, esce prepotente specie nel secondo brano. Anche se i momenti di pathos maggiore arrivano quando vengono proposti pezzi del primo lavoro, quel “Canzoni da spiaggia deturpata” da cui viene suonata l'iconica “Piromani” (con il nome del progetto citato nel ritornello) ma non la celebre “Per combattere l'acne”.

“La gigantesca scritta Coop” si erge però come vero baluardo di questa serata, luminosa più che mai. Nel testo – e nel titolo stesso – si ricordano i Cccp. Un trait d'union non casuale, anche se suona vagamente sinistro. D'altronde erano loro a cantare che “Le scritte luminose, attirano gli allocchi”. Ma l'immaginario di Brondi prende le mosse dalla noia: “Mi rendo conto che è stata una fortuna vivere in un posto dove ci si annoia”, ha detto durante il live. Come dargli torto?